Pranzo da Mussolini

Pranzo da Mussolini
(Dylan Thomas Swansea, Regno Unito 27/10/1914 – New York, USA 9/11/1953)

Atto unico

La stanza da pranzo nella casa di Mussolini a Roma. Entra Mussolini. Indossa la sua uniforme più pittoresca e la migliore della sue espressioni inscrutabili. La famiglia scatta sull’attenti. Lui si siede. Loro si siedono.

MUSSOLINI (versandosi il caffè). Insomma, questo è troppo. L’acqua per la barba era fredda un’altra volta. Lo scaldabagno non funziona, e il bagno è in condizioni schifose.
LA MOGLIE. Beh, ma cosa pretendi caro, se ci vuoi tenere una mitragliatrice?
MUSSOLINI. Bisogna pure che mi difenda, no?
LA MOGLIE. Ma non nella stanza da bagno, caro.
MUSSOLINI. Bah! (Sbucciandosi una banana). E guarda questa banana, è marcia. Possibile che non vada mai bene niente in questo posto?
LA MOGLIE (compiacente). No, caro. Spero ti sia ricordato di cambiarti la biancheria.
MUSSOLINI. Certo. E di far prendere aria alla camicia. E di pulirmi i denti. E di lavarmi dietro le orecchie.
IL FIGLIO. Perché papà s’è messo l’uniforme oggi? Deve andare a posare una prima pietra o a inaugurare una biblioteca pubblica?
LA MOGLIE. Sta’ zitto, caro. Deve andare a farsi fotografare.
MUSSOLINI (secco). Piantala, signorino. (Il ragazzo comincia a frignare. Le donne si guardano).
LA MOGLIE. Benito! (Nessuna risposta) Benito!
MUSSOLINI. Insomma, cosa c’è? Non ce l’ha un fazzoletto questo ragazzo?
LA MOGLIE. Sì, caro.
MUSSOLINI. E allora perché non lo adopera? (Il ragazzo ricomincia a frignare) Non lo vedi che sono occupato? Stasera ho un discorso importante.
LA MOGLIE. Allora non ti dimenticare l’ombrello, caro, sembra che stia per piovere.
MUSSOLINI. Bah!
LA MOGLIE. A proposito del vestito nuovo di Edda…
MUSSOLINI. E t’aspetti che mi metta a discutere d’una faccenda del genere?
EDDA. Dovrò pure averne uno, no?
MUSSOLINI. Non essere impertinente.
LA MOGLIE. La bambina ha ragione. Se non facciamo alla svelta, perdiamo la svendita.
MUSSOLINI. Vorrei sapere a cosa serve cercar di fare il dittatore quando uno ha famiglia.
LA MOGLIE. Vorrei che tu non fossi così violento, caro. Quasi rompevi un piattino.
MUSSOLINI. Ma come osa? Come osa? Io lo faccio fucilare. Lo faccio fare a pezzi. Lo faccio…
LA MOGLIE. Qualcuno che non è d’accordo con te, caro?
MUSSOLINI. Che non è d’accordo? Quell’infernale direttore di tutta ’sta porcheria ha avuto il coraggio di criticarmi. (Afferra il campanello).
LA MOGLIE. No, un minuto caro. Non abbiamo ancora deciso cosa si mangia a pranzo.
MUSSOLINI. Pranzo! Quando i destini dell’Impero tremano?…
LA MOGLIE. Sì, caro. Non tornerai tardi anche oggi, eh?
MUSSOLINI. Non lo so. Come faccio a saperlo. Perché?
LA MOGLIE. Se continui ad arrivare in ritardo per i pasti non riusciremo mai a tenerci in casa una donna di servizio.
MUSSOLINI. Mai sentita una cosa simile. Sei tu che ti devi imporre.
LA MOGLIE. Sì, caro. Forse ti piacerebbe cominciare con la cuoca?
MUSSOLINI (in fretta). Io… eh… certo che no. Ho già abbastanza da fare. (Suona il campanello. Entra il segretario).
IL SEGRETARIO. Eccellenza?
MUSSOLINI (mostrando il giornale). L’avete visto?
IL SEGRETARIO. Sì, Eccellenza. La polizia segreta l’ha arrestato un’ora fa. Vogliono sapere cosa gli devono fare.
MUSSOLINI. Fare? Dobbiamo essere indulgenti. Era un vecchio amico di mio padre. Diciamo vent’anni di galera in una fortezza e un’ammenda di tre milioni.
IL SEGRETARIO. Molto bene, Eccellenza. E c’è un’altra questione.
MUSSOLINI. Un’altra?
IL SEGRETARIO. Al Lido due tedeschi si sono lamentati della cucina dell’albergo.
MUSSOLINI. Si sono lamentati della cucina italiana? È un insulto. Immediata rappresaglia con l’Ambasciatore tedesco.
IL SEGRETARIO (si inchina e si ritira). Molto bene, Eccellenza.
MUSSOLINI. Ecco come ci si deve comportare… Con fermezza. A fronte alta. È così che Napoleone…
LA MOGLIE. Sì, caro. Ma cosa vorresti a pranzo?
MUSSOLINI. Pranzo! Ma che importanza ha? Lo sai che non bado a cosa mangio.
LA MOGLIE. Cosa ne diresti di un po’ di vermicelli, allora?
MUSSOLINI. Assolutamente no. Li abbiamo mangiati lunedì.
LA MOGLIE. Ma sono nutrienti, ti fanno bene, caro.
MUSSOLINI. Ti ho detto niente vermicelli. Non facciamo che mangiare vermicelli.
LA MOGLIE. Magari potresti pensare tu a qualcosa.
IL FIGLIO. Maccheroni.
EDDA. Ssssh!
MUSSOLINI. Cosa vuoi dire, signorina? Ssssh? Suppongo di poter avere maccheroni se mi va di avere maccheroni, sì o no?
LA MOGLIE. Sì, caro. Ma ricordati cos’è successo l’ultima volta che abbiamo mangiato maccheroni.
MUSSOLINI. Eh?
IL FIGLIO. Sì, papà. Ti sei preso l’indigestione e hai mandato la flotta contro la Grecia.
MUSSOLINI. Come osi? Sai quanta gente è morta per avermi detto molto meno?
LA MOGLIE. Sì, caro, ma si può sapere cosa vuoi a pranzo?
MUSSOLINI. Te l’ho detto che non mi interessa. Basta che non ci sia l’aglio. Stasera devo tenere un discorso patriottico.
LA MOGLIE. Vermicelli, allora?
MUSSOLINI. Bah!

Dello stesso autore:
Questo pane che spezzo
Qui in primavera

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo
(Dylan Thomas Swansea, Regno Unito 27/10/1914 – New York, USA 9/11/1953)

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.

In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
È il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

Dello stesso autore: Qui in primavera

Qui in primavera

Qui in primavera
(Dylan Thomas Swansea, Regno Unito 27/10/1914 – New York, USA 9/11/1953)

Qui in primavera, le stelle navigano il vuoto;
Qui nell’inverno ornamentale
Il nudo cielo viene giù a rovesci;
L’estate seppellisce l’uccello nato in primavera.
I simboli provengono dal lento costeggiare dell’anno
Le rive di quattro stagioni;
Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno
E note di quattro uccelli.
Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi,
Se lo fanno, narrano le tempeste dell’inverno
O il funerale del sole;
Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo
E la lumaca mi dovrebbe insegnare distruzione.
Un verme racconta l’estate meglio dell’orologio,
La lumaca è un vivente calendario di giorni;
Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo
Dice che il mondo lentamente si consuma?