Blues dei rifugiati

Blues dei rifugiati
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Poniamo che in questa città vi siano dieci milioni di anime,
c’è chi abita in palazzi, c’è chi abita in tuguri:
Ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.

Avevamo una volta un paese e lo trovavamo bello,
Tu guarda nell’atlante e lì lo troverai:
Non ci possiamo più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,
A ogni primavera s’ingemma di nuovo:
I vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:
“Se non avete un passaporto voi siete ufficialmente morti”:
Ma noi siamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato: mi offrirono una sedia;
Cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
Ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitati a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:
“Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano”:
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire il tuono rombare nel cielo;
Era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: “Devono morire”;
Ahimè, pensava a noi, mia cara, ahimè, pensava a noi.

Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio,
Vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro:
Ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi.

Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
Vidi i pesci nuotare in libertà:
A soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza.

Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
Non sapevano di politica e cantavano a gola spiegata:
Non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani,
Mille finestre e mille porte;
Non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra.

Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve;
Diecimila soldati marciavano su e giù:
Cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.

Dello stesso autore: Alla fine il segreto viene fuoriBlues in memoriaFelice la lepre al mattinoGrazie, NebbiaIl cittadino ignotoLa verità, vi prego, sull’amoreLullabyUn altro tempo

Lullaby

Lullaby
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Appoggia, amore, il tuo capo assonnato
umano sul mio braccio senza fede;
in cenere riducono le febbri
e il tempo la bellezza individuale
dei bambini pensosi, e la tomba
mostra quanto sia effimero il bambino:
ma fino all’alba dentro le mie braccia
che la viva creatura s’abbandoni,
colpevole, mortale, ma per me
quella che sola ha intera ogni bellezza.

L’anima e il corpo limiti non hanno:
agli amanti, quando sono distesi
sul suo incantato e docile declivio
nella loro consueta tenerezza,
grave manda Venere la visione
d’una sovrannaturale armonia,
d’amore o di speranza universali;
mentre un’astratta intuizione sveglia
in mezzo ai ghiacciai e tra le rocce,
dell’eremita l’estasi carnale.

La certezza, la fedeltà trascorrono
al rintoccare delle mezzanotte
come le vibrazioni di campane,
e i pazzi levano secondo l’uso
il loro uggioso grido pedantesco:
il costo fino all’ultimo centesimo,
tutte le carte temute predicono,
sarà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio o un pensiero,
non un bacio, uno sguardo sia perduto.

Beltà, visione e mezzanotte muoiono:
possano i venti dell’alba che soffiano
soavi intorno al tuo capo sognante
mostrare un tale giorno di dolcezza
che l’occhio e il cuore scosso benedicano,
trovino sufficiente questo mondo
mortale; aridi meriggi ti vedano
nutrito dai poteri involontari,
notti violente ti lascino illeso
proseguire con ogni amore umano.

Dello stesso autore:
Alla fine il segreto viene fuori
Blues in memoria
Felice la lepre al mattino
Grazie, Nebbia
Il cittadino ignoto
La verità, vi prego, sull’amore
Un altro tempo

Grazie, Nebbia

Grazie, Nebbia
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Grazie, Nebbia
Abituato al clima newyorkese,
conoscendo lo Smog fin troppo bene,
mi ero dimenticato
di Te, la Sua Sorella immacolata,
di ciò che porti ai nostri inverni inglesi:
conoscenze native si risvegliano.

Acerrima nemica della fretta,
spauracchio di aerei e guidatori,
certo Ti maledice ogni volatile,
ma io sono felicissimo,
perché Ti sei convinta a visitare
le campagne incantevoli del Wiltshire
l’intera settimana di Natale,
e nessuno può correre
nel mio cosmo, ridotto
ad una villa antica e a quattro Monadi
legate da amicizia:
Io, Sonia, Jimmy e Tania.

Fuori un silenzio informe:
persino quegli uccelli spinti a stare
dal loro sangue caldo
qui intorno tutto l’anno,
come il bottaccio e il merlo,
da Te allettati frenano
il loro verso allegro,
nessun gallo si azzarda a strepitare,
e le cime degli alberi, visibili
appena, non stormiscono ma restano
immobili e condensano efficienti
in gocce esatte la Tua umidità.

Dentro, spazi accoglienti ben precisi
rendono confortevole
la lettura e il ricordo, i cruciverba,
le affinità, le risa:
ristorati da sapide cenette
e allietati dal vino,
sediamo lieti in cerchio,
ignari di noi stessi ma solerti
nei confronti degli altri,
cercando quanto più di approfittarne,
perché ben presto occorrerà rientrare,
finiti questi giorni di clemenza,
nel mondo del denaro e del lavoro,
dove si è attenti ad ogni punto e virgola.

Nessun sole d’estate potrà mai
dissolvere le tenebre totali
diffuse dai Giornali,
che vomitano in prosa trasandata
fatti violenti e sordidi
che non riusciamo, sciocchi, ad impedire:
la terra è un brutto posto,
eppure, per quest’attimo speciale,
così tranquillo ma così festoso,
ti rendo Grazie: Grazie, Grazie, Nebbia.

