Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia

Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia
(Hayden Carruth Waterbury, Connecticut, USA 3/8/1921 – Munnsville, Stato di New York, USA 29/9/2008)

Che significa? Solo Dio lo sa; tanto meno io.
gli studenti la usano con timore,
i grandi in eccesso, quando sanno
che non può funzionare. È equivoca, sentimentale,
discutibile, come una lente –
nè pisello nè fagiolo. A volte è un muscolo,
a volte è coraggio, altre solo confusione,
qualche volta un cuore o un centro,
il più delle volte un suono che si invischia
tra i versi dei cantori popolari senza
significare nulla. Una parola forte,
leonina, pusillanime, grande, calda, bollente,
fredda, rotta, intera, tenera, coraggiosa,
pesante, morbida, verde, blu, rossa, bianca,
debole, vera, grave, leggera, aperta, depressa,
frivola etc. Non a caso i nostri superiori
tuonano contro di essa. Eppure, nonostante
i mille abusi, la parola sopravvive; i suoi usi
sono tali che resta sempre indispensabile
e, io penso, sia difensibile.
La terminologia Freudiana è strana o peggio,
suggerisce tante eziologie inutili, ma “cuore”
le comprende tutte, da amanti a monaci,
vale a dire saper amare al meglio.
Nemmeno il più ottuso dei lettori
può non capire la parola, anche se bisogna
trovare qualcuno più bravo di me a dire
dove si trova.
Una volta trovato il posto e la definizione,
eliminata dalle necessità del poeta, la parola
non abbisogna sempre, se ben scritta e detta,
del cuore e della testa?