Ombre di Achille e Pentesilea

Ombre di Achille e Pentesilea
(Vasco Graça Moura Foz do Douro, Porto, Portogallo 3/1/1942 – Lisbona, Portogallo 27/4/2014)

“Quando non ci sei, non mi esci di mente”,
mormorava il guerriero ed aggiunse
“e quando ci sei, io non riesco
a distogliere gli occhi da te né ho bisogno

di dirtelo perché lo sai molto bene”.
Lei assentì in un cenno impercettibile.
Entrambi sentivano voluttà e timidezza
e paura che il tempo non bastasse.

Una corda vibrava, intima e fonda
al suono di quel che dicevano o tacevano,
ancor più se tacevano. Tutto era così urgente
ed è così breve la vita, breve vita

che mezze parole arrivavano a sconvolgere.
Dal mondo li preservava un pudore insperato
come il cavo della mano protegge la fiamma
d’un fiammifero sfregato contro il vento

ed era forse tutto in bianco e nero,
leggermente sfocato nella nebbia che saliva
dalle acque, come la gioventù oziosa, quando,
perduta la vita per delicatezza, con Rimbaud,

si espone al soprassalto insperato.
Neppure prolungata la vita si risolve.
Restano soavi malinconie sfumate.
Egli andava costruendo così la sua torre più alta,

per respirare senza distogliere gli occhi da lei
e senza che lei gli uscisse di mente,
ma non sapendo con certezza che fare:
erano forse per sempre sventurati,

e cercavano forse dolci complicità,
come se il desiderio fosse un gioco fatto
di azzardo e di disperazione a fine notte.
Qui starebbe la radice della loro infelicità

e per delicatezza si sarebbero rovinati la vita.
Questa sarebbe la gromma dell’interdetto,
fatto di cui non dissero né osarono,
che più avrebbe giovato se non fosse stato così,

anche se Pentesilea si allontanava dalle ombre,
anche se il figlio di Peleo oltrepassava la morte,
anche se il sole incendiava le pietre
che incorporarono per sempre il loro mito alle parole.