Quel che mi duole

Quel che mi duole
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Quel che mi duole non è
quello che c’è nel cuore
ma quelle cose belle
che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
che passano senza che il dolore
le possa conoscere,
o sognarle l’amore.

Come se la tristezza
fosse albero e, una ad una,
le sue foglie cadessero
tra il sentiero e la bruma.

Dello stesso autore:
Amo tutto ciò che è statoApri a chi non bussa alla tua portaCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl mio sguardo è nitido come un girasoleIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateLa stanchezzaMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteRicordo bene il suo sguardoSensazioneSonetto ISonetto VIIITabaccheriaTutte le lettere d’amore sono ridicoleVoglio, avròXLII

Ricordo bene il suo sguardo

Ricordo bene il suo sguardo
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Ricordo bene il suo sguardo.
Attraversa ancora la mia anima
Come una scia di fuoco nella notte.
Ricordo bene il suo sguardo. Il resto…
Sì, il resto è solo una parvenza di vita.

Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter
vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo è tutto.

Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona.
Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose
Dove soffrire è qualcosa di più dolce,
dove vivere costa meno al pensiero,
e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole
e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali
né al giorno del mese o della settimana che è oggi.

Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.

Dello stesso autore:
Amo tutto ciò che è stato
Apri a chi non bussa alla tua porta
Campana del mio villaggio
Gli dèi sono felici
Il mio sguardo è nitido come un girasole
Il ragazzo che ride nella via…
Isole fortunate
La stanchezza
Metafisica
Natale
Non sono nulla
Non sto pensando a niente
Ode alla notte
Sensazione
Sonetto I
Sonetto VIII
Tabaccheria
Tutte le lettere d’amore sono ridicole
Voglio, avrò
XLII

Sonetto VIII

Sonetto VIII
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Quante maschere e sottomaschere noi indossiamo
Sul nostro contenitore dell’anima, così quando,
Se per un mero gioco, l’anima stessa si smaschera,
Sa d’aver tolto l’ultima e aver mostrato il volto?
La stessa maschera non si sente come una maschera
Ma guarda di fuori di sé con gli occhi mascherati.
Qualunque sia la coscenza che inizi l’opera
Sua, fatale e accettata sorte è l’ottundimento.
Come un bimbo impaurito dall’immagine allo specchio
Le nostre anime, fanciulle, rimangono disattente,
Cambiano i loro volti conosciuti, e un mondo intero
Creano su quella loro dimenticata causa;
E, quando un pensiero rivela l’anima mascherata
Esso stesso non va a smascherare da smascherato.

1918

(Da Trentacinque sonetti)

Dello stesso autore:
Amo tutto ciò che è stato
Apri a chi non bussa alla tua porta
Campana del mio villaggio
Gli dèi sono felici
Il mio sguardo è nitido come un girasole
Il ragazzo che ride nella via…
Isole fortunate
La stanchezza
Metafisica
Natale
Non sono nulla
Non sto pensando a niente
Ode alla notte
Sensazione
Sonetto 1
Tabaccheria
Tutte le lettere d’amore sono ridicole
Voglio, avrò
XLII

La stanchezza

La stanchezza
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Quello che c’è in me è soprattutto stanchezza
non di questo o di quello,
e neppure di tutto o di niente:
stanchezza semplicemente, in sè,
stanchezza.

La sottigliezza delle sensazioni inutili,
le violente passioni per il nulla,
gli amori intensi per ciò che si suppone qualcuno,
tutte queste cose –
queste e ciò che manca in esse eternamente –
tutto ciò produce stanchezza,
questa stanchezza,
stanchezza.

C’è senza dubbio chi ama l’infinito,
c’è senza dubbio chi desidera l’impossibile,
c’è senza dubbio chi non vuole niente,
tre tipi di idealisti, e io nessuno di questi:
perchè io amo infinitamente il finito,
perchè io deisdero impossibilmente il possibile,
perchè io voglio tutto, o ancora di più, se può essere,
o anche se non può essere…

E il risultato?
Per loro la vita vissuta e sognata,
per loro il sogno sognato o vissuto,
per loro la media fra tutto e niente, cioè la vita…
Per me solo una grande, una profonda,
e, ah, con quale infelicità, infeconda stanchezza,
una supremissima stanchezza,
issima, issima, issima,
stanchezza…

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoApri a chi non bussa alla tua portaCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl mio sguardo è nitido come un girasoleIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1TabaccheriaTutte le lettere d’amore sono ridicoleVoglio, avròXLII

Il mio sguardo è nitido come un girasole

Il mio sguardo è nitido come un girasole
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me…
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso ad esso,
perché pensare è non capire…
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare è un’infermità degli occhi)
ma per guardarlo ed essere in armonia con esso…

Io non ho filosofia: ho sensi.
Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è,
ma perché l’amo, e l’amo per questo
perché chi ama non sa mai quello che ama,
né sa perché ama, né cosa sia amare…

Amare è l’eterna innocenza,
e l’unica innocenza è non pensare.

