Addio Ivan Della Mea, cantore degli operai

Io so che un giorno

(Ivan Della Mea 1940-2009)

 

Io so che un giorno

verrà da me

un uomo bianco

vestito di bianco

mi dirà:

«Mio caro amico tu sei stanco»

e la sua mano

con un sorriso mi darà.

 

Mi porterà

tra bianche case

di bianche mura

in bianchi cieli

mi vestirà

di tela greggia dura e bianca

e avrò una stanza

un letto bianco anche per me.

 

 Vedrò il giorno

 e tanta gente

 anche ragazzi

 di bianco vestiti

 mi parleranno

 dei loro sogni

 come se fosse

 la realtà.

 

Li guarderò

con occhi calmi

e dirò loro

di libertà;

verrà quell’uomo

con tanti altri forti e bianchi

e al mio letto

stretto con cinghie mi legherà.

 

«La libertà

– dirò – è un fatto,

voi mi legate

ma essa resiste».

Sorrideranno:

«Mio caro amico tu sei matto,

la libertà,

la libertà più non esiste».

 

 Io riderò

 il mondo ha un prezzo

 tutto ha un prezzo

 anche il cervello

 «Vendilo, amico,

 con la tua libertà

 e un posto avrai

 in questa società».

 

Viva la vita

pagata a rate

con la Seicento

la lavatrice

viva il sistema

che rende uguale e fa felice

chi ha il potere

e chi invece non ce l’ha.

 

Rom Tiriac rom (Tor de’ cenci)

(Ivan Della Mea 1940-2009)

 

Danilović il serbo ha casa in Krajina;

Andrić, croato armato, lo caccia dalla casa,

con mitra deutschebank gli ruba anche la terra

Danilović fugge, e questa è la guerra.

 

Rom Tiriac, Rom ha casa vicino a Sarajevo;

Rom Tiriac ha moglie e figli, e suona il suo violino.

Danilović il serbo arriva, ed è mattino;

gli ruba casa e terra, e questa è la guerra.

 

Rom Tiriac, Rom raccatta famiglia e pochi stracci,

– migra migrante migra- e giunge qui da noi,

a Roma fuori porta, in sito Tor de’ Cenci,

città di Dio, di papa e di cristiane genti.

 

Rom Tiriac fa baracca, spartisce poco pane

condito con dovizia di sporco e di fame,

spartisce con i cani, spartisce con i ratti;

Rom Tiriac suona come i disperati e i matti.

 

Rom Tiriac suona tutto, sia walzer polka o samba,

il Borgomastro arriva con ruspe e con caramba,

ha l’occhio fermo, zombie, da Uomo del Destino,

è l’occhio del potente, fra il trucido e il cretino;

ha l’occhio fermo, zombie, da Uomo del Destino,

è l’occhio del potente, fra il trucido e il cretino.

 

È l’alba della legge e del passamontagna,

del nero che nasconde violenze e sua vergogna,

distruggono baracche, la ruspa fa la storia;

Rom Tiriac ora è nulla, è solo una memoria.

 

Memoria della casa sua e della sua terra,

ma c’è un ministro Bianco con la sua santa guerra;

ricaccia a Sarajevo Rom Tiriac col violino,

letteratura vuole sia questo il suo destino;

– migra, migrante, migra -. "Gloria in excelsis Deo",

il Borgomastro canta, e questo è il Giubileo.

 

– Migra, migrante, migra -. "Gloria in excelsis Deo",

il Borgomastro canta, e questo è il giubileo.

 

(Roma, Marzo 2000. In vista del Giubileo il ministro degli interni Bianco e il sindaco di Rutelli decidono un giro di vite su tutto ciò che non è conforme e ordinano uno sgombero al campo rom di tor de’cenci. La notte del 3 Marzo, dopo le identificazioni e gli accertamenti, 37 rom vengono deportati in bosnia. 24 sono minorenni, 15 nati in Italia, non hanno mai visto il loro "paese d’origine". Della Mea scrive questa canzone, pubblicata su Liberazione a marzo del 2000 e poi inclusa nell’album "La Cantagranda" nell’autunno dello stesso anno. Esistono traduzioni in serbo, croato,romeno e ungherese.

Da: il deposito.org)

L’internazionale

L’internazionale
(Franco Fortini pseudonimo di Franco Lattes
Firenze 10/9/1917 – Milano 28/11/1994)

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…