Sonetto CIX

 GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
(Il 23 aprile è stato scelto dall’UNESCO in quanto è il giorno in cui sono morti nel 1616 tre importanti scrittori: lo spagnolo Miguel de Cervantes, l’inglese William Shakespeare e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega)

Sonetto CIX
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Non dire che fui falso nell’amare,
se assenza parve attenuare il mio affetto:
più di me stesso mi potrei privare
che dell’anima mia, che è nel tuo petto.

Lì ho dimora d’amore e, allontanato,
io lì ritorno, come il viaggiatore,
al tempo giusto e dal tempo immutato,
con l’acqua per lavarmi il disonore.

Credimi, anche se la mia natura
avesse ogni umana impurità,
mai si potrebbe fare così impura

da regalare le tue bontà:
per me senza di te, il cosmo è niente
mia rosa; tu sei tutto l’esistente.

Dello stesso autore:
L’orrore del realeSonetto XIISonetto XVIIISonetto XXIVSonetto XXVSonetto XXVIISonetto XXIXSonetto XXXSonetto XLVI e XLVIISonetto LXIISonetto LXXSonetto LXXVSonetto XCIISonetto CXVISonetto CXXVIIISonetto CXLITutto il mondo è un palcoscenico

Tutto il mondo è un palcoscenico

Tutto il mondo è un palcoscenico
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Jacques:
Tutto il mondo è palcoscenico. E tutti gli uomini e tutte le donne non sono che attori… con le loro entrate, le loro uscite… Ciascuno nella vita recita varie parti… i suoi atti essendo sette età. Il primo è l’infante che vagisce e sbava in braccio alla nutrice. Poi il piagnucolante scolaro… con la sua cartella e il viso fresco e mattutino… che striscia con passo di lumaca verso la deprecate scuola. E poi l’innamorato… sospiroso come una fornace… con la sua melanconica ballata. Gloria delle ciglia della sua bella. Poi, il soldato. Facile alla bestemmia straniera e barbuto come un leopardo. Puntiglioso sull’onore. Pronto e violento alla lite. Sempre in caccia di una gloria vana fin sulla bocca d’un Cannone. Poi il giudice… con la sua rotonda pancia sazia di un buon cappone, sguardo severo… barba ben tagliata. Sempre pieno di sagge massime e di luoghi comuni. E così recita la sua parte. La sesta età lo muta nel magro e squallido Pantalone… con gli occhiali sul naso, e la borsa al fianco… e le sue calze della Gioventù ben conservate sono troppo larghe per le sue gambe scheletrite. E la voce un tempo robusta… è tornata al falsetto dell’infanzia… e sibila e geme. L’ultima scena di tutte… la fine di questa strana e avventurosa storia è la seconda infanzia e il totale oblio… senza più vista… senza più denti… senza gusto… senza niente.

(Da: “Come vi piace” atto II, scena VII)

Dello stesso autore:
L’orrore del reale
Sonetto XII
Sonetto XVIII
Sonetto XXIV
Sonetto XXV
Sonetto XXVII
Sonetto XXIX
Sonetto XXX
Sonetto XLVI e XLVII
Sonetto LXII
Sonetto LXX
Sonetto LXXV
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXXVIII
Sonetto CXLI

Sonetto LXXV

Sonetto LXXV
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita,
Come le piogge di primavera sono per la terra;
E per goderti in pace combatto la stessa guerra
Che conduce un avaro per accumular ricchezza.

Prima orgoglioso di possedere e, subito dopo,
Roso dal dubbio che il tempo gli scippi il tesoro;
Prima voglioso di restare solo con te,
Poi orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.

Talvolta sazio di banchettare del tuo sguardo,
Subito dopo affamato di una tua occhiata:
Non possiedo nè perseguo alcun piacere
Se non ciò che ho da te o da te io posso avere.

Così ogni giorno soffro di fame e sazietà,
Di tutto ghiotto e d’ogni cosa privo.

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L’orrore del reale
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Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXXVIII
Sonetto CXLI

Sonetto CXXVIII

Sonetto CXXVIII
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Quante volte mentre tu, mia musica, suoni
quel fortunato legno il cui vibrar risponde
sotto le tue dolci dita, e moduli con grazia
armoniosi accordi che turbano il mio ascolto,

io invidio quei tasti che agili sobbalzano
per baciare il tenero incavo della tua mano;
mentre queste mie labbra che mieterebbero tal messe,
accanto a te arrossiscono per l’ardire di quei legni.

Per esser così eccitate, cambierebbero natura
e posto con quei saltellanti tasti,
sui quali le tue dita scorrono con dolce movimento
rendendo un morto legno più felice di vive labbra.

Se quei tasti impertinenti gioiscono di questo,
lascia loro le tue dita, a me le labbra da baciare.

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Sonetto XXX
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Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXLI

Sonetto XLVI e XLVII

Sonetto XLVI e XLVII
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Sonetto XLVI

   Cuore e occhi miei sono in mortale guerra
sul come dividere la conquista del tuo sembiante.
Gli occhi vorrebbero negare al cuore la tua immagine,
e il cuore contesta agli occhi una tale pretesa.
   Il mio cuore allega che tu riposi in lui,
scrigno mai violato da importuni sguardi;
gli avversari rifiutano l’asserto e dicono
che il tuo bel volto è riposto in loro.
   A dirimere la questione una giuria è convocata
di pensieri, che del cuore sono vassalli,
e col loro verdetto determinano la spettanza
degli occhi e del mio affettuoso cuore,
   Così: agli occhi la tua visibile sembianza,
e al cuore, per diritto, il tuo intimo segreto amore.

