Non ci saranno più parole

Non ci saranno più parole
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko Zima, Russia 18/7/1932 – Tulsa, Oklahoma, USA 1/4/2017)

Non ci saranno più parole, lo sai
né qui, né altrove
né parole a dire ciò che è stato
né parole a dire ciò che non è più
mi resta un pacco mai spedito
e un libro desiderato
mi resta un letto non ancora disfatto
e musiche mute e parole strozzate
e immagini sfocate
mi resta la sciatta e affrettata gentilezza
di una conversazione lampo
moneta di latta
da gettare ai pezzenti per strada.

Dello stesso autore:
Al mio cane
Compenso in piombo
Ho infilato a un ramo una poesia
Io ti imploro
La scuola di Beslan
Non capirsi è terribile
Oggi io mi sento Anna Frank
Sempre si troverà una donna
Uomini
Vorrei nascere in tutti i paesi

Vorrei nascere in tutti i paesi

  Addio a Evgenij Evtušenko

Vorrei nascere in tutti i paesi
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko Zima, Russia 18/7/1932 – Tulsa, Oklahoma, USA 1/4/2017)

Vorrei
nascere
in tutti i paesi
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,
e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.
Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Missisipi
Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo –
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto –
in nessun caso.
Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Hong-Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh
o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.
Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche –
purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.
Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
né dei cani del gregge,
né dei pastori che al gregge si conformano,
vorrei essere felicità
ma non a spese degli infelici
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io –
magari una volta soltanto…
madre-natura,
l’uomo é stato da te defraudato.
Perché non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perché,
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.
Vorrei essere essenziale –
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,
o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano –
purché nella mia morte
ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.
Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori nella Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro a un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo
Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Berkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.
Un quinto – un maestro elementare in Alaska,
un sesto – un giovane presidente in qualche dove,
anche in Sierra Leone, diciamo,
un settimo – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…
Poco per me essere me stesso
tutti, fatemi essere!
E ciascun essere,
in coppia,
come si usa.
Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.
Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinché la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.
Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio il volto
di tutta l’umanità.
E quando morirò –
sensazionale Villon siberiano –
non deponetemi
in terra inglese
o italiana –
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.

(1972)

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Io ti imploro

Io ti imploro
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Io ti imploro, nel silenzio più silenzioso,
ti imploro quando la pioggia batte sul tuo tetto,
o la neve scintilla sui vetri delle tue finestre,
mentre tu giaci tra il sonno e la veglia,
pensami nelle notti di primavera
e pensami nelle notti d’estate,
pensami nelle notti d’autunno e
pensami nelle notti d’inverno.

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Ho infilato a un ramo una poesia

Ho infilato a un ramo una poesia
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ho infilato a un ramo una poesia,
che lotta e non si lascia afferrare
dal vento.
Mi chiedi: "Sfilala, non scherzare".
La gente passa. Guarda. Si stupisce.
L’albero brandisce la poesia.
Non dobbiamo discutere. Dobbiamo proseguire.
"Ma non te la ricordi". – "E’ vero,
però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo una poesia.
Te ne scriverò quante ne vorrai.
Per ogni albero – una poesia!"
Ma più avanti, come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No, se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà di dove, in piena luce,
un albero brandisce una poesia,
e sorrideremo: "Dobbiamo proseguire".

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Uomini

Uomini
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Non ci sono uomini poco interessanti.
Sono i loro destini storie di pianeti.
Tutto, nel singolo destino, è singolare
E non c’è un altro pianeta che gli somigli.
Ma se qualcuno è vissuto inosservato
– e di questo si è fatto un amico –
tra gli uomini è stato interessante
anche col suo passare inosservato.
Ognuno
Ha un mondo misterioso
Tutto suo.
E in esso c’è l’attimo più bello
E l’ora più angosciosa,
solo che noi non ne sappiamo niente.
Se muore un uomo,
con lui muore
la sua prima neve, il primo bacio,
la sua prima battaglia…
E tutto egli porta via con sé.
Restano, è vero, libri e ponti
Macchine e quadri. E’ destino
Che molto rimanga, eppure
Qualcosa se ne va lo stesso.
E’ la legge di un gioco spietato:
non muoiono uomini,
ma interi mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori.
Ma, in sostanza, che ne sapevamo di loro?
Che ne sappiamo di fratelli e amici?
Che ne sappiamo del nostro unico amore?
E anche di nostro padre, sapendo tutto,
noi non sappiamo niente.
Gli uomini passano…
Ed è impossibile richiamarli in vita.
Impossibile risuscitare i loro mondi misteriosi.
Ma ogni volta desidero ancora
Gridare
per questa irrevocabilità.

