Le cose che mi dico mentre stendo i panni

Le cose che mi dico mentre stendo i panni
(Ruth Stone Roanoke, Virginia, USA 8/6/1915 – Ripton, Vermont, USA 19/11/2011)

Se una formica che attraversa la corda tesa
tra un melo e l’altro
si mettesse a pensare senza tregua
è probabile che mai e poi mai riuscirebbe a inventarsi Albert Einstein.
Ma neppure quei baffi disordinati,
o quelle borse rugose sotto gli occhi
che anni dopo gli si sono gonfiate,
dopo essersi sognato quella esasperante relatività.
Perfino i panni stesi sono tridimensionali.
Le formiche attraversano le grandi foreste fibrose
da una molletta all’altra,
portandosi tra le mandibole o nella sacca proprio il cuore della vita,
il cuore stesso dell’universo nelle loro molecole di acido formico.
E come sono fresche le lenzuola,
quando la notte ti ci stendi dentro,
e ti sembra di essere la sola sulla montagna,
e il tuo corpo sente la setosa carezza del letto
come l’amore sulla tua pelle
e quella sacca pesante che sei tu si rilassa nel suo abbraccio.
Quando spegni la luce,
sei cieca nell’oscurità
forse come lo sono le formiche,
con quello stesso balzo d’astrazione fuori da questa dimensione limitante.
Così che la curva stessa della luce, attratta nella fossetta dello spazio,
è relativa al tuo stesso percorso cieco attraverso l’abisso.
E lì al buio c’è Albert Einstein
con la sua formula sagace che assomiglia a quelle piccole mandibole
che traforano la terra
e la sollevano, granello per granello,
mentre esplodono i cristalli di sabbia
nella calda turbolenza d’un bianco raggiante,
ti sorride, quel sorriso timido e irsuto,
su una linea immaginaria da qui a lì.