È pieno inverno

È pieno inverno
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

È pieno inverno, sono nudi gli alberi
Tranne là dove si rifugia il gregge
Stringendosi sotto il pino.
Belano le pecore nella neve fangosa
Addossate al recinto. La stalla è chiusa
Ma strisciando i cani tremanti escono fuori,
Scendono al ruscello gelato. Per ritornare
Sconsolati indietro. Avvolti in un sospiro
Sembrano i rumori dei carri, le grida dei pastori.
Le cornacchie stridono in cerchi indifferenti
Intorno al pagliaio gelato. O si acquattano
Sui rami sgocciolanti. Si rompe il ghiaccio
Tra le canne dello stagno dove sbatte le ali il tarabuso
e allungando il collo schiamazza alla luna.
Saltella sui prati una povera lepre,
Piccola macchia scura impaurita
e un gabbiano sperso, come una folata improvvisa
Di neve, si mette a gridare contro il cielo.

Dello stesso autore:
Endimione
Glykipikros Eros
La grazia in qualche modo
Lettera al mio adorato
Noi opprimiamo la nostra natura
Quei luoghi gentili
Se non avessimo amato

Noi opprimiamo la nostra natura

Noi opprimiamo la nostra natura
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

Ma noi opprimiamo la nostra natura, affamati,
Nutrendoci di pentimenti vuoti
-Dio o destino nostri nemici.
Siamo nati troppo tardi, non possiamo
Trovare sollievo in un seme secco di papavero,
Noi, che in un solo battito di tempo
Costringiamo la gioia dell’amore infinito
e il dolce dolore feroce dell’infinito peccato.

Siamo stanchi di questo senso di colpa,
Stanchi della disperazione cruda del piacere,
Stanchi dei templi che abbiamo costruito
e delle preghiere giuste inascoltate.
L’uomo è debole, Dio dorme.
Il cielo è in alto. Una scintilla.
Grande Amore. Morte

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Endimione

Endimione
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

I meli sono carichi d’oro,
e alto in Arcadia è il canto degli uccelli,
nell’ovile belano le pecore,
La capra selvatica corre per la radura,
ma ieri lui mi ha svelato il suo amore
e so che ritornerà da me.
O luna che sorgi, signora luna,
sii sentinella del mio amore.
Non puoi non riconoscerlo,
perché egli indossa calzari color porpora.
Non puoi non riconoscere il mio amore,
perché regge una verga da pastore,
ma egli è dolce come una colomba
e i suoi capelli sono scuri e ricci.

Fredda e gelata cade la rugiada,
nessun uccello canta in Arcadia,
i piccoli fauni hanno lasciato la collina,
e anche il narciso stanco
ha chiuso i suoi petali d’oro.
Ma il mio amore non è ancora tornato da me.
Falsa luna, falsa luna, luna che svanisci,
dov’è andato il mio amore fedele?
Dove sono le sue labbra vermiglie,
la verga da pastore, i calzari color porpora?
Perché tendi quello schermo d’argento,
perché indossi quel velo di brume fluttuanti?
Ah, tu hai il giovane Endimione,
tu hai quelle labbra da baciare!

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La grazia in qualche modo

La grazia in qualche modo
(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

La grazia in qualche modo, il fiore delle cose sfugge
a noi, i più miseri di tutti, i più infelici.
Noi che per pietà dobbiamo
vivere la vita di altri non la nostra. E poi distruggerla
con tutto dentro. Era ben diverso
quando l’anima e corpo pareva si fondessero
in sinfonie mistiche.

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Glykipikros Eros

Glykipikros Eros

(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

 

Amore, non t'incolpo, poiché la colpa fu mia, non fossi stato di creta comune,
Avrei scalato le altezze somme, inviolate tuttora, visto l'aria più piena, il giorno più ampio.
Dalla ferocia della mia passione sprecata avrei tratto un canto migliore, più limpido,
Acceso una luce più luminosa di più libera libertà, combattuto ingiustizie dalla testa d'Idra.
Se le mie labbra avessero avuto il dono della musica dai baci pungenti che le fecero sanguinare,
Tu avresti camminato con Beatrice e gli angeli su quel prato verde e smalto.

 

Avrei percorso la strada sulla quale Dante vide rifulgere i soli di sette cerchi,
Sì! Forse avrei visto aprirsi i cieli, come si aprirono al Fiorentino.
E le potenti nazioni avrebbero incoronato me, che ora sono senza corona e senza nome,
E un'alba d'oriente mi avrebbe trovato genuflesso sulla soglia della Casa della Fama.
Mi ero seduto in quel circolo marmoreo dove il bardo più vecchio è come il giovane
E la zampogna versa eternamente miele, e le corde della lira sono tese in eterno.

 

Keats avrebbe sollevato le sue chiome imenee dal vino di semi di papavero,
Con bocca di ambrosia mi avrebbe baciato in fronte, la mia mano avrebbe serrato con la mano del nobile amore.
E a primavera, quando i germogli del melo sfiorano il seno lucido della colomba,
Due giovani amanti distesi in un frutteto avrebbero letto la storia del nostro amore.
Avrebbero letto la leggenda della mia passione, conosciuto l'amaro segreto del mio cuore,
Si sarebbero baciati come ci siamo baciati noi, ma non separati come ora è destino che ci separiamo.

 

Poiché il fiore cremisi della nostra vita è divorato dal verme della verità
E nessuna mano può raccogliere i petali caduti e secchi della rosa della giovinezza.
Pure non rimpiango di averti amato – ah! Che altro avrei dovuto fare io, un ragazzo –
Poiché i famelici denti del tempo sbranano, e gli anni dai piedi silenziosi inseguono.
Senza timone, andiamo alla deriva nella tempesta, e una volta passato il fortunale della gioventù,
Senza lira, senza liuto o coro, la Morte, pilota silenzioso, finalmente viene.

 

E nella tomba non c'è piacere, poiché la cecilia si pasce della radice,
E il desiderio diventa rabbrividendo cenere, e l'albero della passione non dà frutti.
Ah! Cos'altro avrei dovuto fare se non amarti, la madre stessa di Dio mi era meno cara,
E meno cara la Citerea che si levava come un giglio d'argento dal mare.
Ho fatto la mia scelta, ho vissuto i miei carmi, e anche se la gioventù è sparita in sogni sprecati,
Ho trovato la corona di mirto dell'amante migliore di quella d'alloro del poeta.

Se non avessimo amato

Se non avessimo amato

(Oscar Wilde Dublino, Irlanda 16/10/1854 – Parigi, Francia 30/11/1900)

 

Se noi non avessimo amato,
Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l'ape
Nel suo grembo dorato,
Se quella pianta di rose avrebbe ornato
Di lampade rosse i suoi rami!
Io credo non spunterebbe un foglia
In primavera, non fosse per le labbra degli amanti
Che baciano. Non fosse per labbra dei poeti
Che cantano.