Hiroshima

     Remember Hiroshima 1945 – 2012

Hiroshima
(Daniele Santoro n. a Salerno il 20/3/1972)

«Non ho mai perso una notte di sonno per il fatto di aver diretto il bombardamento. I capelli grigi che ho sono venuti da altre preoccupazioni.»
(Col. Paul Warfield Tibbets, pilota dell’Enola Gay)

Premessa
da Empedocle di Agrigento, Sulla natura, fr. 57 D.)

giacché molte teste a nascere prive di collo
e disossate di spalle andavano braccia
ed occhi ad errare solinghi
slacciati da fronte

l’apocalisse

Spettacolare ci sorprese il lampo
oscurò il giorno, rivoltò la terra
la furia scatenò degli elementi
poi l’esplosione ingorda
cui tenne dietro un vento a correre
scavezzacollo, inferocito
che niente fu capace di fermarlo
nemmeno la pietà di una manina;
infatti la girandola non consentì
alla bimba di coprirsi il viso
ma già se la portava nella nera
giostrafantasmagorica di morte

la fuga

dove mai corri, dove cerchi scampo, figura
sfigurata, reggendoti le viscere squartate
ed urli contorcendoti, ma muta
la bocca rovesciata che ti cola
la gola spalancata dell’addome
sgraziato dalla disumana imprecazione

la tempesta di fuoco

cisterne fino all’orlo di cadaveri
giacché ne straripava il fiume da ogni braccio
rosso come un tramonto rigoglioso
ma nonostante tutto
la folla non smetteva di accalcarsi
alla salvezza torbida, fatale.
Morirono però più in fretta
a seguito del fuoco sceso a picco
dai boschi di Nigitsu intenzionato
a fargliela pagare di quel Caos

l’acqua

acqua ridotta in cenere, di lava e
sabbia
che sorda fece l’urlo
dell’agonizzante, che strozzò preghiere

acqua feroce
imbottigliata in tanica di fuoco
per poi esserci addosso riversata
nera in riverberi di morte
e pietra negli esofagi

la pioggia radioattiva

che tutti ce lo auguravamo, finalmente
iniziò a piovere ma a più riprese
e così lento che era una tortura:
infatti, durò poco (la benedizione)
soltanto poche gocce grossolane,
per giunta sudice come la morte
ancora che ce ne veniva

la processione degli hibakusha

                                al dott. Shuntaro Hida

quindi iniziò il calvario degli spettri
sbucavano dalle rovine si avviavano
disorientati, come automi, e gonfi
che era impossibile distinguerli se maschi
o femmine con solo addosso ciondoli
di carne molle mescolata a sangue
e rigogliosa polla di escrementi.

uno di quei fantocci ancora lo ricordo:
incontro mi veniva brancolando e nero
il viso che gli si scollava crudamente,
e con un solo braccio verso me proteso
che inorridito lo scansai fuggendo
– quanti però dovettero venirne di lì a poco
se quando mi rinvenni (avevo perso i sensi)
non c’era un poveraccio più che agonizzasse,
ma una catasta informe di cadaveri fumanti
e tetri come sacchi d’immondizia

l’allontanamento dell’equipaggio

mentre, lontano il punto che si allontanava
in canti di vittoria, applausi, lazzi
però non scomparivano abbastanza
se noi dall’occhio gigantesco non li perdevamo
un attimo di vista (anzi l’inseguivamo);
d’altronde fummo in grado di vedere
il Colonnello accendersi la pipa

il reportage

quando più tardi ci addentrammo
nella città funesta (la città dei morti)
Cose sinistre, orribili ci accolsero:
la mano del meccanico fusa a un motore
(il benvenuto),
la smorfia del triciclo accartocciato,
un sandalo di donna, un orologio
molle decapitato all’ora dell’Infamia,
poi un tale senza un occhio – ché gli era caduto
che lo teneva ancora in mezzo al palmo,
                                                liquefatto
la madre

Dolore della madre in cerca di suo figlio
che ad ogni mucchio d’ossa si fermava a
seppellirlo.

l’ufficiale

carcasse di soldati nella piazza d’armi
tagliati in due, ancora implotonati,
tant’è che l’ufficiale, poco più da parte,
soltanto dalla spada lo riconoscemmo
e dalla stravagante smorfia della faccia:
che so, probabilmente stava dando un ordine
quando la b…. lo stroppiò a dovere

il primo anniversario

Sacre sponde dell’otha
nessuno manca con la sua corona di
lacrime intrecciate al cuore e
la lanterna a cui è legato il nome di un defunto.
ad uno ad uno li depositiamo
sul palmo delle acque i nostri cari
il rito più straziante   attendere
alti sui loro steli
vadano eserciti di Luce

non sapere se ancora domani

non sapere se ancora domani
l’alba chiudere palpebre agli astri
o frangersi a sera nel mare la luna
e calmo il fiore che spacca la terra
alto sulla scogliera un gabbiano