Majakovsky

Majakovsky
(
Etel Adnan n. a Beirut, Libano il 24/2/1925)

1

Majakovsky, dove sei?

Potrei venire a prenderti
alla stazione,

potremmo parlare del tempo
sulla strada del ritorno,

e se verrai in autobus
potrò aspettarti
al capolinea

e nel caso trovassi abbastanza danaro
da venire in aereo,

mi alzerei presto e ti
aspetterei.

Non dirmi caro Vladimir
che hai perso il mio indirizzo,

e che non verrai,
né domani, né mai,

io continuerò ad aspettarti
perché ci sentiamo tristi

qui, e altrove, in Europa
o in California.

Sappiamo tutti che
la tua rivoluzione fu sanguinosa

ma ora il mondo sanguina
e non c’è alcun cambiamento, alcuna speranza,
in vista.

Sei sotto i nostri piedi, Majakovsky
nel caso le tue ossa si siano tenute ancora insieme,

malgrado gli anni,

lascia che ti informi che
i poeti stanno lasciando le loro camere,
a centinaia,

in cerca di te, in ogni
treno, aereo e automobile,

e, di notte, nei porti.

2

In una luce grigia e fuggitiva
sto ascoltando una partita di baseball

fissando un punto nello spazio
fra la radio e Majakovsky

la mia squadra non vince
fin da quando la rivoluzione vacillò

sotto il terribile peso delle nostre
aspettative

così fingiamo di giocare a scacchi
con i russi

o di andare a sciare nell’Artico
come i norvegesi
in gita

ma sono i problemi
che vengono da noi,

ci trovano a leggere i tuoi libri,
Majakovsky, le pagine ingiallite
dalla polvere;
siamo cento anni più giovani,
e aspettiamo con te il segnale
che cambierà il mondo.

3

Continuo a chiedere dove
si nasconde il poeta e ricevo sorrisi e
sguardi di sconcerto in risposta

Vado lungo i viali della
città, sperando di vederlo dietro
una finestra

Ho bussato alla porta di Lili Brik,
i vicini mi hanno gridato che
è andata a Parigi

leggo i giornali e i necrologi,
ma non trovo il suo nome.

Non è buio, stanotte,
a Mosca, a causa della neve.

Di ritorno all’albergo, c’è
una chiamata telefonica: Majakovsky
si è suicidato…

Non lo sapevo.

4

Nella Berezina della mia infanzia
i soldati morivano per il freddo
e Napoleone perdeva la guerra

io piangevo per i cavalli perché,
distesi sulla schiena, incombevano
più grandi dei miei genitori

In questi giorni, vago fra
i caffè di North Beach, agognando segnali
di avventura.

Qualcosa, tuttavia, mi opprime
il respiro. I clienti sono felici
in questo particolare momento, celebrano
la stagione,

sono confusa.

5

Il futuro di questo momento sarà troppo
squallido per importare. Le notizie creano
alienazione e paura.

L’illuminazione si deve trovare nelle
querce, non nel mio cuore. Cerco
un poeta con cui condividere una notte
di conversazione.

Ricordo che i treni in Turchia
emettevano biossido di carbonio mentre
l’impero si sgretolava.

e che le donne bevevano tè
sull’orlo dei loro desideri.

6

Ho amici che scrivono poesie mistiche
in giorni estatici, i loro piedi nudi
giocano con l’oceano. Le loro macchine
brillano davanti alle porte di casa, dimenando
la coda con impazienza.

Le loro sono poesie carine che svelano
il mondo come i giovani uomini scoprono
il loro primo amore

Ho altri amici – vero è che
vivono lontano dalla Bay – che mettono in codice
le loro poesie sulla pelle del loro cervello.
Vivono in luoghi così affollati che
fanno i turni e dormono due ore
per volta.

Poiché l’assedio impedisce loro di trovare
carta e inchiostro, sognano di tagliarsi
le vene, una mattina, per scrivere una
lettera alle loro madri.

