I morti

I morti
(María Rivera n. a Città del Messico il 1/6/1971)

Il lungo poema di María Rivera, letto dall’autrice l’8 maggio 2011 nella piazza del Zócalo a Città del Messico quale tappa conclusiva di una denuncia poetica attivata assieme al poeta Javier Sicilia, il cui figlio assieme ad altri sei giovani è stato ucciso dalla criminalità organizzata a Temixco.
(Da: http://www.nuoviargomenti.net/)

Da lì vengono
i decapitati,
i monchi,
gli squartati,
quelle a cui spaccarono il coccige,
quelli a cui schiacciarono la testa,
i piccoletti piangendo
fra pareti oscure
di minerali e sabbia.
Da lì vengono
quelli che dormono in stabili
di tombe clandestine:
vengono con gli occhi bendati,
legate le mani,
crivellati alle tempie.
Da lì vengono quelli che si persero a Tamaulipas,
cognati, generi, vicini,
la donna che violarono in branco prima di ucciderla,
l’uomo che cercò d’evitarlo e si beccò uno sparo,
quella che fu anche lei violata, scappò e lo raccontò viene
camminando verso Broadway,
si consola con il pianto delle ambulanze,
le porte degli ospedali,
la luce brillando nell’acqua dell’Hudson.
Da lì vengono
i morti che partirono da Usulután,
da La Paz,
da La Unión,
da La Libertad,
da Sonsonate,
da San Salvador,
da San Juan Mixtepec,
da Cuscatlán,
da El Progreso,
da El Guante,
piangendo,
quelli congedatisi in una festa con karaoke,
e che incontrarono crivellati a Tecate.
Da lì viene lui che fu obbligato a scavare la fossa per suo fratello,
che assassinarono dopo avergli estorto quattromila dollari,
quelli che furono sequestrati
con una donna che violentarono di fronte a suo figlio di otto anni
tre volte.

Da dove vengono,
da quale cancrena,
o linfa,
i sanguinari,
i perfidi,
gli efferati
assassini?

Da lì vengono
i morti così soletti, così muti, così nostri,
concatenati sotto l’enorme cielo dell’Anáhuac,
camminano,
si strascinano,
con la loro conca di orrore tra le mani,
la loro rabbrividente tenerezza.
Si chiamano
i morti che trovarono in una fossa a Taxco,
i morti che trovarono in posti isolati di Chihuahua,
i morti che trovarono sparsi in campi da coltivo,
i morti che trovarono gettati nella Marquesa,
i morti che trovarono appesi ai ponti,
i morti che trovarono senza testa in terreni demaniali,
i morti che trovarono al bordo della strada,
i morti che trovarono in auto abbandonate,
i morti che trovarono a San Fernando,
i senza numero che fecero a pezzi e ancora non si trovano,
le gambe, le braccia, le teste, i femori di morti
disciolti in taniche.
Si chiamano
resti, cadaveri, uccisi,
si chiamano
i morti le cui madri non si stancano di aspettare,
i morti i cui figli non si stancano di aspettare,
i morti le cui mogli non si stancano di aspettare,
immaginano tra subways e gringos.
Si chiamano
corpetto tessuto nel cassetto dell’anima,
camicetta dei tre mesi,
la foto del sorriso senza denti,
si chiamano mammuccia,
papuccio,
si chiamano
calcetti
alla pancia
e il primo pianto,
si chiamano quattro figli
Petronia (2), Zacarías (3), Sabas (5), Glenda (6)
e una vedova (ragazza) che si innamorò quando andava alle elementari,
si chiamano voglia di ballare nelle feste,
si chiamano rossore di accese guance e mani sudaticce,
si chiamano ragazzi,
si chiamano voglia
di costruire una casa,
mettere su mattoni,
dare da mangiare ai miei figli,
si chiamano due dollari per pulire fagioli,
case, tenute, uffici,
si chiamano
pianti di bambini su pavimenti di terra,
la luce volando sugli uccelli,
il volo delle colombe nella chiesa,
si chiamano
baci in riva al fiume,
si chiamano
Gelder (17)
Daniel (22)
Filmar (24)
Ismael (15)
Agustín (20)
José (16)
Jacinta (21)
Inés (28)
Francisco (53)
tra cespugli,
imbavagliati,
nei giardini delle fattorie
a mani legate,
nei giardini di protetti casolari
svaniti,
in posti dimenticati,
disintegrandosi senza parole,
silenziosamente,
si chiamano
segreti di sicari,
segreti di massacri,
segreti di poliziotti,
si chiamano pianto,
si chiamano foschia,
si chiamano corpo,
si chiamano pelle,
si chiamano tepore,
si chiamano bacio,
si chiamano abbraccio,
si chiamano riso,
si chiamano persone,
si chiamano suppliche,
si chiamano io,
si chiamano tu,
si chiamano noi,
si chiamano vergogna,
si chiamano pianto.

Da lì vengono
María,
Juana,
Petra,
Carolina,
13,
18,
25,
16,
i seni morsi,
le mani legate,
bruciati i loro corpi,
le loro ossa levigate dalla sabbia del deserto.
Si chiamano
le morte che nessuno sa nessuno vide che uccisero,
si chiamano
le donne che vanno sole di notte ai bar,
si chiamano
donne che lavorano escono dalle loro case all’alba,
si chiamano
sorelle,
figlie,
madri,
zie,
scomparse,
violentate,
bruciate,
gettate via,
si chiamano carne,
si chiamano carne.


senza fiori,
senza lapide,
senza età,
senza nome,
senza pianto,
dormono nel loro cimitero:

si chiama Temixco,
si chiama Santa Ana,
si chiama Mazatepec,
si chiama Juárez,
si chiama Puente de Ixtla,
si chiama San Fernando,
si chiama Tlaltizapán,
si chiama Samalayuca,
si chiama el Capulín,
si chiama Reynosa,
si chiama Nuevo Laredo,
si chiama Guadalupe,
si chiama Lomas de Poleo,
si chiama Messico.