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoApri a chi non bussa alla tua portaCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1TabaccheriaTutte le lettere d’amore sono ridicoleVoglio, avròXLII

Tabaccheria

Tabaccheria
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia camera,
della mia camera di uno dei milioni del mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, che cosa saprebbero?),
date sul mistero di una strada attraversata costantemente da gente,
su una strada inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
col mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che insinua umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
col Destino che guida la carretta di tutto per la strada di niente.

Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della strada diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
dal dentro della mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.

Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e trovato e scordato.
Oggi sono diviso fra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dirimpetto, come una cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Ho fallito in tutto.
Poiché non ho fatto nessun proposito, forse tutto era niente.
Dall’insegnamento che mi hanno dato
sono sceso attraverso la finestra sul retro.
Sono andato fino in campagna con grandi propositi.
Ma là ho trovato solo erbe e alberi,
e quando c’era gente era uguale all’altra gente.
Mi allontano dalla finestra, mi seggo su una sedia. A che devo pensare?

Che cosa so di quel che sarò, io che non so cosa sono?
Essere ciò che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di esser la stessa cosa che non ce ne possono essere tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si credono in sogno geni come me,
e la storia non ne registrerà, chissà?, neppure uno,
e non resterà che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi insensati con tante certezze!
Io, che non ho nessuna certezza, sono più certo o meno certo?
No, neppure in me…
In quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte e nobili e lucide
– sì, proprio alte e nobili e lucide -,
e magari anche realizzabili,
non vedranno mai la luce del sole reale né troveranno ascolto?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione.
Ho sognato più di quanto Napoleone non abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo,
in segreto ho fatto filosofie che nessun Kant ha mai scritto.
Ma sono, e forse resterò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non era fatto per questo;
sarò sempre soltanto quello che aveva qualità;
sarò sempre quello che si aspettò gli aprissero la porta in una parete senza porta
e cantò la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentì la voce di Dio in un pozzo tappato.
Credere in me? No, né in niente.
Che la Natura mi sparga sulla testa ardente
il suo sole, la sua pioggia, il vento che mi trova i capelli,
e il resto che venga se verrà, o se deve venire, oppure non venga.

Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la Terra intera,
più il sistema solare e la Via Lattea e l’Indefinito.

(Mangia i cioccolatini, piccola;
mangia i cioccolatini!
Bada che al mondo non c’è altra metafisica che la cioccolata.
Bada che tutte le religioni non insegnano più della confetteria. Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolata con la stessa verità con cui la mangi tu!
Ma io penso: e quando tolgo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita).

Ma almeno resta, dell’amarezza di ciò che mai sarò,
la calligrafia rapida di questi versi,
portico rotto sull’Impossibile.
Ma almeno riservo a me stesso un disprezzo senza lacrime,
nobile almeno nel gesto ampio con cui getto
i panni sporchi che io sono, senza elenco, sul decorso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu che consoli, che non esisti e per questo consoli,
dea greca, concepita come statua vivente,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e glaciale,
o cocotte celebre del tempo dei nostri padri,
o non so che cosa moderno – proprio non saprei cosa -,
tutto questo, qualunque cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invocano spiriti invoco
me stesso e non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con una nitidezza assoluta.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le automobili che passano,
vedo gli enti vivi vestiti che si incrociano,
vedo i cani, che anch’essi esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come tutto).

Ho vissuto, studiato, amato e perfino creduto,
e oggi non c’è accattone che io non invidi solo perché non è me.
Guardo gli stracci e le piaghe e le menzogne di ciascuno
e penso forse non hai mai vissuto né studiato né amato né creduto
(perché è possibile fare la realtà di tutto questo senza far niente di questo);
forse sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è coda al di qua della lucertola agitatamente.

Ho fatto di me quanto non ho saputo,
e quanto potevo fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno subito riconosciuto per chi non ero, e non l’ho smentito e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era attaccata al mio viso.
Quando l’ho tolta e mi sono visto allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho buttato via la maschera e ho dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dalla gestione
perché inoffensivo,
e voglio scrivere questa storia per provare che sono sublime.

Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarti come una cosa fatta da me
e non restassi sempre dirimpetto alla Tabaccheria dirimpetto
calpestando la coscienza di stare esistendo
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno zerbino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il Padrone della Tabaccheria si è fatto sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo col disagio che dà la testa girata a metà
e col disagio che dà l’animo quando ha per metà inteso.
Lui morirà e io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.

