Ero stufa d’esser donna

 Le poesie delle donne

Ero stufa d’esser donna
(Erica Jong n. a Manhattan, New York, USA il 26/3/1942)

Ero stufa d’esser donna,
stufa del dolore,
dell’irrilevante dettaglio del sesso,
la mia concavità
inutilmente affamata
e più vuota ogni volta che era piena,
e riempita infine
del suo stesso vuoto,
cercando il giardino della solitudine
anziché gli uomini.

Il letto bianco
nel verde giardino –
Desideravo
dormire sola
così come altri
desiderano un amore.

Persino quando sei arrivato tu
ho cercato di mandarti
via con la mia tristezza,
le mie ciniche seduzioni,
ed il mio trucco di
trasformare lo schiavo
in padrone.
E tutto perché
tu mi facevi
dolere le punte delle dita,
ed incrociare gli occhi
in una passione
che non sapeva nemmeno il proprio nome.

Orso, bestia, amante
del libro del mio corpo,
mi hai voltato le pagine
e scoperto
ciò che restava
da scrivere
sull’altro lato.
Ed ora

sono bianca
per te,
una tabula rasa
pronta ad esser stampata
con lettere
di una lingua sconosciuta
dalla gran rotativa
del nostro amore.

Della stessa autrice: Diciassette ammonimenti per una poesia femministaIl canto della biancheria sporcaInvidia del pene

Il canto della biancheria sporca

Il canto della biancheria sporca
(Erica Jong n. a New York, USA il 26/3/1942)

Quest’è il canto della biancheria sporca –
dacché viaggiammo di città in città
Accumulando intimo macchiato & camicie sudate
& jeans incrostati & coagulati dei nostri fluidi
& T-shirt raggrinzite dalla nostra gloriosa confusa passione
& biancheria irrigidita dall’intera nostra gioia.

Sono tornata a casa per lavare i miei panni.
Come la pioggia ticchettano, cadendo sul pavimento del bagno.
L’acqua sgocciola via i giorni fino a te.
L’acqua sporca mi parla d’amore.

Vaporosamente nelle bolle del nostro amore
Ho tuffato le mani nell’acqua bollente
Così come avrei potuto tuffarle
Dentro il tuo cuore.

Dopo anni di macchie & schizzi
Sto finalmente diventando pulita.
Voglio volare da te con una valigia di biancheria fresca,
togliermi i vestiti, ammucchiarli sul pavimento,
& farti strofinare il mio corpo con il tuo amore.

Diciassette ammonimenti per una poesia femminista

Le poesie delle donne

Diciassette ammonimenti per una poesia femminista

(Erica Jong n. a New York, USA il 26/3/1942)

1 Guardati dall’uomo che condanna l’ambizione;
gli prudono le dita sotto i guanti.

2 Guardati dall’uomo che condanna la guerra
serrando i denti.

3 Guardati dall’uomo che condanna le donne che scrivono
il suo pene è minuscolo e non sa sillabare.

4 Guardati dall’uomo che ti vuole proteggere;
ti proteggerà da tutto fuorchè da se stesso.

5 Guardati dall’uomo che sa cucinare;
ti lascerà la cucina piena di pentola unte.

6 Guardati dall’uomo che ama la tu anima;
è un rompiballe.

7 Guardati dall’uomo che condanna sua madre;
è un figlio di puttana.

8 Guardati dall’uomo che scrive figlio di puttana tutto attaccato;
è un ignorante.

9 Guardati dall’uomo che ama troppo la morte;
sta per fare un’assicurazione.

10 Guardati dall’uomo che ama troppo la vita;
è uno sciocco.

11 Guardati dall’uomo che condanna gli psichiatri;
ha paura.

12 Guardati dall’uomo che ha fiducia negli psichiatri;
è pieno di debiti.

13 Guardati dall’uomo che ti sceglie i vestiti;
ha voglia di metterseli.

14 Guardati dall’uomo che ti sembra indifeso;
ti coglierà di sorpresa.

15 Guardati dall’uomo che si cura solo di libri;
scorrerà come un rivolo d’inchiostro.

16 Guardati dall’uomo che scrive lettere d’amore fiorite;
prepara anni di silenzio.

17 Guardati dall’uomo che loda le donne liberate;
sta pensando di abbandonare il lavoro.

Invidia del pene

Invidia del pene
(Erica Jong n. a New York, USA il 26/3/1942)

Invidio l’uomo che desidera
con un vuoto senza fine
il corpo di una donna,
 
sperando che il desiderio
dia forma a un bambino,
che il vuoto stesso
fertilizzi il buio.
 
Le donne su questo non si illudono,
essendo al tempo stesso
case, tunnel,
coppieri e coppe,
conoscendo il vuoto come uno stato temporaneo
fra due pieni,
e non vedendo in questo niente di romantico.
 
Se fossi un uomo
condannata a quel vuoto senza fine,
e non avendo scelta in merito,
non c’è dubbio che, come gli altri,
troverei una donna e la battezzerei ventre di luna,
madonna, dea dai biondi capelli
e ne farei la tenda della mia brama,
il paracadute di seta della mia lussuria,
l’icona azzurro-occhiuta del sacro prurito
del mio sesso,
la madre della mia fame.
 
Ma poiché sono donna,
non devo solo ispirare la poesia
ma batterla anche a macchina,
non solo concepire il bambino
ma anche partorirlo,
non solo partorire il bambino
ma anche lavarlo,
non solo lavare il bambino
ma anche nutrirlo,
non solo nutrire il bambino
ma anche portarmelo dietro
dappertutto, dappertutto….
 
Mentre l’uomo scrive poesie
sui misteri della maternità.
 
Invidio l’uomo che desidera
con un vuoto senza fine.