Canto d’amore per le parole

Canto d’amore per le parole
(Nazik al-Mala’ika Baghdad, Iraq 23/8/1923 – Il Cairo, Egitto 20/6/2007)

Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa,
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote,
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?

Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e di vita?
Allora perché mai abbiamo paura delle parole?

Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere le nostre labbra.
Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto invisibile,
rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.
Abbiamo incatenato le lettere assetate,
vietando loro di diffondere la notte per noi
come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,
e caldi calici.

Perché abbiamo paura delle parole?
Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza
le cui lettere hanno estratto il tepore della speranza da due labbra,

e altre che, esultando di gioia
si sono fatte strada tra la felicità momentanea di due occhi inebriati.
Parole, poesia, teneramente
hanno accarezzato le nostre gote, suoni
che, assopiti nella loro eco, colorano una frusciante,
segreta passione, un desiderio segreto.

Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole.

Domani ci costruiremo un nido di sogno di parole,
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo per la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.

Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
chi pregheremo… se non le parole?

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Della stessa autrice: IoOrazione funebre per una donna insignificante

Io

Io
(Nazik al-Mala’ika Baghdad, Iraq 23/8/1923 – Il Cairo, Egitto 20/6/2007)

La notte mi chiede chi sono
sono la sua insonne intimità, profonda e oscura,
sono la sua voce ribelle.
Velo la mia realtà con il silenzio
e avvolgo il mio cuore nel dubbio.
E triste, fisso lo sguardo
mentre i secoli mi chiedono
chi sono.

Il vento chiede chi sono
sono il suo spirito confuso
negato dal tempo.
Sono come lui, senza meta
continuo a viaggiare
a passare senza sosta
e quando raggiungo un dirupo
credo possa rappresentare la fine del dolore
ma poi è il vuoto.

Il destino chiede chi sono
sono un gigante che racchiude i secoli
per farli poi rinascere.
Ho creato il lontano passato
dalla felicità di una speranza senza fine
per poi sotterrarlo
per inventare un nuovo ieri,
il suo domani è ghiaccio.

Anch’io mi chiedo chi sono.
Sono la confusione che fissa le tenebre
nulla mi dà pace.
Continuo a porre domande, ma la risposta
continuerà a celarsi in un miraggio
continuo a credere che sia vicina
ma se la raggiungo svanisce,
si estingue e scompare.

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Della stessa autrice: Orazione funebre per una donna insignificante

Orazione funebre per una donna insignificante

Orazione funebre per una donna insignificante
(Scene di vicolo a Baghdad)
(Nazik al-Mala’ika Baghdad, Iraq 23/8/1923 – Il Cairo, Egitto 20/6/2007)

Ci ha lasciati senza un pallore di gota o un fremito di labbra
le porte non hanno sentito nessuno narrare della sua morte
nessuna tenda alle finestre stillante dolore
si è levata per seguire il suo feretro sino a che non scompaia dalla vista
a eccezione delle poche persone che si sono commosse al suo ricordo.
La notizia si è dissolta nei vicoli senza che il suo eco si diffondesse
e si è rifugiata nell’oblio di alcune fosse
la luna ha pianto questa tragedia.

La notte non se n’è curata e si è trasformata in giorno
Quindi è giunta la luce con le grida del lattaio, il digiuno,
il miagolio di un gatto affamato tutto pelle ed ossa,
le liti dei commercianti, l’amarezza, la lotta,
i bambini che lanciano pietre da un lato all’altro della strada,
le acque sporche nei canali e i venti che giocano da soli con le porte delle terrazze
in un oblio pressoché totale.

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)