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Sempre si troverà una donna

Sempre si troverà una donna
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Sempre si troverà una donna,
che, fredda e lieve,
compatendo e un poco amando,
ti plachi come un fratello.
Sempre si troverà la spalla di una donna
dove, abbandonata la testa scapestrata,
tu possa respirare con ardore
e a cui possa affidare il tuo ribelle sonno.
Sempre si troveranno gli occhi di una donna
che, smorzando il tuo dolore,
in parte almeno, se non proprio tutto,
vedano la tua sofferenza.
Ma c’è una mano
che ha particolare dolcezza
quando la fronte tormentata sfiora,
come l’eternità e il destino.
Ma c’è una spalla
che, un mistero il perché,
in eterno ti è data, non per una notte sola,
e questo tu da tanto l’hai capito.
Ma ci sono occhi
che appaiono sempre tristi,
e sono gli occhi del tuo amore e della tua coscienza,
fino ai tuoi ultimi giorni.
Ma tu vivi malgrado te stesso,
e quella mano, quella spalla,
quegli occhi tristi non ti bastano…
Quante volte in vita li hai traditi!
Ma eccolo, arriva, il castigo.
«Traditore!» – ti schiaffeggia la pioggia.
«Traditore!» – i rami ti sferzano il viso.
«Traditore!» – rimbalza l’eco nel bosco.
Ti rattristi, ti agiti, ti tormenti.
Non saprai perdonare tutto questo a te stesso.
E solo quella mano diafana perdona,
anche se grave l’offesa,
e solo quella spalla stanca
perdona adesso e perdonerà ancora,
e solo quegli occhi tristi
perdonano quello che non si può perdonare.

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Al mio cane

Al mio cane
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.

Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.

Ricordi, cane, c’è stato un tempo
quando una donna abitava qui.

E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,

e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.

Essa è lontana… Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.

Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!

Compenso in piombo

Giornata Mondiale della libertà di stampa

Compenso in piombo
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Ormai lo spirito dei poeti
Non è più così impetuoso
Anzi, in tutta sincerità,
è talvolta piuttosto misero.
Ma rimane in vita il fervore civile,
figlio adottivo dei giornalisti,
che dai preferiti delle muse
è fuggito con aria sprezzante.

Noi vediamo in Russia
Una luce splendente
Che cinge altre teste,
non coronate d’alloro.
Parlo di Dima, di Jurij e di Anja,
piombo e veleno
il prezzo delle parole pericolose.
Dall’alto del cielo si celebra la messa funebre
con tono d’addio, come di gru.
Esiste nel mondo Babij Jar*
Ed esiste la Babij Jar dei giornalisti.
Con quanta generosità ripagano
Il coraggio del giornalismo
con un compenso in piombo
E quanti
Sono ancora ignoti.
Le loro penne emergono dal pantano
delle periferie.
E’ possibile che tutti
quelli che non stanno zitti saranno uccisi?

E sopravviveranno solo coloro
Che adulano oppure stanno in silenzio?
Non ci sono al mondo paesi cattivi
Ma nemmeno paesi senza fuorilegge.
Dov’ è Artëm Borovik?
Dove Men’, il predicatore?
Io, lo confesso, non amo
i poeti inoffensivi,
capaci solo di guaire,
troppo pigri per ringhiare.

Che odore ha la morte?
Quello della paura della libertà di parola
dell’attesa dello sparo
del veleno
del piombo

Ma, ecco, incontro a tutto
ciò che odora di viltà
avanza una ragazzina-reporter dalla città di Odincov
con le fossette
armata solo di una penna

E davvero la mamma dovrà vedere
queste fossette nella tomba
insieme con la penna, regalo della redazione di un giornale di provincia?

La mamma non avrà la forza
di piangere.
Sia maledetto per l’eternità
Il compenso in piombo
Il compenso in piombo
Diventato il prezzo della verità.

