Scale

Scale

(Luciano Erba n. a Milano il 18/9/1922)

 

Scale
che non portano
da nessuna parte
scale
che salgono soltanto per scendere

è difficile orientarsi
nei dintorni del nulla.

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare…

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare…
(Gaio Valerio Catullo Verona 84 a.C. – Roma 54 a.C.)

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.

Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.

Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,

e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

Il mondo delle donne

Il mondo delle donne
(Giulia Perroni n. a Milazzo, ME nel 1941)

Il mondo delle donne
ha il fascino delle orchidee
il trapuntato slancio dell’Alhambra,
con che speciale riguardo
abbiamo danzato con le vecchie fanciulle
nel canto severissimo della neve
con quanta delicatezza
i fiori hanno perduto l’alone.

I peggiori nemici della donna
sono quelli di casa sua
perché non danno spazio al sogno
e guardano trasecolati
i piedi che anelano
al viaggio.

Non rimane nulla dell’abbandono
solo un tempo profondo
un corpo sensuale pieno di solitudine
un sospiro di quercia
per la giovane donna uccisa
perché voleva lasciare nell’aria
la verità dei suoi versi:
la femminile saggezza
che brucia di grazia
le origini assurde
di ogni segregazione..

Non esiste altro modo
per queste donne lapidate
non esiste altro velo
al di fuori della parola
il silenzio ha urtato dei piedi incredibili
e allora fuori da dove non c’è rifugio
fuori dal canto che diserta le camelie,
non c’è altro spazio
se non quello della solitudine.

E’ stata cancellata la parola delle donne
e Nadia Anyuman uccisa
dal marito che aveva promesso di amarla,
come si può sopravvivere
se la tenerezza non raggiunge il rispetto
se il rispetto non raggiunge la voce
e la voce non raggiunge
l’anima occulta delle rovine.

(26 maggio 2009 – Da noidonne.org)

Addio Ivan Della Mea, cantore degli operai

Io so che un giorno

(Ivan Della Mea 1940-2009)

 

Io so che un giorno

verrà da me

un uomo bianco

vestito di bianco

mi dirà:

«Mio caro amico tu sei stanco»

e la sua mano

con un sorriso mi darà.

 

Mi porterà

tra bianche case

di bianche mura

in bianchi cieli

mi vestirà

di tela greggia dura e bianca

e avrò una stanza

un letto bianco anche per me.

 

 Vedrò il giorno

 e tanta gente

 anche ragazzi

 di bianco vestiti

 mi parleranno

 dei loro sogni

 come se fosse

 la realtà.

 

Li guarderò

con occhi calmi

e dirò loro

di libertà;

verrà quell’uomo

con tanti altri forti e bianchi

e al mio letto

stretto con cinghie mi legherà.

 

«La libertà

– dirò – è un fatto,

voi mi legate

ma essa resiste».

Sorrideranno:

«Mio caro amico tu sei matto,

la libertà,

la libertà più non esiste».

 

 Io riderò

 il mondo ha un prezzo

 tutto ha un prezzo

 anche il cervello

 «Vendilo, amico,

 con la tua libertà

 e un posto avrai

 in questa società».

 

Viva la vita

pagata a rate

con la Seicento

la lavatrice

viva il sistema

che rende uguale e fa felice

chi ha il potere

e chi invece non ce l’ha.

 

Rom Tiriac rom (Tor de’ cenci)

(Ivan Della Mea 1940-2009)

 

Danilović il serbo ha casa in Krajina;

Andrić, croato armato, lo caccia dalla casa,

con mitra deutschebank gli ruba anche la terra

Danilović fugge, e questa è la guerra.

 

Rom Tiriac, Rom ha casa vicino a Sarajevo;

Rom Tiriac ha moglie e figli, e suona il suo violino.

Danilović il serbo arriva, ed è mattino;

gli ruba casa e terra, e questa è la guerra.

 

Rom Tiriac, Rom raccatta famiglia e pochi stracci,

– migra migrante migra- e giunge qui da noi,

a Roma fuori porta, in sito Tor de’ Cenci,

città di Dio, di papa e di cristiane genti.

