Primavera

 

  Giornata Mondiale della Poesia

Primavera
(William Blake Londra, Regno Unito 28/11/1757 – Londra, Regno Unito 12/8/1827)

Suoni il Flauto!
ch’ora è muto.
E gli uccelli
giochin sempre;
usignoli
nella valle,
tordi in Cielo,
lieti lieti,
lieti l’Anno a festeggiare.

Ragazzino
tutto brio;
Ragazzina
dolce e piccola;
canta il gallo,
così voi;
gaia voce
il vostro chiasso,
lieti l’Anno a festeggiare.

Agnellino
eccomi qua;
vieni e leccami
sul collo;
fa’ ch’io tiri
il liscio Vello;
fa’ ch’io baci
il tuo musetto:
lieti l’Anno festeggiamo.

Dello stesso autore: EternitàGioia di bambinoGli auguri dell’innocenzaIl giardino dell’AmoreIl sorrisoLa TigreNon cercare mai

Felicità

   Giornata internazionale della felicità

Felicità
(Hermann Hesse Calw, Germania 2/7/1877 – Montagnola, Svizzera 9/8/1962 – Premio Nobel per la letteratura 1946)

Felicità: finché dietro a lei corri
non sei maturo per essere felice,
pur se quanto è più caro tuo si dice.

Finché tu piangi un tuo bene perduto,
e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,
tu non sai ancora che cos’è la pace.

Solo quando rinunci ad ogni cosa,
né più mete conosci né più brami,
né la felicità più a nome chiami,

allora al cuor non più l’onda affannosa
del tempo arriva, e l’anima tua posa.

Dello stesso autore: Canzone d’amoreCosì van le stelleDi notteEleonoraEstateFarfalla AzzurraFuga di giovinezzaGradiniIncominciaiLa felicità è amore, nient’altroOcchi scuriPerché ti amoScritto sulla sabbiaSettembreTi chiesiTutti i libri del mondo

A mio padre

A mio padre
(Leonardo Sinisgalli Montemurro, PZ 9/3/1908 – Roma 31/1/1981)

L’uomo che torna solo
A tarda sera dalla vigna
Scuote le rape nella vasca
Sbuca dal viottolo con la paglia
Macchiata di verderame.
L’uomo che porta così fresco
Terriccio sulle scarpe, odore
Di fresca sera nei vestiti
Si ferma a una fonte, parla
Con un ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
Ch’io guardo di lontano.
È un punto vivo all’orizzonte.
Forse la sua pupilla
Si accende questa sera
Accanto alla peschiera
Dove si asciuga la fronte.

(Da: Vidi le Muse, 1943)

Dello stesso autore: Appena ieriIl chiodoLa civetta della neveSanto Stefano 1938

Sfacciataggine cosmica

Sfacciataggine cosmica
(John Updike Reading, Pennsylvania, USA 18/3/1932 – Danvers, Massachusetts, USA 27/1/2009)

I neutrini, loro sono proprio piccoli:
non hanno carica e nemmeno massa
e non interagiscono per niente.
La Terra è nient’altro che una insulsa palla
per loro, che semplicemente ci passano attraverso
come donne delle pulizie in una sala piena di spifferi
o fotoni attraverso una lastra di vetro.
Essi snobbano i gas più sottili,
ignorano la più solida parete,
l’acciaio tenace e l’ottone sonoro,
insultano lo stallone nella sua stalla,
e, disdegnando le barriere di classe,
si infiltrano in te e me! Come alte
e indolori ghigliottine, cadono
attraverso le nostre teste giù nell’erba.
Di notte entrano nel Nepal
e perforano l’amante e la sua amata
da sotto il letto – per voi
è meraviglioso; per me è stupido.

(Da: Telephone Poles)

Carme 107

Carme 107
(Gaio Valerio Catullo Verona 84 a.C. – Roma 54 a.C.)

L’oggetto di un desiderio inestinguibile
– ogni sperare morto – ottenere
Dà gioia inesprimibile.
Ah ti ritorni al desiderio mio
Lesbia al mio desiderio tu ritorni
E mi riporti non sperata Lesbia
Perché la gioia mia senza confini
Sia più pura dell’oro. Che bel Giorno!
Con una pietra bianchissima
Lo segnerò. C’è un più felice
Mortale vivo?
Non è questa mia vita
la più desiderabile delle vite?

