Quaderni di rose e civiltà

Quaderni di rose e civiltà
(Nicole Brossard n. a Montréal, Canada il 27/11/1943)

Poema per capire come
ci si possa piegare
ad un’idea
sfiorando coi capelli il fondo del silenzio

qualunque sia il mese qualunque la ferita
o il tenero colore del meriggio
tu anneghi nella
lingua la lingua e il suo salato mormorio

non ti scordare di voltare pagina
ad ogni gesto libero
perché l’ombra non cada
sulla facciata della solitudine

ancora certi giorni ancora io
aggiungo qualche cosa alla sostanza
dei volti conosciuti. Collare di memoria
e di animale salvato dall’abisso,
visto di spalle, collare: il verbo essere.

(Traduzione: Paolo Ruffilli)

Il miscredente

Il miscredente
(Elizabeth Bishop Worcester, Massachusetts, USA 8/2/1911 – Boston, Massachusetts, USA 6/10/1979 – Premio Pulitzer per la poesia 1956)

Dorme sulla cima dell’albero maestro.
Bunyan

Dorme sulla cima dell’albero maestro
con gli occhi serrati.
Sotto di lui si sciolgono le vele
come le lenzuola del suo letto, esponendo
all’aria notturna la testa del dormiente.

Trasportato lassù nel sonno,
nel sonno s’è raccolto
in una palla d’oro in cima all’albero,
o si è arrampicato dentro un uccello d’oro,
o alla cieca s’è seduto a cavalcioni.

“Ho pilastri di marmo a fondamenta”
ha detto una nube. “Non mi sposto mai.
Vedi i pilastri là nel mare?”.
Sicuro nell’introspezione adesso
scruta i liquidi pilastri del proprio riflesso.

Un gabbiano, le ali sotto le sue,
ha osservato che l’aria
“sembrava marmo”. Lui ha risposto “Quassù
torreggio per il cielo perché le ali
di marmo in cima alla mia torretta volano”.

Ma dorme sulla cima del suo albero maestro
con gli occhi sigillati.
Il gabbiano ha frugato nel suo sogno
che era: “Non devo finire tra i flutti.
Il mare luccicante mi vuole tra i suoi flutti.
È duro come il diamante; vuol distruggerci tutti”.

(Da. Miracolo a colazione, 2006)

Della stessa autrice: Chemin de ferInsonniaL’arte di perdereSono io

Le assassinate


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Le assassinate
(Gioconda Belli n. a Managua, Nicaragua il 9/12/1948)

Il minuscolo piede della donna
Fuoriesce da sotto il lenzuolo
Bello il piede, delicato.
Di certo gli piacerebbe andare con le unghie dipinte
Indossare scarpe alte ed eleganti.
L’altro piede conserva, tuttavia,
Il sandalo del quotidiano, da lavoro.

Non è difficile immaginarla contenta e spumeggiante
Quando vende arance o verdure al mercato
—Che vuole, signorina? Le faccio un buon prezzo—
E parla con la vicina della rampa
Mentre s’asciuga con lo strofinaccio
Perché fa caldo
È di quelle che arrivano a casa e mettono il figlio a fare i compiti
—Studia, ragazzo, sennò non diventerai mai nessuno—
E lava e stira
E quando il figlio dorme
Mentre guarda le notizie nel minuscolo televisore
Di fronte al letto,
Tira fuori la lima, l’acetone, si toglie la vecchia tinta dalle unghie
E con cura se le dipinge allo scorrere degli annunci.

Il giorno seguente,
Lo sposo, o lo scartato
Arriverà con la gelosia, la pendenza e l’orgoglio.
Sarà il grido, la manata
Ad ammazzarla affondandole un coltello nel petto.
Ancora incredula.
Lei cadrà al suolo di spalle.

Nella foto del quotidiano
Noi stessi vedremo il piede delicato
Spuntare da sotto il lenzuolo che copre il cadavere.
Vedremo l’altro piede ancora col sandalo su.
Piedi tristi. Senza neanche una padrona che le dipinga le unghie.

Piedi tristi. Un quotidiano.
A raccontare la stessa storia.