(Da: Grazie nebbia, 1974)

Dello stesso autore:
Alla fine il segreto viene fuori
Blues in memoria
Felice la lepre al mattino
Il cittadino ignoto
La verità, vi prego, sull’amore
Un altro tempo

Il cittadino ignoto

Il cittadino ignoto
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

A JS/07/M/378
LO STATO DEDICA
QUESTO MONUMENTO MARMOREO

L’Ufficio Statistico attesta
che mai fu fatta contro di lui querela,
e rapporto sulla sua condotta non si dà
che non lo giudichi un santo nel senso moderno di un termine antiquato,
perché in ogni atto egli servì la Comunità.
Tranne che in Guerra, finché andò in pensione
lavorò in una fabbrica e mai fu licenziato,
ma piaceva ai padroni, Fudge Motors Inc.
Eppure non era un crumiro né aveva idee bizzarre,
perché il Sindacato attesta che pagava le sue quote
(e ci è attestato che il Sindacato non mente)
e i nostri Assistenti Sociali hanno rilevato
che era popolare tra i suoi compagni e beveva di gusto.
La Stampa è convinta che comprasse ogni giorno un quotidiano
e che non reagisse alla pubblicità in modo strano.
Le polizze a suo nome mostrano che era assicurato a vita,
e il suo Libretto Sanitario prova che fu in ospedale una volta ma ne uscì guarito.
Le varie Ricerche di Mercato dichiarano
che sapeva usufruire dei Piani Rateali
e che aveva tutto quanto occorre all’Uomo Moderno,
un grammofono, una radio, un’auto e un frigo.
I vari Sondaggi d’Opinione rilevano soddisfatti
che aveva l’opinione giusta al momento giusto;
quando c’era la pace, voleva la pace; quando c’era la guerra, partiva.
Era sposato e accrebbe di cinque figli la popolazione,
numero perfetto secondo il nostro Eugenista per un padre della sua generazione,
e i nostri insegnanti riportano che non ostacolò mai i loro programmi.
Era libero? Felice? Che domande assurde:
se qualcosa non avesse funzionato, di certo ne saremmo informati.

(Da: Another time, 1940)

Dello stesso autore: Alla fine il segreto viene fuoriBlues in memoriaFelice la lepre al mattinoLa verità, vi prego, sull’amoreUn altro tempo

Alla fine il segreto viene fuori

Alla fine il segreto viene fuori
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Alla fine il segreto viene fuori,
come deve succedere ogni volta,
è matura la deliziosa storia
da raccontare all’amico del cuore;
davanti al tè fumante e nella piazza
la lingua ottiene quello che voleva;
le acque chete corrono profonde
mio caro, non c’è fumo senza fuoco.

Dietro il morto in fondo al serbatoio,
dietro il fantasma sul prato da golf,
dietro la dama che ama il ballo e dietro
il signore che beve come un matto,
sotto l’aspetto affaticato,
l’attacco di emicrania e il sospiro
c’è sempre un’altra storia,
c’è più di quello che si mostra all’occhio.

Per la voce argentina che d’un tratto
canta lassù dal muro del convento,
per l’odore che viene dai sambuchi,
per le stampe di caccia nell’ingresso,
per le gare di croquet in estate,
la tosse, il bacio, la stretta di mano,
c’è sempre un segreto malizioso,
un motivo privato in tutto questo.

Dello stesso autore: Blues in memoriaFelice la lepre al mattinoLa verità, vi prego, sull’amoreUn altro tempo

Un altro tempo

Un altro tempo
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Per noi come per gli altri esiliati,
come per gli incontabili fiori che non sanno contare
e tutti gli animali che non devono ricordare,
è oggi che viviamo.
Tanti provano a dire Non Ora,
tutti hanno dimenticato come
si dice Io Sono, e si sarebbero
persi, se avessero potuto, nella storia.
Per esempio, chinandosi con grazia tanto antiquata
alla bandiera giusta nel posto giusto,
borbottando come vecchi mentre s’arrampicano per le scale
del Mio e del Suo o del Nostro e del Loro.
Proprio come se il tempo fosse quel che volevano
quando ancora era dato in dono e in possesso,
proprio come se avessero torto
a non desiderare più d’appartenere.
Nessuna meraviglia se tanti muoiono di dolore,
tanti sono così soli quando muoiono;
nessuno ha ancora creduto o gradito una bugia:
un altro tempo ha altre vite da vivere.

Dello stesso autore: Blues in memoriaFelice la lepre al mattinoLa verità, vi prego, sull’amore

Felice la lepre al mattino

Felice la lepre al mattino
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Felice la lepre al mattino
Perché non sa leggere
I pensieri del cacciatore
Al risveglio.
Felice la foglia
Incapace di predire la caduta.
Felici invero le sparse alghe gelatinose
Soffocanti che fioriscono negli stagni
Lambiscono le sabbie del deserto
Ma cosa farà l’uomo
Il quale sa fischiettare melodie a memoria
Conosce la battuta esatta
A cui la morte lo fermerà netto
Come il grido del gabbiano
Che cosa può fare
Se non difendere se stesso dalla conoscenza?

Blues in memoria

Blues in memoria
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono
e regalate un osso al cane, affinché non abbai.
Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi,
che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti.

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo
e scrivano l’odioso messaggio: lui è morto.
Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni
e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri.

Lui era il mio nord, era il mio sud, era l’oriente e l’occidente,
i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa,
era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole.
Credevo che l’amore potesse durare per sempre. Be’, era un’illusione.

Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno.
Buttate via la luna, tirate giù il sole,
svuotate gli oceani e abbattete gli alberi.
Perché da questo momento niente servirà più a niente.

La verità, vi prego, sull’amore

La verità, vi prego, sull’amore
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Dicono alcuni che amore è un bambino e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino, che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare quello dei cammelli o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli? La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle cronache dei suicidi
e l’ho visto persino scribacchiato sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione su una chitarra o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo? Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace? La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare in un capanno, lì non c’era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead, e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo, o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie? Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro? È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte? La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare, proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo? Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita? La verità, vi prego, sull’amore.