7

Majakovsky, i fratelli gemelli
Sangue e Morte ti condussero nelle loro
camere buie, murate e vuote,

ma le tue visioni segrete viaggiano
di paese in paese, alloggiano
in menti diverse, ed edifici
diversi.

8

Raccogliere cibo per l’anima
nei libri di grammatica ci trattiene dall’avanzare
oltre; perdiamo il linguaggio, il canto e
la coesione.

Dovremmo restare dove siamo, con
le idee sull’immortalità che giocano a bocce come
il sole stesso, ieri, visibilmente
una fornace pronta a ridurre ogni cosa
in raggi scintillanti.

(…)

10

Ti ha portato qualcuno a riva in quella
notte oceanica oppure nuvole
in pantaloni ti hanno lasciato cadere sul marciapiede
mentre l’Esercito celebrava
il Primo Maggio?

Voglio una parata per il poeta caduto,
un minuto di silenzio, dei fiori…
Lì, mentre piange in silenzio fra
il corpo inanimato di suo figlio e il tuo,
vedo Achhmatova.

11

C’era, molto prima che tu e io
nascessimo, una donna, con un grembiule
blu, che versava latte
nella tazza di un pittore

Poi comparisti tu,
alto, selvaggio e indifferente,
sul palcoscenico illuminato
della sua cucina

Gli anni erano turbolenti,
gli studenti ti leggevano
a letto nelle stagioni
di febbre alta

e Vermeer lavorava al tuo
ritratto.

12

Majakovsky, di dove viene il vento che
porterà i miei pensieri fino a te?

Sono andati tutti: Imam Ali, il Che,
Ghassan Kanafani e tu…

restano i duri.

Questa primavera, i pianeti si sono allineati
come prigionieri in attesa
di essere trucidati… nello splendore
dell’immenso cielo

le parole conficcate nella mia gola sono
sassi scintillanti,
il proiettile che
ti ha ucciso.

Siamo arrabbiati, e tu sai
cosa vuol dire.

13

Caro M,

con le camicie
portate al rovescio,
le loro diete e
il piangere

– sono troppo ricchi, naturalmente,

continuano a saccheggiare le giungle,
imbrigliare i fiumi e a
discutere di barche da diporto.

Alcuni di noi pensano che tu non
stia peggio
nel tuo non-mondo
della gente emaciata che
affolla i barrios delle
Americhe.

14

Carissimo,

i colori ruotano vorticosamente
nel cervello

quando si guarda
nel vuoto

lasciato dalla dipartita
del tempo

particelle di energia
si riversano negli occhi

e uno smette
di riflettere se sia

meglio vivere
o morire.

(Traduzione: Raffaella Marzano)

Della stessa autrice: Jenin

Jenin

Jenin
(
Etel Adnan n. a Beirut, Libano il 24/2/1925)

E quella notte, quando smisero di piovere tigri
e paraventi,
mentre coloro che erano venuti per rapine a mano armata
andavano via con un magro bottino,
dopo la chiusura degli amari caffè, e
dopo l’ora in cui i bordelli cominciano
a ricevere i clienti, quando gli stoppini si furono spenti
nelle loro lampade
e i preti furono tornati alla loro
abituale pedofilia,
quando la pioggia ebbe paura perchè
le bombe cadevano più veloci
della luce,
un fumo denso, fatto di ossa bruciate
sopra un fuoco tenue
e trasformato in “Calcio-Palestina”,
discese,
e riempì di disperazione le gole dei boia
che poi andarono a lavarsi dalle loro madri
con le orecchie allucinate
perchè sentivano le famose
trombe di Jerico
e confondevano gli anni con le stelle,
i cavalli con i granchi.