 

Rom Tiriac fa baracca, spartisce poco pane

condito con dovizia di sporco e di fame,

spartisce con i cani, spartisce con i ratti;

Rom Tiriac suona come i disperati e i matti.

 

Rom Tiriac suona tutto, sia walzer polka o samba,

il Borgomastro arriva con ruspe e con caramba,

ha l’occhio fermo, zombie, da Uomo del Destino,

è l’occhio del potente, fra il trucido e il cretino;

ha l’occhio fermo, zombie, da Uomo del Destino,

è l’occhio del potente, fra il trucido e il cretino.

 

È l’alba della legge e del passamontagna,

del nero che nasconde violenze e sua vergogna,

distruggono baracche, la ruspa fa la storia;

Rom Tiriac ora è nulla, è solo una memoria.

 

Memoria della casa sua e della sua terra,

ma c’è un ministro Bianco con la sua santa guerra;

ricaccia a Sarajevo Rom Tiriac col violino,

letteratura vuole sia questo il suo destino;

– migra, migrante, migra -. "Gloria in excelsis Deo",

il Borgomastro canta, e questo è il Giubileo.

 

– Migra, migrante, migra -. "Gloria in excelsis Deo",

il Borgomastro canta, e questo è il giubileo.

 

(Roma, Marzo 2000. In vista del Giubileo il ministro degli interni Bianco e il sindaco di Rutelli decidono un giro di vite su tutto ciò che non è conforme e ordinano uno sgombero al campo rom di tor de’cenci. La notte del 3 Marzo, dopo le identificazioni e gli accertamenti, 37 rom vengono deportati in bosnia. 24 sono minorenni, 15 nati in Italia, non hanno mai visto il loro "paese d’origine". Della Mea scrive questa canzone, pubblicata su Liberazione a marzo del 2000 e poi inclusa nell’album "La Cantagranda" nell’autunno dello stesso anno. Esistono traduzioni in serbo, croato,romeno e ungherese.

Da: il deposito.org)

Alla bandiera rossa

Alla bandiera rossa
(Pier Paolo Pasolini Bologna 5/3/1922 – Ostia, Roma 2/11/1975)

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

I Funerali Di Berlinguer

 

 

I Funerali Di Berlinguer

(Modena City Ramblers)

Un popolo intero trattiene il respiro e fissa la bara,
sotto al palco e alla fotografia.
La città sembra un mare di rosse bandiere
e di fiori e di lacrime e di addii.

Eravamo all’Osteriola, una sera come tante,
a parlare come sempre di politica e di sport,
è arrivato Ghigo Forni, sbianchè come un linsol,
an s’capiva ‘na parola du bestemi e tri sfundon.

"Hanno detto per la radio che c’è stata una disgrazia,
a Padova è stato male il segretario del PCI"
Luciano va al telefono parla in fretta e mette giù
"Ragazzi, sta morendo il compagno Berlinguer".

Pipein l’è andè in canteina
a tor des butiglioun,
a i’am fat fora in tri quert d’ora,
l’era al vein ed l’ocasioun
a m’arcord brisa s’le suces
d’un trat as’sam catee
in sema al treno c’as purteva
ai funerel ed Berlinguer.

A Modena in stazione c’era il treno del partito,
ci ha raccolti tutti quanti, le bandiere e gli striscioni
a Bologna han cominciato a tirare fuori il vino
e a leggersi a vicenda i titoli dell’Unità.

C’era Gianni lo spazzino con le carte da ramino,
ripuliva tutti quanti da Bulagna a Sas Marcoun,
ma a Firenze a selta fora Vitori "al professor",
do partidi quattro a zero dopo Gianni l’è stè boun.

I vecc i an tachee
a recurder i teimp andee,
i de d’la resisteinza
quand’i eren partigian
a’n so brisa s’le cuntee
ma a la fine a s’am catee
in sema al treno c’as purteva
ai funerel ed Berlinguer.

