Mostro


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Mostro
(Robin Morgan n. a Lake Worth, Florida, Stati Uniti il 29/1/1941)

Ascolta. Stanotte sto rallentando la morte
dentro di me.
Non voglio cominciare a elencare la lista
di stupri e bruciature e percosse e sorrisi
e malumori e rabbie e tutto il resto
che avete sbattuto sopra le donne in tutta la vostra storia
(a cui non abbiamo partecipato – anche se dio lo sa che ci abbiamo provato)

insieme ai vostri corpi pesanti, esigenti stesi sui nostri
mentre il vostro sperma orgoglioso, la sua liquida arroganza,
soffocava i nostri pori –
stanotte no.

Sono stanca di registrare il vostro trionfo e la nostra oppressione,
proprio stanotte che i due uomini che amo –
uno quello con cui vivo, il padre di mio figlio, e con il quale
esigo di vivere la mia lotta, vitale e mortale insieme –
stanotte che voi due sedete al tavolo di cucina recitando
un elaborato rituale di ciò che voi credete lotta
ma non inganna nessuno. La vostra comune oppressione, il dolore,
e l’amore come "effemministi" in un modo patriarcale che brucia,
non riescono ancora a liberarvi dai giochi di potere della virilità.

Il bambino dorme nell’altra stanza. Bianco. Maschio. Americano.
Potenzialmente la più potente e mortale creatura
della specie.
I capelli, diomio, si arricciolano in teneri virgulti umidi
per il sudore del suo sonno estivo. Non è ancora, e mai lo sarà
se ci riesco, "un vero uomo".
Ma due giorni fa vedendomi nuda per la cinquecentesima volta
in meno di due anni di vita, improvvisamente
ha pensato alla creatura pelosa che sbadiglia
nel suo programma preferito in televisione:
ha connesso quell’immagine con i miei genitali; ha riso,
e detto, "Mostro".

Voglio la rivoluzione delle donne come si vuole un amante.
La desidero; voglio così tanto questa libertà.
la fine della lotta della paura e delle bugie
che tutti respiriamo, che potrei morire
nell’appassionata pronuncia di quel desiderio.
Per una sola volta in questa mia sola vita vorrei danzare
tutta sola e nuda su un picco roccioso sotto i cipressi
senza paura di dove metto i piedi.
Intravedere cosa avrei potuto essere,
e non diventerò mai, mai, se non avessi dovuto "sprecare la vita"
a lottare per ciò che la mancanza di libertà mi impedisce persino
di intravedere.
Chi detesta la violenza rifiuta di ammettere
che la sta già vivendo, e la fa.
Chi si abbandona alla "soluzione privata",
l’ "odissea privata", "la crescita personale",
è il più conformista di tutti,
perché ammettere la sofferenza è cominciare
a creare la libertà.
Chi ha paura di morire rifiuta di ammettere che è già morto.
Bene, io sto morendo stanotte soffocata dalla disperazione,
dal peso morto della lotta
anche contro quei pochi uomini che amo
e di cui m’importa sempre meno
mano a mano che mi uccidono.

Mi capisci? Morire. Impazzire.
Davvero. Senza metafore.
Delirare le reti sottili dell’arcobaleno
come ragnatele dappertutto sulla pelle
e sognare sempre più spesso quando riesco a dormire
di essere uccisa o di uccidere.
Dolce rivoluzione come vorrei che queste lacrime di donna
che mi scendono giù per la mia faccia in silenzio proprio ora fossero pallottole;
ogni parola che scrivo, ogni tasto della macchina da scrivere
una pallottola per uccidere quel qualcosa nell’uomo
che ha costruito questo impero, colonizzato il mio stesso corpo,
e poi chiamato "Mostro" la sua colonia.

Sono una "che odia gli uomini", hanno detto.
Non ho il tempo e la pazienza di dire di nuovo perché e come
non odio gli uomini ma ciò che gli uomini fanno in questa cultura,
o come il sessismo, il potere e la competizione
è il nemico – non le persone, ma il fatto che gli uomini hanno creato
questo sistema e lo conservano e ne traggono profitti concreti.
Parole e retorica che immediatamente
sgorgano dalle mie vene appena le sfiora
il filo del rasoio dell’amore umanitario. Basta.
Dirò, invece, che voi uomini dovrete essere liberati,
anche se noi donne dovremo spingervi a calci nella libertà, uccidervi
dato che i più di voi sceglieranno la morte con gioia
piuttosto che rinunciare al potere di avere il potere.