 

E la notte si rifiutò di piovere sulla testa della pecora,
e noi vedemmo lampi misti a
nuvole ingrossate con il sangue e le lacrime,
e la materia cominciò a parlare direttamente con i morti,
che non ascoltavano più,
e la gente non aveva voce,
e noi camminammo su rovi, spine e cardi,
e i nostri occhi esaurirono il vocabolario delle
ombre della morte,
e allora discese –seguendo la pioggia- un
angelo di cui nessuno conosceva il nome.
Egli cominciò a contare i feriti qua e là
e le amputazioni fatte con coltelli da cucina,
e quell’angelo scrisse ogni cosa in un libro di
oro e fango.
Per questo il mare dilagò, tremò di terrore,
obbligò le sue onde a vigilare,
e noi, al sentire suonare strumenti barbarici
giurammo che dovevamo uccidere la vita, e la morte,
avendo già visto uno spazio di lacrime e fuoco.
Nessuno uscì vivo dal campo
ma il tuono scosse le case piene di bambini,
e la miseria indossò abiti da donna,
e nessuno si fermò, mentre tutto ciò che era vivo
era morto.
Avvolgemmo la morte in una enorme bandiera e
la calammo in quella fossa comune che era diventata
la città: il cibo quotidiano dei suoi abitanti
furono le briciole aride della memoria.

 

Non disegneremo linee diritte ma chiederemo
alla primavera di tenere un diario di guerra,
chiederemo all’autunno di prendere posto fra i traditori.
Illumineremo le finestre con cera che brucia,
ma non chiedete ai pipistrelli di indicare la strada alle
volpi del deserto.
Preparate i camion che ci porteranno
al mattatoio.
Lì, si terrà un banchetto con bollitori
pieni di agnello cotto in limone e sangue.
Un banchetto preparato per i generali vittoriosi,
quello appena descritto.

 

Il sole si velò.
In un’orgia di furia, sleale ed efficiente
una tempesta si portò via i letti.
Le armi per uccidere sono più fredde dell’aria
che le circonda. Feriscono ma non fanno paura.
A Jenin è stato creato il male da un nuovo ordine.
Il male ha subito una mutazione che è
l’opposto di quella che ci aspettavamo.

 

Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non
ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo.

 

Le foreste stanno crescendo più fitte, gli animali notturni
stanno generando mostri.
Il male ha bussato alla porta, nella stessa
notte in cui la pioggia ha smesso di cadere.
I boulevard stanno perdendo attrattiva.
I cavalli corrono ad annegarsi,
senza alcuna ragione.

 

Viviamo nel perimetro tempestato di stelle
dell’incubo che esaspera la bellezza di questa primavera,
una primavera abitata da alberi in fiore,
montagne umide coronate da nubi translucide,
e la brezza che si mantiene sveglia quando i nostri
occhi smarriscono la strada da ovest a est attraverso
le colline rosa.

 

Ecco il dolore della gente che è circondata
da carri armati e incarcerata dallo sguardo
di assassini che hanno attraversato confini che sono
null’altro che le prime linee delle loro
molteplici prigioni:
tutto ciò solo per aggravare la bellezza di un mondo
posseduto da un’altra follia, estranea alla nostra
condizione.

 

C’è un tragico incontro fra la morte
di alcuni e la vita moltiplicata di altri:
altri essendo le gelide e felici onde
di un oceano che muggisce il suo piacere di essere nato
un’eternità prima della nostra misera coscienza.
La differenza fra ciò che imputridisce
e ciò che non smette di rinnovarsi
ci fissa.
Viviamo negli abissi.
Altrove la nebbia inghiotte le zone industriali.
Emanazioni di ciminiere che costellano
l’orizzonte riempiono le bocche di lavoratori necessari ma
dichiarati indesiderabili.
I gas bruciano le loro memorie.
Hanno dimenticato che prima di imbarcarsi sul battello
avevano un nome e un indirizzo.
Come buonuscita avranno malattie incurabili.

 

Lassù, sulla mia unica montagna, gli uccelli emettono
canzoni in codice, volano a coppie,
colpiscono l’aria con le ali e con gioia.
Nelle nostre teste sigillate i pensieri rappresentano
un vomito di gas velenoso –
e ricompensano se stessi.