* Citta’ ucraina diventata tristemente famosa per le uccisioni di massa compiute dagli occupanti nazisti nel 1941. “Babij Jar” e’ anche il titolo di una raccolta di Evtušenko contro l’antisemitismo in Russia

(Piombo e veleno: il prezzo delle parole pericolose, Novaya Gazeta, 3/7/2008)

La scuola di Beslan e Foglie di Beslan

1/3 settembre 2004
7° anniversario della Strage di Beslan

La scuola di Beslan
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Io sono uno che non ha mai finito una scuola in vita sua
Uno che ha sempre pagato per le malefatte altrui
ma ora vengo a te, Beslan,
per imparare davanti alle rovine della scuola tua.

Beslan, lo so, sono un cattivo padre io,
ma davvero dovrò assistere
alla fine di tutti i cinque figli miei
sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?

Lo so, non sono in una città straniera
mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore
inciso goffamente col coltello
in quell’ultimo banco bruciato della scuola.

Che cosa sarai mai in Russia tu, o poeta?
Paragonato al tritolo, sei un moscerino.
E non abbiamo oggi scusa alcuna
se sulla terra tutto questo accade.

Come ad un tratto lì a Belsan tutto si fonde ancora:
l’inafferrabilità, il caos, l’orrore
l’imperizia di saper salvare senza fare vittime
e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.

E il passato, guardandoci, trema
e il futuro, promessa innocente,
tra i cespugli si sottrae al presente
che gli spara alla schiena.

Ma la mezza luna abbraccia la croce.
Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
come fratelli vagano Maometto e Cristo
raccogliendo dei bambini i pezzi.

Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci tutti!
Che davvero dovremo seppellire senza gloria
accanto ai bambini di ogni credo
noi stessi nel cimitero di Beslan?

Quando andavano i convogli in Kazakhstan,
stracolmi di ceceni ammassati l’un sull’altro,
il terrore futuro si stava generando là,
nel liquido amniotico di quei nascituri.

Laggiù, in quella prima culla sempre più cattivi,
si stringevano loro, felici di nascondersi così,
eppur sentivano attraverso il grembo della madre
il calcio dei fucili sulle teste.

E certo non pregavano Mosca
che li confinava nella steppa, dove tutto è piatto e spoglio,
come se per incanto sulla terra
Satana avesse cancellato i monti antichi.

Ma la lama ricurva della luna, lì
tra le fessure nei tetti delle case di terra
ricordava loro il segreto dell’Islam
tra gli slogan sovietici dell’inganno

E l’arroganza plebea di Eltsin,
e la fanfaronata di Graciov su quella "guerra-lampo"
li spinsero poi verso i primi attentati…
e allora alla guerra non ci fu più scampo…

Le kamikaze cecene portano esplosioni sul petto,
alla vita, e al posto della collana al collo.
E come sempre, tanti più morti si lasciano alle spalle
tanto più basso è il prezzo della vita.

Com’è cambiato il volto del firmamento,
la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,
e ha sussultato al pensiero della fine
in quella scuola e il quel campo di basket laggiù
la mina innescata da Stalin.

Ma a niente serve la vendetta.
Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.
Finché ci sono ancora bimbi vivi,
non ci dimentichiamo la parola "insieme".

Nessuno di noi è eroe da solo,
ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.
Io sto insieme ai bambini bruciati.
Sono anch’io uno di loro… Uno della scuola di Beslan.

Foglie di Beslan
(Giovanni Allevi n. ad Ascoli Piceno il 9/4/1969)

Oggi io mi sento Anna Frank

Oggi io mi sento…
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko n. a Zima, Russia 18/7/1932)

Oggi io mi sento
Anna Frank
limpida come un ramo in aprile.
E amo.
A che servono le parole?
Mi basta che ci si possa guardare negli occhi, tu e io.
Come poche sono le cose al mondo
che ci è dato
vedere, annusare…
Non ci sono foglie per noi,
non c’è cielo per noi.
Eppure molto ci è dato:
teneramente
abbracciarci nella camera al buio.
Qui vengono?
Non aver paura:
è il clamore della primavera
che viene.
Avvicinati.
Presto dammi le labbra.
Sfondano la porta?
E’ soltanto il disgelo…
Sopra Babij Jar non c’è che la voce delle erbe selvagge.
Severi come giudici guardano gli alberi.
Qui tutto, tacendo, grida;
e io mi scopro il capo
e lentamente
mi sento incanutire.