Elegia XIX: andando a letto

Elegia XIX: andando a letto
(John Donne Londra, Regno Unito 22/1/1572 – Londra, Regno Unito 31/3/1631)

Vieni, mia Donna, vieni mio vigore sfida di ogni riposo,
finché mi affanno resterò in affanno.
Spesso il nemico avendo il suo nemico in vista
dalla sola presenza vien fiaccato, anche se non combatte.
Getta pur quel cinto che splende simile allo Zodiaco,
ma che nasconde al mio sguardo un mondo assai più bello.
Togli gli spilli dal pettorale cosparso di lustrini,
così che gli occhi dei maliziosi vi si possono fermare.
Slacciati, perché quell’accordo armonioso
mi dice di esser già l’ora di recarsi a letto.
Via quel busto felice, che invidio,
perché può starti così stretto.
E via la gonna che svela una tanto bella condizione,
come quando dai campi fioriti l’ombra dei colli si fugge.
Via il diadema tenace, ed esso mostri
il diadema fluente dei capelli che da te si leva:
e ora via quelle scarpe, posa il tuo piede libero
in questo sacro tempio dell’amore, su questo soffice letto.
In vesti così bianche che gli Angeli del cielo erano soliti
essere accolti dagli uomini; Angelo, conduci insieme a te
un cielo simile al Paradiso di Maometto; e sebbene
cattivi spiriti biancovestiti passino, noi facilmente riconosciamo
questi Angeli da uno spirito malvagio,
quelli rizzano i nostri capelli, ma questi ci rizzano la carne.

Dona licenza alle mie mani erranti, lasciale andare
avanti e indietro, in mezzo, sopra e sotto.
Oh mia America! Mia nuova terra scoperta,
mio regno, più sicuro se solo un uomo lo domina,
miniera di pietre preziose, mio Impero,
come sono benedetto in questo mio scoprirti!
Entrare in questi ceppi significa essere liberi;
dove metto la mia mano sarà il mio suggello.

Completa nudità! Tutte le gioie a te sono dovute,
come le anime si separano dal corpo, così i corpi si devono spogliare
per gustare la gioia interamente. Le gemme che voi donne usate
sono come i miei dorati pomi d’Atlanta, davanti allo sguardo degli uomini,
tali che quando l’occhio di uno stupido s’illumina a una gemma
la sua anima terrena non vuole la donna, ma vuole i suoi beni.
Come dipinti, o come gaie rilegature di libri
fatte per i profani, così sono le vesti delle donne;
in sé le donne sono libri mistici che solo noi,
fatti degni della loro grazia, vediamo rivelati.
E poiché io sono chiamato a conoscere tanto,
liberamente mostrati come a una levatrice;
getta via tutto, si, getta i tuoi bianchi lini:
all’innocenza nessuna penitenza è mai dovuta.

Per insegnarti, per primo ecco son nudo; allora dunque,
per coprirti che altro ti occorre più di un uomo?

Dello stesso autore: Il buongiornoIl sognoNessun uomo è un’isola

Il buongiorno

Il buongiorno
(John Donne Londra, Regno Unito 22/1/1572 – Londra, Regno Unito 31/3/1631)

In verità mi chiedo che cosa abbiamo fatto
io e te, prima di amarci. Non eravamo svezzati fino allora?
Succhiavamo rustici piaceri, come neonati?
O russavamo nell’antro dei sette dormienti?

Era così. Salvo il presente, tutti i piaceri non sono che fantasie.
Se mai ho visto bellezza
che desiderai e possedetti, non fu che sogno di te.

E allora buongiorno alle nostre anime che si destano,
che non si vegliano a vicenda per timore;
poiché l’amore frena ogni amore di altra vista,
e fa di una stanza angusta un universo.

Lascia che esploratori abbiano scoperto per mare nuovi mondi,
che le carte mostrino ad altri mondi e mondi;
a noi il possesso di uno solo, ciascuno ha un mondo, ed è un mondo.

Il volto mio nell’occhio tuo, il tuo nel mio appare,
e cuori semplici e sinceri risiedono nei volti;
dove trovare due migliori emisferi
senza aspro Nord, senza declinante Occidente?

Quello che muore, è fatto di parti inegualmente commiste;
se i nostri due amori sono uno, o tu ed io
nutriamo un amore uguale, che nessuno è in difetto,
nessuno dei due amori può morire.

Dello stesso autore: Il sognoNessun uomo è un’isola