Inverno

Inverno
(Marina Pratici n. a Viareggio, LU il 16/9/1961)

Amo l’inverno con i suoi freddi non- colori
con il suo odore di neve stracciata
che pizzica le narici e punge nel cuore.
Con le sue giornate corte e un po’ malate,
come note di clarinetto un po’ incrinate,
con le sue foglie di stagno
che più non vorticano, arrese vagabonde
che hanno trovato un porto.
Quell’aria di vetro che ti si impianta
in gola, quel suo piovere, piovere
che tu ti arrendi e ti devi fermare.
Amo l’inverno che mi regala una pelle
spugnosa, come le bucce dei suoi agrumi,
in bagni di fuoco davanti al camino.
Con le sue feste di astro artificiale
di muschio di plastica e carta crespa,
con i suoi suoni di ovatta e di carbone
che smorzano, in soffoco di coltrone,
il ringhiare delle ore di sole.
Amo l’inverno perché la luce si spegne
e, nella fretta appisolata, hai tempo
inscaduto per sbrogliare l’eterna matassa.

Della stessa autrice: Bambini lontaniSei

Bambini lontani

Bambini lontani
(Marina Pratici n. a Viareggio, LU il 16/9/1961)

Sono madre di bambini lontani
dagli sguardi infiniti
dai corpi piegati per mancanza
di pane.
Di bambini mangiati da orchi affamati
comprati per strada
come abiti smessi in squarci
di sole.
Di bambini cresciuti al canto di mitra
tra odore di colla
e voli minati in campi arati
dal loro dolore.
Di bambini dai capelli caduti
per nubi irradiate
con veleni sospesi
sul loro domani.
Di bambini negati
nel corpo e nel cuore
dagli organi strappati,
prigionieri di foto
e di un malo amore.

E vorrei braccia più grandi
per poterli cullare,
mani più forti
per poterli salvare,
giorni più lunghi
per poterli incontrare.

E a volte vorrei correre, correre,
per poterli scordare…

Della stessa autrice:
Sei

Sei

Sei
(Marina Pratici n. a Viareggio, LU il 16/9/1961)

Sei nella ruga ritorta
che segna confine nel mio sguardo,
nel mio labbro imbronciato
che si rappacifica e distende lento.
Nella mia ansia di mangiare la vita
a mestolate, nel mio sbattere di porta
su verità ammorbata, ideale imbrattato,
valore profanato.
Nella mia mano dall’unghia mandorlata,
ferrea e temibile nell’atto decisivo,
di velluto guantata nella carezza serale
su lanuginosi sonni bambini.
Nella mia destrezza a ammainar la vela
nel fiutar bufera in familiari oceani,
nel mio spegnermi in mattini assolati
e nel mio rinascere in pomeriggi impolverati.

Sono, padre mio,
somiglianza riflettente di te
in giorni cangianti
sfogliati sulla soglia di reincontro
senza fine.