Elena di Troia balla sul bancone

Elena di Troia balla sul bancone
(Margaret Atwood n. ad Ottawa, Canada il 18/11/1939)

Il mondo è pieno di donne
pronte a dirmi che dovrei vergognarmi
se solo potessero: Smetti di ballare.
Ritrova il tuo contegno
e un lavoro normale.
Certo. E il minimo sindacale,
e le vene varicose a stare in piedi per otto ore
dietro al solito bancone di vetro
imbacuccata fino al collo, anziché
nuda come un hamburger.
A vendere guanti, o cose del genere
invece di quel che vendo io.
Ci vuole talento
a spacciare qualcosa di così nebuloso
e senza forma materiale.
Sfruttata, direbbero. Certo, senza ombra
di dubbio, ma perlomeno posso scegliere
il modo, e poi mi prendo i soldi.

Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lèvito a quindici centimetri da terra
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
È una canzone torcia* la mia.
Se mi tocchi bruci.

*”Torch song” è la definizione di certe canzoni melodiche sentimentali cantate in particolare da donne nei pianobar.

(da: Mattino nella casa bruciata, Le lettere, 2007)

Contro la natura morta

Contro la natura morta
(Margaret Atwood n. ad Ottawa, Canada il 18/11/1939)

Un arancio al centro del tavolo:
 
Non è abbastanza
camminarci intorno
a distanza, dicendo
è un arancio:
che c’entra
un arancio, nient’altro
lascialo stare

 
Voglio prenderlo
in mano
voglio sbucciarlo
che mi si dica
di più, non solo Arancio:
voglio che mi si dica
tutto quello che c’è da dire

 
E tu, dall’altra parte del tavolo,
a distanza, il sorriso trattenuto,
come l’arancio, nel sole:
silenzioso.
Il tuo silenzio
non mi basta
ora, non importa con quanta
soddisfazione ti sfreghi
le mani: voglio tutto ciò
che sai dire
alla luce del sole:

 
storie delle tue mille
infanzie, i viaggi senza scopo,
gli amori; l’articolazione
delle tue ossa; le tue pose; le tue bugie.
Questi silenzi arancio
(luce solare e sorriso segreto)
mi danno voglia
di spremerti a parlare;
vorrei schiacciarti la testa
come fosse una noce, spaccarla
come fosse una zucca, per farti
parlare, o guardarci dentro

 
Ma piano:
se prendo l’arancio
con sufficiente cautela
e lo tengo
delicatamente

 
Posso trovarci un uovo
un sole
una luna d’arancio
forse un cranio; il centro
di tutta l’energia
nella mia mano

 
potrei mutarlo
in ciò che voglio
che sia
e tu, uomo, amante
arancio pomeridiano
dovunque tu sieda
di fronte a me (tavoli, treni, autobus)

 
se guarderò
con sufficiente delicatezza
e a lungo

 
alla fine, tu parlerai
(forse senza parole)
(ci sono montagne nella tua testa
giardini, caos, oceani,
uragani; certi angoli
di stanze, ritratti
di vecchie nonne,
tende di particolari colori;
i tuoi deserti; i tuoi dinosauri
personali; la prima
donna)

 
voglio sapere tutto:
dimmi
tutto
com’era
fin dall’inizio.

 
(1966)

 
(Da: La poesia femminista – antologia di testi poetici del MOVEMENT, a cura di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, Savelli, 1977)