Poi morirà la strada dove fu l’insegna
e la lingua in cui furono scritti i versi.
Infine morirà il pianeta ruotante in cui tutto ciò avvenne.
In altri satelliti di altri sistemi, qualcosa simile a gente
continuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile stupido quanto il reale,
sempre il mistero del fondo, certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre un’altra cosa, oppure né una cosa né l’altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile si abbatte all’improvviso su di me.
Mi raddrizzo energico, convinto, umano,
e mi riprometto di scrivere questi versi per sostenere il contrario.

Accendo una sigaretta meditando di scriverli
e assaporo in essa la liberazione di tutti i pensieri.
Seguo il fumo come una rotta autonoma
e godo, in un momento sensitivo e competente,
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è l’effetto di un’indisposizione.

Poi mi reclino sullo schienale della sedia
e continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.

(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
forse sarei felice).
Stabilito questo, mi alzo e vado alla finestra.

L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilandosi in tasca il resto?).
Ah, lo conosco: è l’Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria si è fatto sulla soglia).
Come per istinto divino Esteves si è girato e mi ha visto.
Mi ha fatto un cenno di saluto, io gli ho gridato «Ciao Esteves!», e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

(15/1/1928)

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoApri a chi non bussa alla tua portaCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Tutte le lettere d’amore sono ridicoleVoglio, avròXLII

Tutte le lettere d’amore sono ridicole

Tutte le lettere d’amore sono ridicole
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Tutte le parole eccentriche,
come tutti i sentimenti eccentrici,
sono naturalmente
ridicoli).

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoApri a chi non bussa alla tua portaCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Voglio, avròXLII

Come segnalato da hermione, “Tutte le lettere d’amore sono ridicole”, ha ispirato Roberto Vecchioni per il testo di una canzone:

Le lettere d’amore (Chevalier de pas)

Fernando Pessoa chiese gli occhiali
E si addormentò
E quelli che scrivevano per lui
Lo lasciarono solo
Finalmente solo…
Così la pioggia obliqua di Lisbona
Lo abbandonò
E finalmente la finì
Di fingere fogli
Di fare male ai fogli…

E la finì di mascherarsi
Dietro tanti nomi,
Dimenticando Ophelia
Per cercare un senso che non c’è
E alla fine chiederle “scusa
Se ho lasciato le tue mani,

Ma io dovevo solo scrivere, scrivere
E scrivere di me…”
E le lettere d’amore,
Le lettere d’amore
Fanno solo ridere:
Le lettere d’amore
Non sarebbero d’amore
Se non facessero ridere;
Anch’io scrivevo un tempo
Lettere d’amore,
Anch’io facevo ridere:
Le lettere d’amore
Quando c’è l’amore,
Per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
Senza amore,
Dove tutte le cose
Hanno stanchezza di esistere
E spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
Non è quello di un uomo,
E si rivide nella pena
Di quel brillare inutile,
Di quel brillare lontano…

E capì tardi che dentro
Quel negozio di tabaccheria
C’era più vita di quanta ce ne fosse
In tutta la sua poesia;
E che invece di continuare a tormentarsi
Con un mondo assurdo
Basterebbe toccare il corpo di una donna,
Rispondere a uno sguardo…

E scrivere d’amore,
E scrivere d’amore,
Anche se si fa ridere;
Anche quando la guardi,
Anche mentre la perdi
Quello che conta è scrivere;
E non aver paura,
Non aver mai paura
Di essere ridicoli:
Solo chi non ha scritto mai
Lettere d’amore
Fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
Le lettere d’amore,
Di un amore invisibile;
Le lettere d’amore
Che avevo cominciato
Magari senza accorgermi;
Le lettere d’amore
Che avevo immaginato,
Ma mi facevan ridere
Magari fossi in tempo
Per potertele scrivere…

Apri a chi non bussa alla tua porta

Apri a chi non bussa alla tua porta
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…Isole fortunateMetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Voglio, avròXLII

Isole fortunate

Isole fortunate
(Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.

E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…MetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Voglio, avròXLII

XLII

XLII
(
Alberto Caeiro eteronimo di Fernando Pessoa Lisbona, Portogallo 13/6/1888 – Lisbona, Portogallo 30/11/1935)

Passò la diligenza per la strada, e se ne andò;
E la strada non divenne più bella, e neppure più brutta.
Così è l’azione umana, fuori, nel mondo.
Nulla prendiamo e nulla poniamo; passiamo e dimentichiamo;
E il sole è sempre puntuale tutti i giorni.

Dello stesso autore: Amo tutto ciò che è statoCampana del mio villaggioGli dèi sono feliciIl ragazzo che ride nella via…MetafisicaNataleNon sono nullaNon sto pensando a nienteOde alla notteSensazioneSonetto 1Voglio, avrò