Compassione per gli impulsi suicidi dei nostri assassini? Bene,
una volta in aereo l’uomo seduto nella fila accanto,
un paraplegico della seconda guerra mondiale,
completamente morto dalla vita in giù,
che si muoveva avanti e indietro nella sua sedia a rotelle, passò tutto il tempo
a divorare le pagine sportive del giornale
e poi le riviste di sport,
facendo notare ad alta voce a chiunque l’ascoltasse
(sopratutto le hostess) quale atleta fosse "un vero uomo"
Due uomini seduti dietro di me discussero tutto il tempo
quali isole dei Caraibi erano meglio per andare a puttane,
quale colore di culo fosse più sensuale e compiacente.
Le hostess gli sorridevano e gli servivano il caffè.
Mi aggrappai ai braccioli del sedile più volte
per non alzarmi e gridare all’intero carico umano
di quell’aereo cos’era che ci torturava tutti – non lo feci
perché sapevo che mi avrebbero preso per una pazza, un dirottatore
in potenza magari, e mi avrebbero immobilizzato per poi scaricarmi
al Bellevue Hospital al nostro arrivo a New York.
(Nessun dirottatore, lo capii allora, vuole davvero impossessarsi
dell’aereo. Lei/lui vuole impossessarsi della testa dei passeggeri,
cambiarli dal di dentro, fare la rivoluzione
a 10.000 metri di altezza
e tornare al paese di partenza con una pattuglia di volante magica
e vincere.)
Frenarmi sta diventando un lusso tattico,
che prende sempre più piede.

L’orticaria infiamma sempre più le stimmate della mia passione.
Un giorno o l’altro mi toglierete il bambino, in qualche modo.
E l’uomo che ho amato, in qualche modo.
Perché tutto questo mi deve dare nausea e terrore?
Mi avete già tolto me stessa
non ho altra strada se non di addentrarmi
sempre più nella follia, i mostri, le ragnatele, le nausee,
per liberare voi – uomini – dall’ucciderci, ucciderci.

Nessun popolo colonizzato è stato così diviso
per così tanto tempo come le donne.
Nessuno paralizzato a tal punto dalla compassione per l’oppressore
che respira ogni notte sul cuscino accanto.
Nessun popolo tanto vecchio che dopo aver inventato, come ora sappiamo
l’agricoltura, la tessitura, la ceramica, il linguaggio, la cottura
dei cibi, e la medicina, deve ora inventare una rivoluzione
così totale da distruggere il maschio, la femmina, la morte.

Oh, madre, sono stanca.
Una sorella, nuova a questo tormento chiamato consapevolezza femminista
per mancanza di un grido che lo nomini, mi chiese
"Ma come fai a non impazzire?"
In nessun modo, sorella.
In nessun modo.
Una volta ho pensato, questa è una guerra dei pori contro l’intossicazione.

E voi, uomini. Amanti, fratelli, padri, figli.
Vi ho amato e vi amo ancora, se non per altro
perché siete usciti gemendo dal mostro
mentre il mostro si curvava dal dolore per darvi il potere
di rompere il suo incantesimo.
Bene,finalmente siamo noi a doverlo rompere.
Vi parlerò sempre meno
con suoni sempre più inarticolati e confusi che non capirete:
formule di streghe, poesie, nenie di vecchie donne,
cifrario schizofrenico, accenti, litanie, bombe,
veleno, coltelli, pallottole, qualunque cosa
questa libertà possa inventare.

Che le chiazze d’orticaria fioriscano audaci che la carne si infiammi
e bruci tra le reti.
Impazziamo insieme, sorelle.
Che l’agonia del travaglio per partorire la rivoluzione
sia la fine del dolore.

Convinciamoci che niente ci fermerà.

Io che devo imparare a sopravvivere finché la mia parte sarà
finita.
Che devo prendere coscienza
                               che sono
                               un mostro. Sono
                     un
                     mostro.
Io sono un mostro.

E ne sono fiera.
 
(1972)

(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)