Della stessa autrice: E…E Dio mi fece donnaIo sono la tua indomita gazzellaLe profezie raccontanoNella dolente solitudine della domenicaNon mi pento di nienteNon si sceglieRegole del gioco per gli uomini che vogliano amare donne donneSempreVoglio uno sciopero dove incontrarci tutti

Poesia di Aurbun

Poesia di Aurbun
(Hayden Carruth Waterbury, Connecticut, USA 3/8/1921 – Munnsville, Stato di New York, USA 29/9/2008)

Un libro che leggevo stamattina
di Milan Kundera dice così: “Nell’algebra
dell’amore un figlio è il simbolo della magica

somma di due esseri”. E ora quella figlia
ha trentanove anni; soffre
di un cancro che ci hanno detto incurabile

e le sarà fatale. Sei stata sposata
per trent’anni a un altro uomo, ed io
ho sposato altre tre donne

e convissuto con sei –
una sciagura me è così, compiuta
e irrevocabile. Siamo vecchi. Tu hai

sessantanove anni e io settanta. Sarebbe
follia sentimentale dire di scorgere in te,
o tu in me, i lineamenti della nostra

giovinezza in amore. Eppure è vero. La tua voce
soprattutto mi riporta indietro. Siamo qui
perché nostra figlia, concepita a Chicago

in una bella notte d’aprile tanto tempo fa,
è tragicamente vulnerabile. Ci incontriamo angosciati,
in una disperazione muta. Ci incontriamo dopo anni

di separazione e di appena affettuosa
noncuranza. Ma è vero, vero, questa figlia
che è una donna matura, sofferente

con figli propri, è tuttora simbolo
di quella magica somma che eravamo, e in questa
sventura, senza parole o tocco o sguardo

furtivo, io mi stringo a te, e so
di essere accettato senza parole o tocco o sguardo
furtivo. Questa, così tardi, la crisi delle nostre vite.

Dello stesso autore: Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti
(Miriam Reyes n. a Ourense, Spagna il 29/12/1974)

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti.
Venivi a marcare il tuo bestiame smarrito.
Dicevi di avere il potere
e ti tremavano le mani.
Dicevi di avere il potere.

Tu, signore dell’ira, padrone della rabbia,
sulle pareti del mio corpo
le tue mani non picchiano più
cercando di entrare.


23 NOVEMBRE – MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE
ore 14.00 da Piazza della Repubblica
24 NOVEMBRE – ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA
ore 10.00 presso Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti 9A (San Lorenzo)

L’attimo sospeso

L’attimo sospeso
(Jorge Enrique Adoum Ambato, Ecuador 29/6/1926 – Quito, Ecuador 3/7/2009)

Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,
gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,

l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,
il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,
il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,
il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,
la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,
il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,
il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,
la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,
la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,
la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,
il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,
il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,
la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,
il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,
il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,
la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,
il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,
il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,
il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,
e l’indovino che andava a predire questa sventura,
sospesero di colpo quello che ognuno faceva,

ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani
per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,
ripresero le loro occupazioni abituali nel punto
in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

(Trad.: Raffaella Marzano)

Dello stesso autore: La visita

Le cose

Le cose
(Luis Felipe Vivanco San Lorenzo de El Escorial, Spagna 22/8/1907 – Madrid, Spagna 21/11/1975)

Le cose.
E la casa
serrata. (Inchiodare chiodi
per appendere i quadri.)
Aver casa. Avere
per sempre una sposa.
E amarla.
Guardarla
con occhi che riacquistano
il non sapere, amandola
senza parlare, a lei vicino,
con lei coincidendo
nello stesso sorriso.
Esser sempre vicino,
e sentirla lontana!
– esser cattivo, ad arte -,
ed esser buono.
E amarla.
Nei giorni e nelle ore
innanzi al puro, sensibile.
sfumato orizzonte
della piana mancega.
Vita nostra. Sì nostra
eppur mia! (Guardarla
muto, comprendendola.)
Signore, non è più necessaria
la morte! (Mi mancava
prima, sì, la sua inedita
metà.)
La neve, fuori,
si liquefa, soffice.
I cammini, invernali
i pioppi…
Ma la bimba
cresce e la nostra casa.

(Da: Continuación de la vida, 1949)

Una luce

Una luce
(Giammario Sgattoni Garrufo di Sant’Omero, TE 5/5/1931 – Teramo 22/8/2007)

Qui l’autunno non è, come una volta,
nelle foglie ingiallite, nelle piogge
«torrenziali e piangenti» (lo vedessi
il giardino dinanzi, vivo solo
del lamento di bimbi in brefotrofio: (1)
i pioppi quasi spogli due banani
già pavidi, uno svolo più irrequieto
di passeri, presago dell’inverno);
non è nei giuochi rari dei fanciulli,
nei gerani che mamma avviva ancóra
col suo fiato amorevole, nel colle
dove stracciano nuvoli le querce.
È in questa stanza, è dentro questi libri,
sul mio tavolo ingombro, nel cestino
colmo di carte inutili; è in questo
che sto scrivendo non felice addio.