Gli amici e i compagni lo piangono, i nemici gli rendono onore,
Pertini siede impietrito e qualcosa è morto anche in lui.
Pajetta ricorda con rabbia e parla con voce di tuono
ma non può riportarlo tra noi.

Roma Termini scendiamo, srotoliamo le bandiere,
ci fermiamo in piazza Esedra per il solito caffè
parte Gianni il segretario e nueter tot adree
per andare a salutare il compagno Berlinguer.

Con i fazzoletti rossi ma le facce tutte scure,
non c’era tanta voglia di parlare tra di noi,
po’ n’idiota da ‘na ca la tachè a sghignazer,
a g’lom cadeva a tgnir ferem Gigi se no a’l finiva mel.

A sam seimpre ste de dre
e quand’a sam rivee
la piaza l’era pina
"ma quant comunesta a ghè"
a’n g’lom cadeva a veder un caz
ma anc nueter as’ sam catee
in sema al treno c’as purteva
ai funerel ed Berlinguer

Pipein l’è andè in canteina
a tor des butiglioun,
a i’am fat fora in tri quert d’ora,
l’era al vein ed l’ocasioun
a m’arcord brisa s’le suces
d’un trat as’sam catee
in sema al treno c’as purteva
ai funerel ed Berlinguer.

Elevazione

Elevazione
(Charles Baudelaire Parigi, Francia 9/4/1821 – Parigi, Francia 31/8/1867)

Al di là degli stagni, delle valli e dei monti,
al di là dei boschi, delle nuvole e dei mari,
al di là del sole, al di là dell’aria,
al di là dei confini delle stellate sfere,

Tu, mio spirito, ti muovi con agilità
e, come buon nuotatore che gode tra le onde,
allegro solchi la profonda immensità
con indocile e maschia voluttà.

Fuggi lontano dai morbosi miasmi,
voli a purificarti nell’aria più alta,
e bevi, come un puro liquido divino,
il fuoco chiaro che colma spazi limpidi.

Le spalle alla noia e ai vasti affanni
che opprimono col loro peso la nebbiosa vita,
felice chi con ali vigorose
si eleva verso campi sereni e luminosi;

Chi lancia i pensieri come allodole
in libero volo verso il cielo del mattino,
– chi si libra sulla vita e comprende senza sforzo
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!

Continuità – Eppure Soffia

Continuità
(Walt Whitman West Hills, New York, USA 31/5/1819 – Camden, New Jersey, USA 26/3/1892)

Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità – nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l’apparenza non deve ingannare, né l’ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio – vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo – le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
con l’erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.

Eppure Soffia

(Pierangelo Bertoli 1942-2002)

 

E l’acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte

un’isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva

Eppure il vento soffia ancora
spruzza l’acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie

Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale
ha dato il suo putrido segno all’istinto bestiale
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario

e presto la chiave nascosta di nuovi segreti
così copriranno di fango persino i pianeti
vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli
i crimini contro la vita li chiamano errori

Eppure il vento soffia ancora
spruzza l’acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie

eppure sfiora le campagne
accarezza sui fianchi le montagne
e scompiglia le donne fra i capelli
corre a gara in volo con gli uccelli

Eppure il vento soffia ancora!!!

Il posto di una donna

Il posto di una donna
(Imtiaz Dharker n. Lahore, Pakistan 1954)
 
Devi stare attenta alla bocca, soprattutto
se sei una donna. Un sorriso
va soffocato con l’orlo del sari.
Nessuno deve vedere la tua serenità incrinata,
neppure dalla gioia.
 
Se ogni tanto hai bisogno di urlare, fallo
da sola, ma di fronte a uno specchio
dove puoi vedere la forma strana che prende la bocca
prima che la strofini via.
 
(Da “L’india dell’anima” a cura di Andrea Sirotti, editrice Le Lettere, anno 2000)

Canzona di Bacco

Canzona di Bacco

(Lorenzo de’ Medici 1449-1492)

 

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.

Queste ninfe hanno anco caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate:
ora insieme mescolate
suonon salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Mida vien dopo a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altro poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siàn, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò ch’a esser convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza

 

(Da Canti carnascialeschi)

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