Poesia di Aurbun

Poesia di Aurbun
(Hayden Carruth Waterbury, Connecticut, USA 3/8/1921 – Munnsville, Stato di New York, USA 29/9/2008)

Un libro che leggevo stamattina
di Milan Kundera dice così: “Nell’algebra
dell’amore un figlio è il simbolo della magica

somma di due esseri”. E ora quella figlia
ha trentanove anni; soffre
di un cancro che ci hanno detto incurabile

e le sarà fatale. Sei stata sposata
per trent’anni a un altro uomo, ed io
ho sposato altre tre donne

e convissuto con sei –
una sciagura me è così, compiuta
e irrevocabile. Siamo vecchi. Tu hai

sessantanove anni e io settanta. Sarebbe
follia sentimentale dire di scorgere in te,
o tu in me, i lineamenti della nostra

giovinezza in amore. Eppure è vero. La tua voce
soprattutto mi riporta indietro. Siamo qui
perché nostra figlia, concepita a Chicago

in una bella notte d’aprile tanto tempo fa,
è tragicamente vulnerabile. Ci incontriamo angosciati,
in una disperazione muta. Ci incontriamo dopo anni

di separazione e di appena affettuosa
noncuranza. Ma è vero, vero, questa figlia
che è una donna matura, sofferente

con figli propri, è tuttora simbolo
di quella magica somma che eravamo, e in questa
sventura, senza parole o tocco o sguardo

furtivo, io mi stringo a te, e so
di essere accettato senza parole o tocco o sguardo
furtivo. Questa, così tardi, la crisi delle nostre vite.

Dello stesso autore: Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia

Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia

Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia
(Hayden Carruth Waterbury, Connecticut, USA 3/8/1921 – Munnsville, Stato di New York, USA 29/9/2008)

Che significa? Solo Dio lo sa; tanto meno io.
gli studenti la usano con timore,
i grandi in eccesso, quando sanno
che non può funzionare. È equivoca, sentimentale,
discutibile, come una lente –
nè pisello nè fagiolo. A volte è un muscolo,
a volte è coraggio, altre solo confusione,
qualche volta un cuore o un centro,
il più delle volte un suono che si invischia
tra i versi dei cantori popolari senza
significare nulla. Una parola forte,
leonina, pusillanime, grande, calda, bollente,
fredda, rotta, intera, tenera, coraggiosa,
pesante, morbida, verde, blu, rossa, bianca,
debole, vera, grave, leggera, aperta, depressa,
frivola etc. Non a caso i nostri superiori
tuonano contro di essa. Eppure, nonostante
i mille abusi, la parola sopravvive; i suoi usi
sono tali che resta sempre indispensabile
e, io penso, sia difensibile.
La terminologia Freudiana è strana o peggio,
suggerisce tante eziologie inutili, ma “cuore”
le comprende tutte, da amanti a monaci,
vale a dire saper amare al meglio.
Nemmeno il più ottuso dei lettori
può non capire la parola, anche se bisogna
trovare qualcuno più bravo di me a dire
dove si trova.
Una volta trovato il posto e la definizione,
eliminata dalle necessità del poeta, la parola
non abbisogna sempre, se ben scritta e detta,
del cuore e della testa?