Il nome dei gatti

Il nome dei gatti
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista,
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro, Augusto, o come
Alonzo, Clemente;
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi si possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
nome Babalurina o Mostradorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile unico NOME.

(Da: Il libro dei gatti tuttofare)

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Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock

Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

                                                                      S’i’ credesse che mia risposta fosse
                                                                      A persona che mai tornasse al mondo,
                                                                      Questa fiamma staria senza più scosse.
                                                                      Ma però che già mai di questo fondo
                                                                      Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
                                                                      Senza tema d’infamia ti rispondo.
                                                                      (Dante, Inferno, canto 27, vv. 61-66)

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi;
Andiamo. Per certe semideserte strade,
Ritrovi mormoranti
Di chi passa notti agitate in alberghi da poco,
E restaurants sparsi di segatura e gusci d’ostrica;
Strade che si susseguono come un tedioso argomento
D’ingannevole intento
E c’inducono ad una domanda opprimente…
Oh, non chiedete: «Cos’è?».
Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che strofina il muso sui vetri della finestra
Ha lambito con la lingua gli angoli della sera,
Ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli,
S’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,
E’ scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,
E vedendo che era una tenera sera d’ottobre
S’è inanellato intorno alla casa, e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scorre lungo la strada,
Strofinando il dorso sui vetri della finestra;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare un viso per affrontar quelli che incontri;
Ci sarà tempo per assassinare e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
Che sul tuo piatto sollevino e lascino cadere una domanda;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un crostino e tè.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E infatti ci sarà tempo
Di chiedersi «Avrò il coraggio?» e «Avrò il coraggio?»
Tempo di tornare indietro e scendere la scala,
Con una piazza in mezzo ai miei capelli…
(Diranno: «Come gli si diradano i capelli!».)
Il mio abito da mattina, il colletto che saldo sale al mento,
La cravatta di buon gusto e modesta ma fatta valere da un semplice spillo…
(Diranno: «Come son magre le sue braccia e le sue gambe!».)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà.

Perché già tutte, ormai le ho conosciute, tutte le ho conosciute…
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;
Conosco le voci languenti con una cadenza languente
Sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.
   Così che dovrei credere?

Ed ho conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti…
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando son formulato, dibattendomi su uno spillo,
Quando son appuntato e mi contorco sul muro,
Allora come potrei cominciare
A sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?
   E che dovrei credere?

E conosciuto ho già tutte le braccia, le ho conosciute tutte…
Braccia adorne di braccialetti e bianche e nude
(Ma alla luce delle lampade, coperte di lanugini castane!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate lungo un tavolo, avvolte in uno scialle.
   E allora che dovrei credere?
   E come dovrei cominciare?
. . . . . . . . . . . .
Dirò, all’imbrunire ho vagato per strade strette
E ho guardato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini soli e scamiciati ai davanzali?…

Avrei dovuto esser due ruvide branche
In corsa sul fondo di mari silenziosi.
. . . . . . . . . . . . .
E il pomeriggio, la sera, dorme quieto così!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato… stanco… o malato immaginario
Sdraiato sul pavimento, qui accanto a te e a me.
Dovrei, dopo il tè, i gelati e i dolci
Aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,
Sebbene abbia visto la mia testa (divenuta calva) portata su un vassoio,
lo non sono un profeta… e questo non m’importa;
Ho veduto il momento della mia grandezza vacillare,
Ho veduto l’eterno Valletto tenermi il soprabito e ghignare,
E in breve, ne ero spaventato.

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
Fra le porcellane, fra qualche chiacchiera tua e mia,
Sarebbe valsa la pena,
Di farla finita con un sorriso,
Di comprimer l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda opprimente,
E dir: «Son Lazzaro, venuto dai defunti,
Tornato a dirti tutto, e dirò tutto…».
Se uno, accomodandole il guanciale presso il capo,
   Dicesse: «Questo non è quello che intendevo.
   No, non così».

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti, i cortili e le strade spruzzate,
Dopo i romanzi, le tazze del tè, le sottane che frusciarono sul pavimento –
E questo, o molto più? –
È impossibile dire proprio quel che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno schermo:
Sarebbe valsa la pena,

Se uno, aggiustando un guanciale o levandole uno scialle di dosso,
Volgendosi verso la finestra, dicesse:
   «No, non così,
   Questo non è quello che intendevo.»
. . . . . . . . . . . . .
No! Non sono il principe Amleto, né destinato ad esserlo;
Sono un cortigiano del seguito, uno che servirà
Per ingrossare un corteo, avviare una scena o due,
Consigliare il principe; senza dubbio, un docile strumento,
Ossequiente, contento d’esser utile,
Politicone, cauto e meticoloso;
Pieno di solenni sentenze, ma un po’ ottuso;
Quasi ridicolo, a volte, veramente,
E, quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i calzoni arrotolati in fondo

Dividerò i miei capelli sulla nuca? E a mangiare una pesca avrò coraggio?
Porterò calzoni di flanella bianca e a spasso andrò sulla marina.
Ho sentito cantare le sirene, l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.
Le ho viste cavalcare l’onde verso il largo
Pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi
Quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nell’alcove del mare abbiam languito
Vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune
Finché voci umane ci destano, e anneghiamo.

