Strofe per musica

Strofe per musica
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Dicono che la Speranza sia felicità,
ma il vero Amore deve amare il passato,
e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono.

E tutto ciò che il Ricordo ama di più un tempo fu Speranza solamente;
e quel che amò e perse la Speranza
oramai è circonfuso nel Ricordo.

È triste! È tutto un’illusione:
il futuro ci inganna da lontano,
non siamo più quel che ricordiamo,
né osiamo pensare a ciò che siamo.

Dello stesso autore:
Addio! Se mai un’ardente preghiera
Così non andremo più vagando
Le isole di Grecia
Ondeggia oceano
Pensieri sulla libertà
Tenebra
Ti vidi piangere

Ondeggia oceano

Ondeggia oceano
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Ondeggia, oceano nella tua cupa
E azzurra immensità
A migliaia le navi ti percorrono invano;
L’uomo traccia sulla terra i confini,
Apportatori di sventure,
Ma il suo potere ha termine sulle coste,
Sulla distesa marina
I naufragi sono tutti opera tua,
È l’uomo da te vinto,
Simile ad una goccia di pioggia,
S’inabissa con un gorgoglio lamentoso,
Senza tomba, senza bara,
Senza rintocco funebre, ignoto.
Sui tuoi lidi sorsero imperi,
Contesi da tutti a te solo indifferenti
Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine?
Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.
Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
La loro rovina ridusse i regni in deserti;
Non così avvenne, per te, immortale e
Mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde;
Il tempo non lascia traccia
Sulla tua fronte azzurra.
Come ti ha visto l’alba della Creazione,
Così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, Oceano,
E la gioia dei miei svaghi giovanili,
Era di farmi trasportare dalle onde
Come la tua schiuma;
Fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
Una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
A me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora.

Dello stesso autore:
Addio! Se mai un’ardente preghiera
Così non andremo più vagando
Le isole di Grecia
Pensieri sulla libertà
Tenebra
Ti vidi piangere

Pensieri sulla libertà

Pensieri sulla libertà
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Possono davvero provare il sentimento della libertà
solo coloro che hanno a lungo portato le catene:
i sani non sentono la salute in tutto il suo splendore,
in tutta la sua gloria di vene straripanti e guance vermiglie
e pulsazioni vigorose, finché non abbiano conosciuto l’interregno
di qualche malattia che li costringa a letto
in qualche vasto, ordinario, febbrile ospedale
dove tutti vengono medicati – ma di nessuno ci si prende cura,
abbandonati a pubbliche infermiere, pagate per compassione, finché
muoiono, e vengono rilasciati guariti, ma senza gentilezza.

(1823)

Dello stesso autore:
Addio! Se mai un’ardente preghiera
Così non andremo più vagando
Le isole di Grecia
Tenebra
Ti vidi piangere

Le isole di Grecia

Le isole di Grecia
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Le isole di Grecia, le isole di Grecia!
Dove l’ardente Saffo amò e cantò
dove si svilupparono le arti della guerra e della pace
dove si ergeva Delo e Febo brillava
l’estate eterna le rende ancora d’oro
ma tutto, tranne il loro sole, è tramontato
Le montagne guardano verso Maratona
e Maratona si affaccia sul mare
e dilettandomi li per un’ora solitario
ho sognato che la Grecia potrebbe ancora essere libera
rimanendo sopra la tomba dei Persiani
non potevo ritenere me stesso come uno schiavo
Un re siedeva su una rupe rocciosa
Salamina che cade a picco sul mare
e navi a migliaia, schierate al di sotto
e nazioni di uomini che erano tutti suoi
li contò all’alba
e quando il sole tramontò, dove erano tutti loro?
E dove sono ora? E dove sei tu?
Mia patria? Lungo la tua riva senza voce
l’eroica schiera ora è senza ritmo
l’eroico petto non batte più
e deve la tua lira, così a lungo divina
scadere in mani come le mie?
Riempite sino all’orlo il calice con il vino di Samo
le nostre vergini danzano sotto l’ombra
vedo i loro occhi scuri ricchi di gloria splendere
ma contemplando ogni passionale ragazza
io stesso mi bagno di lacrime incandescenti
a pensare che tali petti devono allattare schiavi
collocami sopra un pendio di marmo di Sunio
dove niente, eccetto le onde ed io,
può ascoltare il nostro lamento scorrere
lì, come un cigno, lasciatemi cantare e morire:
una terra di schiavi non sarà mai mia.
Mandate giù fino all’ultima goccia la vostra coppa di vino di Samo!

Dello stesso autore: Addio! Se mai un’ardente preghieraCosì non andremo più vagandoTenebraTi vidi piangere

Addio! Se mai un’ardente preghiera

Addio! Se mai un’ardente preghiera
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Addio! Se mai un’ardente preghiera
Giovò lassù all’altrui felicità,
La mia nell’aria non andrà dispersa
Ma oltre il cielo spargerà il tuo nome.
Parlare piangere sospirare è invano:
Dicono meno lacrime di sangue
Strappate all’occhio di chi muore in colpa
Che non questa parola – Addio! Addio!

Le mie labbra son mute, asciutti gli occhi,
Ma nel mio cuore e dentro il mio cervello
Si son destate angosce che non cessano,
Un pensiero che mai più si sopirà.
Non degna l’anima né osa dolersi
Benché il dolore e la passione insorgano;
Io so soltanto che abbiamo amato invano,
Io sento soltanto – Addio! Addio!

