Ab inferis

Giornata Mondiale contro la Pena di Morte

Ab inferis
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Più volte nell’esistenza
aveva emesso la condanna a morte
la vita stessa – che poi continuava
subdola e sorprendente.

La vita stessa
con sue aguzze pene e deserte sofferenze
mi aveva spesso condannato a morte.
Ma un giorno incredibilmente
ebbero altri su di lei potere e norma.

La sentenza emanò da un orifizio
tristo, posto in una trista faccia
sotto il naso, sopra il mento e il pizzo.
A fatica riusciva a essere un volto
quella raggrinzita carne.
La parola morte, lei sola, rantolò nel mio timpano assordito.
Non ebbi chiaro allora dove fosse caduto quel macigno.
Era immane, aveva colpito solo un punto
o tutto l’universo? Ci volle molto tempo
perché affannosamente rinvenuto
da un primo bruto totale annientamento
a stento, con mortale angoscia divenissi conscio
che io, io solo, ero quel punto.

Su di me,
parvo frangente, briciola oscura del creato
era calato il colpo, era sceso quel fendente.
Mi sbalordiva enormemente quella inumana dismisura.
Su me quella violenza, su me l’iniquità
del caos irriducibile e perverso su me la mostruosa
cecità del caso aveva appuntato il suo furore.
Su me si consumava, perché?,
una vendetta primordiale, accesa
ab origine del mondo
trovava me sua vittima espiatoria
la contesa capitale: e aveva nella pagina
d’un molto bistrattato tomo il suo carnefice banale.
Che oscura crudeltà, che arbitrio si abbatteva sul mio cranio!
Così erano (stupite!) ridotti a tacere
la colpa, l’innocenza, e altri dilemmi della mia coscienza.
Chi ero io? Aveva il Figlio
dell’uomo, gradino su gradino,
con me salito l’abissale scala
e portato questa croce.
O quel pensiero mi restituì
al mio male, mi rifece uomo
crocifisso ai suoi rimorsi.
Non fu la mia solamente un’atroce imitazione
ma un grido ammutolito, una protesta
del cuore umano bruciato dal peccato e dal dolore.
Ma non fu disuguale la fede nella resurrezione.

Amen.

(Scritta per il Consiglio Regionale della Toscana, nel novembre del 2000, in occasione della ricorrenza dell’abolizione della pena di morte avvenuta il 30/11/1786 – per la prima volta al mondo – ad opera del Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo di Lorena)

Dello stesso autore:
11 settembre
Amanti
Epifania
Giocano al ribasso
Il gelo
La giovane ebrea al suo amato musulmano
Ménage
Moro
Muore ignominiosamente la repubblica
Nell’imminenza dei quarant’anni
Non perderti
Pasqua, ora, nuovamente
Quando mi parli al telefono
Questa felicità
Sia detto
Versi d’ottobre

Quando mi parli al telefono

Quando mi parli al telefono
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Quando mi parli al telefono
e mi s’aprono
d’incanto i paradisi
della vocalità –
gli accordi
e i tocchi d’arpa
soffici
appena subsquillanti
di quella voce dai precordi sono
tuoi, sì, ma intanto
è il calmo pelago
della muliebrità
che entra
festosamente ruscellando
nel mattino della stanza
e mi dilava da me,
si porta via la mia nascita,
mi cancella dalla mia morte
lasciandomi sospeso…
è o non è
chi? me stesso
ed il mio ascolto – le dicono da tempo
i suoi interlocutori
uomini o angeli.

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Giocano al ribasso
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La giovane ebrea al suo amato musulmano
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Moro
Muore ignominiosamente la repubblica
Nell’imminenza dei quarant’anni
Non perderti
Pasqua, ora, nuovamente
Questa felicità
Sia detto
Versi d’ottobre

Pasqua, ora, nuovamente

Pasqua, ora, nuovamente
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo,
fredda,
ruvido-erbata
qui, ma erompe
in chiarità,
tempra in azzurro
ed ametista
la lontananza delle sue colline.
Non è fuga quella
laggiù all’orizzonte
e neppure inseguimento. S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?

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Moro
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Non perderti
Questa felicità
Sia detto
Versi d’ottobre

Epifania

Epifania
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

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Amanti
Giocano al ribasso
Il gelo
La giovane ebrea al suo amato musulmano
Ménage
Moro
Muore ignominiosamente la repubblica
Nell’imminenza dei quarant’anni
Non perderti
Questa felicità
Sia detto
Versi d’ottobre

Questa felicità

 

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

— Mario Luzi —

video dal web

Moro

Moro
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Acciambellato in quella sconcia stiva,
crivellato da quei colpi,
è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri,
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell’abbiosciato
sacco di già oscura carne
fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente –
o ben dentro l’occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza – quale?
non lascia tempo di avvistarla
la superinseguita gibigianna.

(Da: Per il battesimo dei nostri frammenti – 1985)

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Muore ignominiosamente la repubblica

Muore ignominiosamente la repubblica
(Mario Luzi Firenze 20/10/1914 – Firenze 28/2/2005)

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.

(da: Al fuoco della controversia, 1978)