Poesia XVIII

Poesia XVIII
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

Dello stesso autore:
Io qui ti ringrazio

La nostra terra è chiusa, tutta monti…

La nostra terra è chiusa, tutta monti…
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

La nostra terra è chiusa,
tutta monti, notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? Come crebbero?
La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti,
la domenica, quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.