La pioggia è il tuo vestito

La pioggia è il tuo vestito
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle.

(Da: Govonigiotto, 1943)

Dello stesso autore: CharlotCol bacio mi sembrò di berti l’animaLa siesta del micioNataleQuanto potè durare il tuo martirioSe una cava di rossa pozzolanaSu l’AppiaTu, Dio…

Su l’’Appia

  2771° Natale di Roma

Su l’’Appia
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Questo vento che fiuta fra i ruderi
dove si sveglia già l’amore ignaro
delle fredde lucertole
l’odore nascosto
delle prime viole!
Fanno i pini ombrelloni
un dolce rumore di mare,
e l’aria serena
è ruvida e bionda come la rena.
Con millenaria pigrizia,
Roma, cupole e torri di piombo,
giù nella valle del Tevere umido fuma.
Mentre contro le mura
sanguigne di stragi e tramonti
invan come una neve nera
s’abbattono le nuvole dei corvi.

Dello stesso autore:
Charlot
Col bacio mi sembrò di berti l’anima
La siesta del micio
Natale
Quanto potè durare il tuo martirio
Se una cava di rossa pozzolana
Tu, Dio…

Le dolcezze

Le dolcezze
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Le domeniche azzurre della primavera.
La neve sulle case come una parrucca bianca.
Le passeggiate degli amanti lungo il canale.
Fare il pane la mattina di domenica.
La pioggia di Marzo che batte sui tegoli grigi.
Il glicine fiorito su pel muro.
Le tende bianche alle finestre del convento.
Le campane del sabato.
I ceri accesi davanti alle reliquie.
Gli specchi illuminati nelle camere.
I fiori rossi sopra la tovaglia bianca.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
I mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alle finestre.

(Da: Gli aborti, 1907)

Dello stesso autore:
Charlot
Col bacio mi sembrò di berti l’anima
La siesta del micio
Natale
Quanto potè durare il tuo martirio
Se una cava di rossa pozzolana
Tu, Dio…

La siesta del micio

La siesta del micio
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

E’ sereno. Ogni cosa
sembra velata di fatica.
Il pomeriggio è in panna su l’antica
Certosa.

Nel marciapiede suonano i miei passi.
Si pensa quasi che l’azzurro crepiti.
Dei pugnali di sole tiepidi
feriscono il cuore dei tassi.

Sopra un tetto s’illuminan dei coppi.
De le finestre sono infiorate.
Il vento pettina le sue chiome arruffate
nei lunghi pettini dei pioppi.

De le campane d’un convento vicino
spennellan l’aria d’una loro festa.
Sul davanzale un bianco micio fa la siesta
a gambe a l’aria come un maialino.

(Da: Armonia in grigio et in silenzio, 1903)

Dello stesso autore: CharlotCol bacio mi sembrò di berti l’animaNataleQuanto potè durare il tuo martirioSe una cava di rossa pozzolanaTu, Dio…

Natale

Natale
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

E l’infanzia e il paese abbandonato,
di tra le dense nebbie dolcemente
scampanante, e il presepe tappezzato
di borracina e ghiaia rilucente;

le pastorali che soavemente
l’armonium diffondeva estasiato:
tutti, tutti mi tornano alla mente,
i ricordi del tempo trapassato.

Mentre al suon delle mistiche campane
esultanti nell’alba liliale,
m’inondano dolcezze sovrumane,

e al lieve vento, sopra il davanzale,
nelle fini e giallastre porcellane,
si sfogliano le rose di Natale.

Dello stesso autore: CharlotCol bacio mi sembrò di berti l’animaQuanto potè durare il tuo martirioSe una cava di rossa pozzolanaTu, Dio…

Se una cava di rossa pozzolana

  Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2016

Se una cava di rossa pozzolana
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Scritta per il figlio Aladino, comandante militare di “Bandiera Rossa”, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ucciso a Roma alle Fosse Ardeatine.

Se una cava di rossa pozzolana
incontro intorno a Roma (e sono tante!),
il cuore mi si stringe, perché vedo
in essa rinnovarsi il tuo martirio.
Se mi giungono scoppi: cacciatore
che giù dal cielo un’ala ebbra di canto
sbatte, o il rombo di zampillante
mina di nera terra; il cuore mi si spezza,
ché in ogni colpo, innocuo o sanguinoso,
sento l’eco di quello che t’uccise.
Che cosa t’hanno fatto, figlio mio,
gli uomini! E a me che cosa ha fatto Dio!