Dello stesso autore: AnimulaAprile è il mese più crudeleI disoccupatiLa coltura degli alberi di NataleLa morte per acquaNoi non sappiamo molto del futuro…Una dedica a mia moglie

Animula

Animula
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

"Esce di mano e Dio, l’anima semplicetta"
E volge a un mondo piatto di mutevoli luci e di rumore,
Alla luce e alla tenebra, alla secchezza o all’umido, al gelo o al calore;
Si muove tra le zampe di tavole e sedie,
Alzandosi o cadendo, afferrandosi a baci e balocchi,
Avanza ardita, all’improvviso allarma, si rifugia
Nell’angolo di un braccio o di un ginocchio, pronta a farsi
Rassicurare, prendendo diletto
Del fragrante brillìo dell’albero di Natale,
e diletto del vento, della luce del sole e del mare;
Studia sul pavimento il gioco della luce
E cervi in fuga attorno a un vassoio d’argento;
Confonde il fantastico e il vero,
Lieta di carte da gioco e re e regine,
Di ciò che fanno le fate e i servi dicono.
Il pesante fardello dell’anima che cresce
Rende perplessi e offende sempre più, di giorno in giorno;
Di settimana in settimana offende e sempre più
Rende perplessi con gli imperativi dell’essere e dell’apparire
E del si può e non si può, del desiderio come del ritegno.
Il dolore del vivere e la droga dei sogni
Piegano l’anima piccola che siede
Accanto alla finestra dietro l’encyclopaedia Britannica.
Esce di mano al tempo l’anima semplicetta
Irresoluta ed egoista, deforme, zoppiccante,
Incapace di spingersi in avanti come di retrocedere,
Timorosa della calda realtà, del bene offerto,
Negando il sangue come un importuno,
Ombra delle sue stesse ombre, spettro della sua tenebra,
Lasciando carte in disordine in una stanza polverosa;
Vivendo per la prima volta nel silenzio che segue al viatico.
Prega per Guiterriez, avido di successo e di potere,
Per Boudin saltato in pezzi,
Per chi ha fatto una grande fortuna,
E per chi seguì la sua strada.
Prega per Floret, sbranato dai segugi fra gli alberi di tasso,
Prega per noi ora e nell’ora della nostra nascita.

Dello stesso autore: Aprile è il mese più crudeleI disoccupatiLa coltura degli alberi di NataleLa morte per acquaNoi non sappiamo molto del futuro…Una dedica a mia moglie

I disoccupati

I disoccupati
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
E il viso basso
Stiamo in piedi all’aperto
E tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
Sui campi vuoti, incolti
Dove l’aratro è inerte, messo di traverso
Al solco. In questa terra
Ci sarà una sigaretta per due uomini,
Per due donne soltanto mezza pinta
Di birra amara. In questa terra
Nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta, la nostra morte
Non è citata dal “Times”.

Dello stesso autore: Aprile è il mese più crudeleLa coltura degli alberi di NataleLa morte per acquaNoi non sappiamo molto del futuro…Una dedica a mia moglie

La morte per acqua

La morte per acqua
(Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi di maturità e gioventù
entrambi nei gorghi.
Gentile o Giudeo
o tu che giri la ruota e guardi nella direzione del vento
pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari tuo.

Dello stesso autore: Aprile è il mese più crudeleLa coltura degli alberi di NataleNoi non sappiamo molto del futuro…Una dedica a mia moglie

Noi non sappiamo molto del futuro…

Noi non sappiamo molto del futuro…
(
Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

Noi non sappiamo molto del futuro
o solo questo: di generazione in generazione
è un ripetersi di cose sempre uguali.
Gli uomini non imparano molto
dall’esperienza degli altri.
Ma nella vita di un uomo
non torna mai lo stesso tempo. Spezzare
la corda, cambiar pelle. Solo il pazzo,
prigioniero di una follia, può pensare
di far girare la ruota sulla quale egli gira.

(Da: Assassinio nella cattedrale, 1974)

La coltura degli alberi di Natale

La coltura degli alberi di Natale
(
Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale,
e alcuni li possiamo trascurare:
il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,
il rumoroso (essendo i bar aperti fino a mezzanotte),
e l’infantile – che non è quello del bimbo
che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato
spiegante l’ali alla cima dell’albero
non solo una decorazione, ma anche un angelo.
Il fanciullo stupisce di fronte all’albero di Natale:
lasciatelo dunque in spirito di meraviglia
di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto;
così che il rapimento splendido, e lo stupore
del primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto
dei primi doni ricevuti (ognuno
con un profumo inconfondibile e eccitante),
e l’attesa dell’oca o del tacchino, l’evento
atteso e che stupisce al suo apparire,
e reverenza e gioia non debbano
essere mai dimenticate nella più tarda esperienza,
nella stanca abitudine, nella fatica, nel tedio,
nella consapevolezza della morte, nella coscienza del fallimento.

Aprile è il mese più crudele

Aprile è il mese più crudele
(
Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia di primavera

(da: La Terra Desolata, 1922)

Una dedica a mia moglie

Una dedica a mia moglie
(
Thomas Stearns Eliot Saint Louis, Usa 26/9/1888 – Londra, Regno Unito 4/1/1965 – Premio Nobel per la letteratura 1948)

A cui devo la gioia palpitante
Che tiene desti i miei sensi nella veglia,
E il ritmo che governa il riposo nel sonno,
Il respiro comune

Di due che si amano, e i corpi
Profumano l’uno dell’altro,
Che pensano uguali pensieri
E non hanno bisogno di parole
E si sussurrano uguali parole
Che non hanno bisogno di significato.

L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare
Il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose
Nel giardino di rose che è nostro ed è nostro soltanto

Ma questa dedica è scritta affinché altri la leggano:
Sono parole private che io ti dedico in pubblico.