Notturno

Dimmi, t’è mai successo?
Via solitaria a tarda sera,
trentatré passi appena al cancello,
li hai contati. I sensi inquieti. La porta richiusa, resti tesa.
Penombra concava, paura,
silhouette scura – il sangue
trattiene il fiato, una pietra in gola,
cuore di preda tambura
danza di morte nel petto.
Nella nuca pulsano
oracoli di madre: Non dovresti la sera
uscire sola.
Dimmi, t’è capitato mai
di giocare a dadi con la morte,
quando rientri che è già notte?
Settimana del turno serale.
No, non potevi rifiutare.
Nel silenzio, scalpiccio
vicino, mi volto di scatto –
ho sentito i tuoi tacchi
e non ti vedo. Il buio respira
con affanno. Martellano alle tempie
rimproveri di madre: Non dovevi
uscire sola.
Dimmi, allora, t’è mai successo,
uomo, di avere paura di uno come te?

— GIOVANNA ZUNICA —

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Dentro l’amore

Al segno che ti dà la stanza sciogli
sulla parete l’ombra dei capelli,
le braccia alzate, la flessuosa voglia
d’avermi, e già dal ridere mi volti
nella raffica buia, mi cancelli
per affiorare dal lamento vano.
Smarrita, nel cercarmi con la mano,
nel distinguermi il volto, grata, piena
d’aperto e poi ripresa dalla lena
della dolcezza, calma a poco a poco
come in un lungo brivido. Dal gioco
degli occhi che balbettano mi ridi
sul petto a colpi di piccoli gridi.

— ALFONSO GATTO —

 

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Un conoscente nigeriano…

Un conoscente nigeriano una volta mi ha chiesto se fossi preoccupata dal fatto che avrei potuto intimidire gli uomini. Non ero preoccupata affatto. Infatti non mi è mai accaduto di essere preoccupata perché un uomo che si lascia intimidire da me è esattamente il tipo di uomo che non mi suscita alcun interesse.

— Chimamanda Ngozi Adichie —

Sull’amicizia

Impara a respingere l’amicizia. O meglio, il sogno dell’amicizia. Desiderare l’amicizia è un grave errore. L’amicizia deve essere una gioia gratuita come quelle che danno l’arte, o la vita. Bisogna rifiutarla per essere degni di riceverla: essa partecipa della natura della grazia.

— SIMONE WEIL —

Saper osare

Io credo che la vita per chi osa tentare
Possa essere una gioia
Quale non è in mio potere d’intendere
Né di attestare con le labbra.
Io credo che potrebbe dilatarsi
Il mio cuore di prima, finché l’altro
Mi apparisse come la breve riva
Al confronto del mare.
Io credo che ogni giorno potrebbe essere
Come un’investitura
E la pompa regale esser più facile
Di uno stile minore.
Non la triste apprensione che un cambiamento avvenga,
nessun’ombra sul fiore,
nessun trasalimento per l’orecchio dell’ansia
né fallimento, né condanna,
ma certezze solari,
la piena estate della mente,
perenne Sud dell’anima,
remota ormai la sua era glaciale.

— EMILY DICKINSON —

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È quel che è

È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore

È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore

È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore

— ERICH FRIED —

 

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confetto

dolciume consistente in un pezzo
di frutta secca, una radice (come la liquirizia), una mandorla,
o un seme rivestito e conservato con lo zucchero

Voglio rotolarti nello
zucchero. Ti voglio
dolce di glassa.
Voglio i granellini
stipati nel ricciolo
dell’orecchio, che
ti luccicano dalle ciglia,
che ti riempiono l’ombelico
come lanugine. Vorrei rivestire
tutte le parti del tuo corpo
di una seconda pelle zuccherina.
Voglio sciroppare ogni
dolcissimo pezzo di te.
Voglio amarti
fino a che i denti mi fanno male.

— Gayle Brandeis —

 

 

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La cerbiatta

 

Tenera, come una cerva piccina
che vaga per la selva,
e non trova la mamma
con le grandi corna,
e trema di paura.

— ANACREONTE —

 

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Felicità raggiunta

 

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi nelle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto di un bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

— EUGENIO MONTALE —

 

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