(Da: Aladino. Lamento su mio figlio morto, 1946)

Dello stesso autore: CharlotCol bacio mi sembrò di berti l’animaQuanto potè durare il tuo martirioTu, Dio…

Charlot

Charlot
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Con la tua bombetta all’idrogeno
piena d’uova di pasqua e canarini;
con la tua finanziera rattoppata
che ha nelle tasche i resti dell’aquilone
impiccato al lampione del sobborgo
per rumoroso vertebrato fazzoletto;
con la tua giannettina di rabdomante,
scettro di re in esilio,
bastone del vescovo pazzo,
vincastro del pastore;
con le tue scalcagnate scarpe
buone da far bollire nella pentola
nei giorni della carestia;
pagliaccio schiaffeggiato dai milioni:
girerai sempre l’ironico disco
della luna dei poveri
col tuo tacco di eterno vagabondo,
usignolo fischiato dal silenzio,
sull’ipocrita cuore del mondo.

Dello stesso autore: Col bacio mi sembrò di berti l’animaQuanto potè durare il tuo martirioTu, Dio…

Quanto potè durare il tuo martirio

  Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2014

Quanto potè durare il tuo martirio
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Scritta per il figlio Aladino, comandante militare di “Bandiera Rossa”, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ucciso a Roma alle Fosse Ardeatine.

Quanto potè durare il tuo martirio
nelle sinistre fosse Ardeatine
per mano del carnefice tedesco
ubbriaco di ferocia e di viltà?
Come il lungo calvario di Gesù
seviziato deriso e sputacchiato
nel suo ansante sudor di sangue e d’anima
fosse durato, o un’ora o un sol minuto;
fu un tale peso pel tuo cuore umano,
che avrai sofferto, o figlio, e conosciuto
tutto il dolor del mondo in quel minuto.
Non fu un sogno. E pareva di sognare.
La città, la campagna e tutto il mondo
era in preda al terrore e al tradimento.
L’incubo dentro l’incubo: era questo
il più terribile e infernal tormento.
La notte intera si invocava il giorno;
e il giorno era più torvo della notte.
Un passante poteva, nel soffiarvi
il suo fiato serpino dentro il collo,
gridarvi a bruciapelo: «Mani in alto!».
Vi aspettava la cella della morte,
le barbare torture e l’assassinio.
Fu così orrenda la realtà del sangue
nel risveglio, che ancor vorrei sognare;
e nel colmo dell’incubo nell’incubo
del più folle terrore ancor tremare.

(Da: Aladino. Lamento su mio figlio morto, 1946)

Dello stesso autore: Col bacio mi sembrò di berti l’animaTu, Dio…

Tu, Dio…

  Remember Hiroshima 1945 – 2013

Tu, Dio…
(Corrado Govoni Tàmara, FE 29/10/1884 – Lido dei Pini, RM 20/10/1965)

Tu, Dio senza sonno e senza morte,
come puoi tu vedere con occhi di stelle,
bruciato e travolto
da quel tuo stesso fuoco creatore
nei vorticosi abissi
dell’incolmabile nulla,
la nostra condizione umana
legata alla stagione di un secondo
di quel grano di sabbia del tuo mare
ch’è questa oscura faticosa terra?
Vedere china al focolare
la madre mentre soffia l’anima
sopra la passeggera brace,
col cuore gonfio di parole chiuse
e la bocca dolente come piaga,
come se stesse al fuoco la risposta:
quasi che con la cenere di torba
e col rancido pianto
si potesse impastare un po’ di pane
per la scalza covata;
o contorcersi al suolo
come un verme tagliato dalla vanga
sul figlio trucidato?
Come puoi tu vederci,
se nella nostra notte d’uomini
tutta la nostra luce son le lagrime?
Siam per te come l’atomo, invisibili
sotto il bombardamento
dei tuoi ardenti sguardi;
senza fisionomia e senza storia
come l’erba dei fossi, amaramente
bruciati dalla morte.
Chi può illudersi ancora
che tu veda salire
a te quel grigio fiocco
d’incenso andato a male
che scoppiò ad Hiroshima
e fa sempre tremare il cuore agli uomini?
O che tu senta
crescere lentamente nel tuo mare
di celeste pazienza impallidendone,
tra i fiori di subacquee mine,
il corallo di sangue di Mathausen
e delle Fosse Ardeatine?
Che senso mai può avere per te
questa vita più breve
dell’andare e tornare della rondine
con caldo nido in bocca, con un sonno
che accelera la pena
del vivere agitandola di sogni,
e il nostro disperato grido
con quell’eco già morta
prima ancora di battere
allo spietato muro
del tuo eterno silenzio per aiuto?
Per strapparti il conforto d’una sillaba
invano l’uomo sta in ascolto:
o cieco Dio, o Dio sordomuto,
Dio senza volto.

Dello stesso autore: Col bacio mi sembrò di berti l’anima