 

La funzione primordiale della sopravvivenza
sta fornendo scuse per la morte;
è per questo che
la Natura con noi ci ha rinunciato.
Rimane inaccessibile.
Quello che noi ne diciamo
non è che un pallido riflesso della sua realtà.
Ci siamo resi estranei
al nostro destino
sebbene la nostra infanzia
mostrasse un’esuberante lucidità.

 

Cosa è accaduto al passato?
Gli assassini non si fermano alla carne.
Cercano l’invisibile,
la nostra precedente beatitudine.
Nel frattempo, l’universo invecchia.
Miliardi di anni sono passati
e le stelle si battono per la loro vita:
brillare non le preserva dalla
definitiva scomparsa.
So che la materia non ha occhi,
che non ha smesso di respirare.
Sotto le tombe c’è la terra fresca.
Abbiamo visto tappeti tessuti con tinte vegetali:
uno aveva il colore ocra del volto
di uno degli uomini assassinati
a Jenin.
Non vi preoccupate, non dovrete guardare
nè il tappeto, nè quel cadavere.

 

Durante questo tempo, mentre i soldati nemici
lavoravano nel buio, l’universo invecchiava.
Con noi.
Come noi.
Nel nostro crollo finale trascineremo Dio stesso
verso
la Sua fine.
Per ora, qualcuno governa, qualcuno scompare…
Nel campo c’era un campo,
i gradi dell’inferno entrano uno nell’altro.
Siamo seduti in questa stazione di comfort,
contemplazione e rinuncia.
L’ustione bianca si muove sui corpi,
ciascuno prigioniero del suo dolore.
Il dolore è murato nelle ossa, le ossa
nel corpo, e il corpo in case
murate a loro volta.
Sopra le porte ridotte in macerie
una volta c’erano iscrizioni,
o un semplice disegno.
Il sangue e l’inchiostro dei calamai si sono mischiati,
per questo le nuove scritte sono sporche di fango.
Sulle membra sparpagliate, abiti e
mobili sono diventati una dura coperta.
La notte si è chiesta se fosse morale nascondere
tale mostruosità, poi ha deciso:
resterà sospesa in alto nel cielo,
come ultimo bene dei diseredati.
Il silenzio è disceso e in assenza
di una scala è caduto giù con tutto il suo peso,
come piombo.
Alcuni di quelli che avevano cominciato la loro mortale agonia
riconobbero quel silenzio.
Chiamarono in aiuto le madri
ma le donne dormivano nella stanza accanto,
le loro teste mozzate riposavano sui cuscini.
Il fazzoletto di Sohrawardi si era macchiato…

 

Settimane dopo la carneficina un giovane
cercava di imparare, da un libro, come
diventare costruttore di cimiteri.
Ma non riuscì a trovare un pezzo di terreno
per la sepoltura dei morti.
Allora abbandonò i suoi studi
e si unì ad un’organizzazione clandestina.
Nessuno sa dove sia, nè se è ancora
tra noi.

 

C’è qualcosa di più degradato della morte,
di più assente, è ciò che è stato cancellato
col cassino di un bambino dalla lavagna della Storia.
La Storia, l’ultima illusione.

 

Nel freddo delle nostre case senza riscaldamento
ci tenevamo caldi con
la memoria dei nostri antenati, pensando ai
i nostri bisnonni come a semidei.
Sì. Certo.
Nient’altro.

 

Ma arrivarono loro– i bastardi, a sradicare,
con le bombe,
a dirci molto semplicemente che noi non esistevamo.
Cominciarono con gli ulivi,
poi con i frutteti,
poi, con gli edifici,
e quando tutto fu scomparso,
gettarono, uno sopra l’altro,
i bambini, i vecchi e gli sposi,
in una fossa comune,
tutto ciò per dire al mondo dei mezzo-morti
che noi non esistevamo,
che non siamo mai esistiti,
e che perciò avevano ragione…
a sterminarci tutti.

 

(2002; Traduzione: Raffaella Marzano)

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