Gimnopedia

Gimnopedia
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

I. SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia
che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
sull’omero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco – ruggine e cenere – le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai più scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II. MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiù dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
– le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato¹.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
più fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è più tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

ottobre 1935

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

Dello stesso autore: Io qui ti ringrazioPoesia XVIII

Poesia XVIII

Poesia XVIII
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

Dello stesso autore:
Io qui ti ringrazio

La nostra terra è chiusa, tutta monti…

La nostra terra è chiusa, tutta monti…
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

La nostra terra è chiusa,
tutta monti, notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? Come crebbero?
La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti,
la domenica, quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.