Inizio di Dicembre a Croton-on-Hudson

Inizio di Dicembre a Croton-on-Hudson
(Louise Glück n. a New York, USA il 22/4/1943 – Premio Pulitzer per la poesia 1993)

Lance di sole. Lo Hudson si
Scheggia di ghiaccio.
Sento i dadi d’osso
Della ghiaia nel vento scricchiolare. Pallida
D’osso, la neve recente
Aderisce come pelliccia al fiume.
Stasi. Partivamo per consegnare
Regali di Natale quando scoppiò la gomma
L’anno scorso. Sopra le morte valve pini cimati
Da un temporale stavano, i rami spogli…
Ti voglio.

(1968)

(Traduzione di Gianni Menarini)

Della stessa autrice: Vento calante

Il miscredente

Il miscredente
(Elizabeth Bishop Worcester, Massachusetts, USA 8/2/1911 – Boston, Massachusetts, USA 6/10/1979 – Premio Pulitzer per la poesia 1956)

Dorme sulla cima dell’albero maestro.
Bunyan

Dorme sulla cima dell’albero maestro
con gli occhi serrati.
Sotto di lui si sciolgono le vele
come le lenzuola del suo letto, esponendo
all’aria notturna la testa del dormiente.

Trasportato lassù nel sonno,
nel sonno s’è raccolto
in una palla d’oro in cima all’albero,
o si è arrampicato dentro un uccello d’oro,
o alla cieca s’è seduto a cavalcioni.

“Ho pilastri di marmo a fondamenta”
ha detto una nube. “Non mi sposto mai.
Vedi i pilastri là nel mare?”.
Sicuro nell’introspezione adesso
scruta i liquidi pilastri del proprio riflesso.

Un gabbiano, le ali sotto le sue,
ha osservato che l’aria
“sembrava marmo”. Lui ha risposto “Quassù
torreggio per il cielo perché le ali
di marmo in cima alla mia torretta volano”.

Ma dorme sulla cima del suo albero maestro
con gli occhi sigillati.
Il gabbiano ha frugato nel suo sogno
che era: “Non devo finire tra i flutti.
Il mare luccicante mi vuole tra i suoi flutti.
È duro come il diamante; vuol distruggerci tutti”.

(Da. Miracolo a colazione, 2006)

Della stessa autrice: Chemin de ferInsonniaL’arte di perdereSono io

Postumi

Postumi
(Amy Lowell Boston, Massachusetts, USA 9/2/1874 – Boston, Massachusetts, USA 12/5/1925 – Premio Pulitzer per la poesia 1926)

A scriverti imparai in giorni più felici.
Una scheggia strappata dal mio cuore
era ogni lettera, un pezzo appena tolto
a un mosaico di vita; donavo i suoi grigi, i suoi blu,
i suoi rossi vibranti in cambio di una lode.
Riducevo a brandelli la mia anima,
pavimento ai tuoi passi, e scivolavo
sotto di essi a renderli più dolci.
Le mie lettere – ora – fiori pallidi
sparsi su tombe in pianti sconsolati.
No, non chiedo compensi, sarò forte
(ma a te che importa?); i lunghi, tristi anni
passano e ancora spargo fiori fragili
e sussurri d’amore a orecchie sorde.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Della stessa autrice: Un dono

Blues dei rifugiati

Blues dei rifugiati
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Poniamo che in questa città vi siano dieci milioni di anime,
c’è chi abita in palazzi, c’è chi abita in tuguri:
Ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.

Avevamo una volta un paese e lo trovavamo bello,
Tu guarda nell’atlante e lì lo troverai:
Non ci possiamo più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,
A ogni primavera s’ingemma di nuovo:
I vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:
“Se non avete un passaporto voi siete ufficialmente morti”:
Ma noi siamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato: mi offrirono una sedia;
Cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
Ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitati a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:
“Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano”:
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire il tuono rombare nel cielo;
Era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: “Devono morire”;
Ahimè, pensava a noi, mia cara, ahimè, pensava a noi.

Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio,
Vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro:
Ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi.

Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
Vidi i pesci nuotare in libertà:
A soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza.

Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
Non sapevano di politica e cantavano a gola spiegata:
Non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani,
Mille finestre e mille porte;
Non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra.

Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve;
Diecimila soldati marciavano su e giù:
Cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.

Dello stesso autore: Alla fine il segreto viene fuoriBlues in memoriaFelice la lepre al mattinoGrazie, NebbiaIl cittadino ignotoLa verità, vi prego, sull’amoreLullabyUn altro tempo

Ars poetica

Ars poetica
(Archibald MacLeish Glencoe, Illinois, USA 7/5/1892 – Boston, Massachusetts, USA 20/4/1982 – Premio Pulitzer per la poesia 1933 e 1953)

Una poesia dev’essere palpabile e muta
Come un frutto rotondo,

Silenziosa
Come antiche medaglie sotto il pollice,

Tacita come la pietra levigata dalle maniche
Sui davanzali dov’è cresciuto il muschio –

Una poesia dev’essere senza parole
Come il volo degli uccelli.

*

Una poesia dev’essere immota nel tempo
Come ascende la luna,

Lasciando, come la luna abbandona
Ramoscello per ramoscello gli alberi aggrovigliati alla notte,

Lasciando, come la luna dietro le foglie invernali,
Ricordo per ricordo la mente –

Una poesia dev’essere immota nel tempo
Come la luna sale.

*

Una poesia dev’essere uguale a:
Non una verità.

Per tutta la storia del dolore
Una foglia d’acero e un vuoto portone.

Per l’amore
Le erbe recline e due luci sul mare –

Una poesia non deve significare
Ma essere.