È in te che sei lontana, che noti pensi
al ritorno d’un sole tramontato
troppo presto per noi, troppo rimpianto;
è in me che sotto schiavo di me stesso,
e attendo: attendo, con il tuo poeta,
che qui scocchi tutta luce dai castagni,
a lenire la pena del mio canto.

(ottobre 1962)

(1) Il brefotrofio era sito in Via Diaz a Teramo, nell’attuale sede del Liceo Artistico.
L’edificio e il relativo parco erano adiacenti all’abitazione dell’autore.

(Da: Serenata siciliana)

Gocce di rugiada del primo mattino

Gocce di rugiada del primo mattino
(Xu Zhimo Haining, Cina 15/1/1897 – Tai’an, Cina 19/11/1931)

Gocce di rugiada del primo mattino
ciascuna è trasparente sfera di cristallo,
tornan di nuovo le rondini
e nel vecchio nido non cessano di cinguettare;
Oh poeta! Non è ancora primavera nel mondo
ancora non zampillano libere
le fonti che tu creasti,
sogghigna! Non hai finito di sputare la fine giada dei monti
non hai finito di spargere le fini perle dei mari,
fondi i suoni degli strumenti,
ti nutri della luce degli astri!
Oh poeta! Non è ancora primavera nel mondo,
ancora non zampillano libere
le fonti che tu creasti!
Questo colpo di saetta
Scuote di tutto il cielo la foschia,
brillante sole nascente
ancora sorgi s’un trono dorato;
soffice vento del Sud
corruga il volto veemente dell’oceano
un gabbiano immacolato
penetra nubi e sorvola onde spensierato;
oh poeta! Non è proprio tempo di imbarcarsi
ancora non è pronto il tuo
peschereccio cantereccio!
Oh, guarda! In quell’onda bianca
carpe dalle ali dorate
tenere salamandre
polpe di gamberi e addomi di granchi!
Oh, veloce! Una rete da lancio, un amo,
piglia! Piglia!
I tuoi, tua moglie, figlio, parenti, amici
si sono goduti rarissime delicatezze.
Oh poeta! Non è proprio tempo di imbarcarsi,
ancora non è pronto il tuo
peschereccio cantereccio!
Oh poeta!
Oh, tu sei l’illuminato dello spirito di un’epoca!
Oh, tu sei l’integratore di pensiero e cultura!
Oh, tu sei il creatore del confine fra uomo e cielo!
Il tuo capitale sono fiumi, mare, vento e nubi,
uccelli, bestie, fiori, spiriti, fantasmi, mosche, zanzare,
una frase per nasconderlo: corpo astrale terra letterato cultura:
la tua immensa fornace è “marchiare leggermente crudelmente godendo”,
fiamma eterna “fumo persona avvolge dentro purezza”
raffinando poetica, bellezza, magnifica maestà,
tu sei l’allodola e la pispola in alto lassù
ovunque nei quattro mari non chiedi ad anni presenti e passati
diffondendo rarissime musiche splendide come broccato;
tu sei il vecchio filantropo che anima fatica e lavoro,
tu mostri l’infinito arcobaleno della bellezza autentica
tu dimori nel picco più alto della vita autentica.

(Traduzione di Fabio Grasselli)

Congedo

Congedo
(Billy Collins n. a New York, USA il 22/3/1941)

Esci, libretto,
da questa casa e vai per il mondo,

carrozza di carta che procedi per la città
trasportando un solo passeggero
fuori dalla portata di questa penna tremolante,
lontano dalla scrivania e dalla sua lampada inquisitoria.

È tempo di levare le tende,
mettersi addosso una copertina e avventurarsi là fuori,
è tempo che altri occhi ti guardino
che, così rilegato, mani straniere ti stringano.

E allora andate, infanti della mente,
con un saluto e qualche piccolo paterno consiglio:

state fuori fino e quando vi pare,
non preoccupatevi di scrivere o chiamare,
e parlate a quanti più sconosciuti potete.

(Da: Balistica, 2011)

Dello stesso autore: I morti ci guardano sempre dall’altoIl futuroLiu YungLo scoubidou