Dello stesso autore: Così non andremo più vagandoTenebraTi vidi piangere

Tenebra

Tenebra
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Ho fatto un sogno non soltanto sogno.
Il sole splendente s’era spento e le stelle
vagavano al buio nello spazio eterno
senza raggio né direzione; la terra gelata
girava cieca abbuiandosi nell’aria illune;
venne mattino, passò, tornò senza recare
giorno, e gli uomini, presi dal terrore
di tanta desolazione, dimenticarono
le loro passioni, i cuori agghiacciarono
pregando in se stessi per avere luce.
Si viveva tutti intorno ai bivacchi:
troni e palazzi di re coronati, capanne
e abitazioni d’ogni genere vennero bruciate
per fare luce, intere città consumate;
gli uomini si stringevano attorno ai roghi
delle case per guardarsi ancora in faccia.
Felici coloro che dimoravano nell’occhio
dei vulcani e dei loro picchi ardenti:
un’atterrita speranza era ciò che restava
al mondo. Le foreste date al fuoco,
d’ora in ora cadendo incenerite sparivano;
i tronchi crepitando si schiantavano
e spegnevano e tutto era nero. I volti umani
a quella luce disperante, se la fiamma
guizzando li colpiva, avevano un aspetto
spettrale. Qualcuno prostrato si copriva
gli occhi e piangeva; altri appoggiavano
il mento sulle mani giunte e sorridevano;
altri ancora correvano su e giù alimentando
i roghi funebri e folli d’inquietudine
guardavano in alto al cielo offuscato,
funebre ammanto di un mondo defunto,
quindi imprecando si gettavano in terra
urlando e digrignando i denti. Gli uccelli
rapaci stridevano atterriti e sbattendo
le inutili ali svolazzavano al suolo; le belve
più feroci diventavano docili e spaurite;
le vipere s’attorcigliavano e strisciavano
tra turbe di genti sibilando senza mordere:
le ammazzavano per cibo. La guerra,
per un poco cessata, riprese a saziarsi:
un pasto si pagava col sangue e ognuno
si saziava ingozzandosi al buio, torvo,
in disparte. Non era rimasto più amore:
la terra era tutta un pensiero di morte,
immediata e ingloriosa; i morsi della fame
rodevano le viscere, gli uomini morivano,
ma le ossa e le carni restavano insepolte.
Magro mangiava magro, anche i cani
assalivano i padroni; tranne uno: rimasto
fedele a un cadavere tenne a bada uccelli,
bestie e uomini digiuni presi dalla fame
finché altri morti stramazzando attrassero
le scarne mascelle; lui non cercò cibo
ma con pietoso e ininterrotto lamento,
e un acuto guaito desolato, leccando
quella mano che ormai non rispondeva
con carezze, morì. Poco a poco, la folla
perì tutta di fame. Di un’immensa città
in due sopravvissero che erano nemici:
s’incontrarono accanto alle braci morenti
di un altare dove un cumulo di sacri
oggetti era ammassato per un empio uso.
Con mani scheletrite e fredde frugarono
e raccolsero ceneri fioche, con esile fiato
vi soffiarono un alito di vita destando
una fiamma beffarda e, a quel chiarore,
alzarono gli occhi per guardarsi in viso:
si videro, gettarono un grido e morirono;
l’uno morì per l’orrore visto nell’altro,
senza sapere a chi la fame aveva scritto
sulla fronte: Demonio. Il mondo era vuoto;
prima popoloso e potente, era un grumo
senza stagioni, senza erbe alberi uomini
e vita: grumo di morte, caos di dura creta.
Fiumi, laghi, l’oceano, tutti erano quieti,
e nulla si muoveva nel silenzio degli abissi.
Navi senza equipaggio marcivano in mare,
gli alberi cadevano in pezzi, affondavano
giacendo a dormire nell’abisso senza flutti.
Le onde morte, sepolte le maree, la luna,
loro signora, già spenta, nell’aria ferma
placatisi i venti, sparite le nuvole – inutili
per essa: la Tenebra era l’Universo.

Ti vidi piangere

Ti vidi piangere
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Ti vidi piangere: la grande lacrima lucente
Coprì quell’occhio azzurro
E poi mi parve come una viola
Stillante rugiada.

Ti vidi sorridere: la vampa di zaffiro
Accanto a te cessò di brillare;
Non poteva eguagliare i raggi che affollavano
Vividi quel tuo sguardo.

Come le nubi dal sole lontano
Ricevono un colore intenso e caldo
Che a stento l’ombra della sera vicina
Può cacciare dal cielo,

Quei sorrisi infondono nell’animo
Più triste gioia pura;
Il loro sole lascia dietro un fuoco
Che risplende sul cuore.

Così non andremo più vagando

Così non andremo più vagando
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Così non andremo più vagando,
Nella notte fonda
Anche se il cuore vuole ancora amore
E la luna splende luminosa.

Perché la spada logora il fodero,
L’animo logora il petto:
Allora deve placarsi il cuore per respirare
E l’amore stesso riposare.

Anche se la notte fu creata per amare,
E il giorno ritorna troppo presto,
Tuttavia non andremo più vagando
Alla luce della luna.

(da So we’ll no more a-roving, Poesie, 1817)