Sonetto XLVII

   Fra l’occhio e il cuore s’è stretta alleanza
adesso, e l’un rende l’altro servigi,
quando l’occhio mi ha fame di uno sguardo
o sfanno il cuor gli amorosi sospiri:
   del mio amore fa festa con l’immagine
l’occhio, e il cuor chiama al dipinto banchetto;
all’occhio ospite è il cuore in altri casi
e i pensieri d’amor con lui parteggia.
   Così, in immagine o nell’amor mio,
lontano, sei con me presente sempre:
Dei pensieri più in là non puoi fuggire
e sempre io son con loro e lor con te,
   o, se dormono, l’immagine appare
e il cuor risveglia, e il cuore e l’occhio affascina.

Dello stesso autore:
L’orrore del reale
Sonetto XII
Sonetto XVIII
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Sonetto XXV
Sonetto XXIX
Sonetto XXVII
Sonetto XXX
Sonetto LXII
Sonetto LXX
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXLI

L’orrore del reale

L’orrore del reale
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

L’orrore del reale
è nulla contro l’idea dell’orrore.
I miei pensieri, solo virtuali omicidi,
scuotono la mia natura di uomo;
funzione e immaginazione si mescolano;
e nulla è, se non ciò che non è.

(Da: Macbeth: atto I, scena III)

Dello stesso autore:
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Sonetto LXX
Sonetto XCII
Sonetto CXVI
Sonetto CXLI

Sonetto XII

Sonetto XII
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Quando seguo l’ora che batte il passar del tempo
e vedo il luminoso giorno spento nella tetra notte,
quando scorgo la viola ormai priva di vita
e riccioli neri striati di bianco,
quando vedo privi di foglie gli alberi maestosi
che un dì protessero il gregge dal caldo
e l’erbe d’estate imprigionate in covoni
portate su carri irte di bianchi ed ispidi rovi,
allor, pensando alla tua bellezza, dubbio m’assale
che anche tu te ne andrai tra i resti del tempo,
perché grazie e bellezze si staccan dalla vita
e muoiono al rifiorir di altre primavere:
e nulla potrà salvarsi dalla lama del Tempo
se non un figlio che lo sfidi quand’ei ti falcerà.

Dello stesso autore: Sonetto XVIIISonetto XXIVSonetto XXVSonetto XXIXSonetto XXVIISonetto XXXSonetto LXIISonetto LXXSonetto XCIISonetto CXVISonetto CXLI

Sonetto XXV

 GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE

 Shakespeare 1616-2016: 400° anniversario dalla morte

Sonetto XXV
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Coloro che hanno le stelle favorevoli
si vantino pure di pubblici onori e di magnifici titoli,
mentre io, cui la fortuna nega un simile trionfo,
gioisco, non visto, di ciò che più onoro.
I favoriti dei grandi principi schiudono i loro bei petali
come la calendula sotto l’occhio del sole,
e in loro stessi il loro orgoglio giace sepolto,
poiché, a un cipiglio, essi nella loro gloria muoiono.
Il provato guerriero, famoso per le sue gesta,
sconfitto che sia una volta pur dopo mille vittorie,
è radiato per sempre dal libro dell’onore,
e dimenticato è tutto ciò per cui si era impegnato.
Allora felice io, che amo e sono riamato
da chi non posso lasciare, né essere lasciato.

Dello stesso autore: Sonetto XVIIISonetto XXIVSonetto XXIXSonetto XXVIISonetto XXXSonetto LXIISonetto LXXSonetto XCIISonetto CXVISonetto CXLI

Sonetto XXX

 GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
(Il 23 aprile è stato scelto dall’UNESCO in quanto è il giorno in cui sono morti nel 1616 tre importanti scrittori: lo spagnolo Miguel de Cervantes, l’inglese William Shakespeare e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega)

Sonetto XXX
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Quando alle assise del dolce tacito pensiero
convoco la rimembranza di passate cose,
sospiro allora per l’assenza di più d’una.
e con le antiche pene lamento, in più, lo spreco
del caro tempo. E inondo l’occhio, non uso al pianto,
per i dolci amici celati in notte eterna,
e di nuovo piango per pene d’amor pur consumate,
e gemo per molte visioni ormai perdute.
Allor mi dolgo per affanni già sofferti,
e gravemente ripercorro, di pena in pena,
il triste conto di lamenti già lamentati,
che nuovamente ripago, come non già pagato.
Ma se intanto il pensier va a te, caro amico,
le perdite si ristorano e l’affanno ha fine.

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Sonetto XXIX

450 ANNI DALLA NASCITA DI WILLIAM SHAKESPEARE 

Sonetto XXIX
(William Shakespeare Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito 23/4/1616)

Talora, venuto in odio alla Fortuna e agli uomini,
Io piango solitario sul mio triste abbandono,
E turbo il cielo sordo con le mie grida inani,
E contemplo me stesso, e maledico la sorte,

Agognandomi simile a tale più ricco di speranze,
Di più belle fattezze, di numerosi amici,
Invidiando l’ingegno di questi, il potere di un altro,
Di quel che meglio è mio maggiormente scontento;

Ma ecco che in tali pensieri quasi spregiando me stesso,
La tua immagine appare, e allora muto stato,
E quale lodola, al romper del giorno, si innalza

Dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo:
Poiché il ricordo del dolce tuo amore porta seco
Tali ricchezze, che non vorrei scambiarle con un regno

Dello stesso autore: Sonetto XVIIISonetto XXIVSonetto XXVIISonetto LXIISonetto LXXSonetto XCIISonetto CXVISonetto CXLI