Dello stesso autore: Dobbiamo Lesbia mia vivere, amareE’ primaveraFacciamo cosìLa delusioneOh pazzo, basta! Povero Catullo

Che il Mediterraneo sia

Che il Mediterraneo sia
(Eugenio Bennato n. a Napoli il 16/3/1948)

Al baar al albiad al mutahuassed

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sola
tutta musica e tutta vele
su quell’onda dove si vola
tra la scienza e la leggenda
del flamenco e della taranta
e fra l’algebra e la magia
nella scia di quei marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia

Andare, andare, simme tutt’eguale
affacciati alle sponde dello stesso mare
e nisciuno è pirata e nisciuno è emigrante
simme tutte naviganti

Allez, allez il n’y a pas de barrière
nous sommes tous enfants de la même mer
il n’y a pas de pirate il n’y a pas d’émigrant
nous sommes tous des navigants

Che il Mediterraneo sia
la fortezza ca nun tene porte
addo’ ognuno po’ campare
d’a ricchezza ca ognuno porta
ogni uomo con la sua stella
nella notte del dio che balla
e ogni popolo col suo dio
che accompagna tutti i marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia

Andare andare alla stessa festa,
di una musica fatta di gente diversa
da Napoli che inventa melodia
ai tamburi dell’Algeria

Allez allez à la même fête
d’une musique qui va et jamais ne s’arrête
de Naples qui invente sa mélodie
aux tambours de l’Algérie

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sempre
navigando tra nord e sud
tra l’oriente e l’occidente
e nel mare delle invenzioni
quella bussola per navigare
Nina, Pinta e Santa Maria
e il coraggio di quei marinai
e quel viaggio che non smette mai
che il Mediterraneo sia

Al baar al albiad al mutahuassed

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sola
tra il futuro la poesia
nella scia di quei marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia

2002

Dello stesso autore: Il sorriso di Michela

Clausola

Clausola
(Carmen Camacho n. ad Alcaudete, Jaén, Spagna il 14/3/1976)

Ci sono danni che non copre l’assicurazione
combinata sulla casa, lo so.
Le chiamate perse, per esempio,
le lettere strappate, la corda di seta,
la notte che c’è dietro gli specchi,
questa piaga di vetri nel petto.
L’ablazione della mia sete.

Così presi la malattia dei saponi.

Per questo l’amai, con tutto il mio disgusto.
Contro la vita inquieta
fui vuoto nel suo vuoto, freddo nel portaoggetti,
materia immobile.
Lasciai crescere le pareti di questa casa
con me dentro.

Passarono secoli, secoli d’orologio.

Non abbonderò in dettagli, signorina.
Dirò solo che ho strappato la porta dai cardini,
che ho avuto la misericordia
di gettare nel fango
lo zucchero a velo,
che adesso entra luce nella mia dispensa.
Lo so, la polizza nemmeno contempla
l’amore verso terzi, il temporale di sole,
il tumulto nelle strade né la rivolta della formica.

Ma questo è un caso di delicatezza maggiore.

io chiamavo solo per dirle, amica,
che ho finito per concedermi
con tutti i rischi
l’incertezza di vivere
completamente spalancata.

Della stessa autrice: Proverò a non usare parole perfette

Posa il tuo piede sopra le mie spalle

Posa il tuo piede sopra le mie spalle
(Maria Grazia Calandrone n. a Milano il 15/10/1964)

Posa il tuo piede sopra le mie spalle
adopera la scala delle mie vertebre
che reggono l’atlante cerebrale
per calzare nel sacco della pelle
l’autosufficienza
della tua forma
trascorri nella cava delle ossa
come aria che suona
nelle canne degli organi
fai risuonare con il tuo respiro le pareti
dell’umida condotta di areazione
della mia gola e fai tremare l’albero bronchiale
radicato in prossimità del cuore
piega il vischio dei visceri
a formare il tuo nome
interra il massimo della tua luce nel forame
pupillare che è una spugna di luce dell’altro mondo
forma il nome del mondo con il corpo
fino a dare al mio corpo il nome del mondo. Piccoli tendini
collegheranno la sfera intelligente del tuo cranio
alla residenza mortale. Starai
come una differenza, una addizione
di splendore nel mio torrente circolatorio
fino a perdere il sangue
della solitudine
necessaria a consolidare il fenomeno
della nascita
nonostante la quale non smetterai
di stare in me come un elemento
del mio sangue perché saranno i filamenti radicali del corpo
prima della mia
volontà, a trasformare in ancora più amore
il disastro che ha fatto la tua croce
nella mia vita, a trasformare
l’osso esposto della croce
nell’aprile del non voler morire.

Della stessa autrice: Roma, all’improvviso, notteSe, da adulti, riappare

Vai alla barra degli strumenti