(Da: Poetry, 1926)

Dello stesso autore:
…& 42ª STRADA

Lullaby

Lullaby
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Appoggia, amore, il tuo capo assonnato
umano sul mio braccio senza fede;
in cenere riducono le febbri
e il tempo la bellezza individuale
dei bambini pensosi, e la tomba
mostra quanto sia effimero il bambino:
ma fino all’alba dentro le mie braccia
che la viva creatura s’abbandoni,
colpevole, mortale, ma per me
quella che sola ha intera ogni bellezza.

L’anima e il corpo limiti non hanno:
agli amanti, quando sono distesi
sul suo incantato e docile declivio
nella loro consueta tenerezza,
grave manda Venere la visione
d’una sovrannaturale armonia,
d’amore o di speranza universali;
mentre un’astratta intuizione sveglia
in mezzo ai ghiacciai e tra le rocce,
dell’eremita l’estasi carnale.

La certezza, la fedeltà trascorrono
al rintoccare delle mezzanotte
come le vibrazioni di campane,
e i pazzi levano secondo l’uso
il loro uggioso grido pedantesco:
il costo fino all’ultimo centesimo,
tutte le carte temute predicono,
sarà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio o un pensiero,
non un bacio, uno sguardo sia perduto.

Beltà, visione e mezzanotte muoiono:
possano i venti dell’alba che soffiano
soavi intorno al tuo capo sognante
mostrare un tale giorno di dolcezza
che l’occhio e il cuore scosso benedicano,
trovino sufficiente questo mondo
mortale; aridi meriggi ti vedano
nutrito dai poteri involontari,
notti violente ti lascino illeso
proseguire con ogni amore umano.

Dello stesso autore:
Alla fine il segreto viene fuori
Blues in memoria
Felice la lepre al mattino
Grazie, Nebbia
Il cittadino ignoto
La verità, vi prego, sull’amore
Un altro tempo

Poiché l’amore è fuori moda

Poiché l’amore è fuori moda
(Alice Walker n. a Eatonton, Georgia, USA il 9/2/1944 – Premio Pulitzer per la narrativa 1983)

Poiché l’amore è fuori moda
viviamo allora
al di fuori della moda.
Vedendo che il pianeta
è una pallina complessa
nelle mani di nani;
amore la nostra veste più scura.
Poveri di tutto eccetto
che di verità e di coraggio
tramandataci
da spiriti
antichi.
Rimaniamo vicini
alle anime ancestrali,
alla musica
dei non-defunti.

Poiché l’amore è pericoloso
passeggiamo a testa scoperta
sulla sponda del Grande Fiume.
Andiamo a raccogliere i fiori
mentre si sparano addosso.

Della stessa autrice:
Ho imparato

Quanto basta

Quanto basta
(Marianne Moore Kirkwood, Missouri, USA 15/11/1887 – New York City, USA 5/2/1972 – Premio Pulitzer per la poesia 1952)

Se sono una fanatica? Al contrario.
E dove mai mi piacerebbe stare?
Sotto l’olivo di Platone, a terra
o appoggiata al suo vecchio, sodo tronco,

lontana da polemiche
o persone colleriche,

Se vuoi le pietre al posto giusto, indenni
da calce (il muratore dice «malta»).
squadrate e lisce, devi rispettarle,
come disse Ben Jonson, o intendeva.

In Discoveries egli disse ancora:
«Sii per la verità. È quanto basta».

Della stessa autrice:
A una lumaca
Che cosa sono gli anni?
In questa età di aspra ambizione giova la noncuranza e
La mente è una cosa che incanta
Una medusa

Coda

Coda
(Charles Wright n. a Pickwick Dam, Tennessee, USA il 25/8/1935 – Premio Pulitzer per la poesia 1998)

Ciò che lasciamo inespresso è come la grandine nella bufera di ieri notte
ancora aggrumata e bianca
all’ombra dell’erba alta, non ancora raggiunta dal sole.
Come parole taciute che scompaiono
a una a una nella luce,
ora cristalline e dorate, poi più nulla.
Come tutto il resto non fatto o non scelto.
Come tutto ciò che è liquido e trascurato,
ciò che non diamo, ciò che non prendiamo.

…& 42ª STRADA

…& 42ª STRADA
(Archibald MacLeish Glencoe, Illinois, USA 7/5/1892 – Boston, Massachusetts, USA 20/4/1982 – Premio Pulitzer per la poesia 1933 e 1953)

Godi New York dei tuoi palazzi senza eguali,
delle darsene & delle immense porte &
delle danzanti fanciulle, alte, pulite, eleganti &
dei negri dagli stretti calcagni, con l’azzurro
sopra la bocca amara & dei bar e delle automobili
in una luce d’acciaio sfregato & dei tuoi svegli
ebrei & delle canzoni dolci e tristi &
delle insegne improvvise in un bagliore
umido e freddo & trafitture di
verde contro la sera…

Questo rimane di città cadute:
macchie di ruggine su rive pietrose
e monete illeggibili e una rima
ricordata, di cigni, forse, o uccelli
o foglie od un cavallo o favolose
forme di toro od una pioggia d’oro
su dolci membra.

Godi, città di vetro dei tuoi tetti
metallici & dei culmini lucenti
delle tue case!
Tu che l’acqua di mare ricopriva
fino al ginocchio, godi, città, godi
del tuo alto splendore sopra il mare!
                                    Ci pensano,
                                         città,
a rimare il tuo nome con il nome
di una bestia parlante, perché il luogo
dove sorgi sia un giorno ricordato?

(Trad. di Margherita Guidacci)