I miei gatti

I miei gatti
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

Lo so. Lo so.
Sono limitati, hanno diverse
esigenze e
preoccupazioni
ma io li guardo e apprendo.
Mi piace il poco che sanno
che in fin dei conti
è molto.
Si lamentano ma
non si angustiano,
avanzano con sorprendente dignità.
dormono con una tale semplicità
che agli umani sfugge.
I loro occhi sono
più belli dei nostri
e possono dormire per venti ore
al giorno
senza esitazione o
rimorso.
Quando mi sento
abbattuto
devo solo guardare
i miei gatti
e mi torna il coraggio.
Studio queste
creature.
Sono i miei
maestri.

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Noi e loro

Noi e loro
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

Stavano tutti fuori sulla veranda
a chiacchierare:
Hemingway, Faulkner, T. S. Eliot,
Ezra Pound, Hamsun, Wally Stevens,
E. E. Cummings e qualcun altro.
“Senti”, disse mia madre, “puoi
dirgli di starsi zitti?”.
“No”, dissi io.
“Stanno dicendo solo fesserie”, disse mio
padre, “dovrebbero trovarsi
un lavoro”.
“Ce l’hanno un lavoro”, dissi
io.
“Un accidenti”, disse mio
padre.
“Esattamente”, dissi
io.
A quel punto Faulkner entrò
dentro barcollando.
trovò il whisky nella
credenza e se lo portò
fuori.
“Una persona tremenda”,
disse mia madre.
Poi si alzò e sbirciò fuori
in veranda.
“C’è una donna con loro”,
disse lei, “solo che sembra un
uomo”.
“È Gertrude”, dissi
io.
“C’è un altro tizio che sta facendo vedere i
muscoli”, disse lei, “dice di
poterli battere a tre
a tre”.
“È Ernie”, dissi io.
“E lui”, mio padre mi indicò,
“vuole essere come loro!”.
“È vero?”, chiese mia madre.
“Non come loro”, dissi io, “ma uno
di loro”.
“Trovati uno stramaledetto lavoro”,
disse mio padre.
“Statti zitto”, dissi io.
“Che?”.
“Ho detto, statti zitto, sto ascoltando
queste persone”.
Mio padre guardò sua moglie:
“Questo non è figlio
mio!”.
“Spero di no”, dissi io.
Faulkner entrò di nuovo nella stanza
barcollando.
“Dov’è il telefono?”,
chiese.
“A che diavolo ti serve?”, chiese
mio padre.
“Ernie si è appena fatto saltare
le cervella”, disse lui.
“Lo vedi cosa succede alla gente
così?”, urlò mio padre.
Mi alzai
lentamente
e aiutai Bill a trovare
il
telefono.

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La vita di Borodin

La vita di Borodin
(ispirata alla vita del compositore Aljexandr Boròdin)
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

La prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale
riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda…

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Lancia il dado
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Sissignore!
Splash
Una per una vecchia dente-torto
Una poesia è una città
Voi sapete e io so e tu sai

Splash

Splash
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

l’illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.
è un cavallo che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non lo stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un’aquila affamata
che sorvola la stanza.
questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire
sonno.
queste parole ti incitano
a una nuova
follia.
ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante regione di
luce.
adesso l’elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e ride.
adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da uomini:
grande,
vittorioso,
con l’orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.

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Una poesia è una città

Una poesia è una città
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

Una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore…
Una poesia è questa città adesso,
cinquanta miglia dal nulla,
le 9.09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l’oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte…
Una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo…
E ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l’altro fino all’estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.

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Una per una vecchia dente-torto

Una per una vecchia dente-torto
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

conosco una donna
che continua a comprare puzzles
cinesi
puzzles
cubi
reticoli
pezzi che finalmente vengono messi
in ordine.
lo fa
matematicamente
risolve tutti i suoi
puzzles
vive giù vicino al mare
mette lo zucchero fuori per le formiche
e crede
fondamentalmente
in un mondo migliore.
ha i capelli bianchi
che raramente pettina
i denti storti
e indossa un ampio informe
mantello sopra un corpo che
molte donne vorrebbero avere.
per molti anni mi ha irritato
con ciò che io consideravo la sua
eccentricità
come immergere gusci d’uovo nell’acqua
(per annaffiare le piante che così
avrebbero potuto ricevere il calcio)
ma alla fine quando penso alla sua
vita
e la paragono ad altre
più brillanti, originali
e belle
mi rendo conto che ha danneggiato meno
persone di qualsiasi altra che conosca
(e per danneggiare semplicemente intendo danneggiare)
ha passato alcuni momenti terribili,
momenti in cui l’avrei dovuta
aiutare di più
perché è la madre del mio unico
figlio
ed eravamo una volta grandi amanti
ma lo ha superato
come ho detto
ha danneggiato meno persone di
qualsiasi altra che conosca,
e se la guardi così,
bene,
ha creato un mondo migliore.
ha vinto.

Frances, questa poesia è per
te.

(Traduzione di Roberto Balò)

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Sissignore!

Sissignore!
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

tutti i vicini pensano
che noi siamo
strani.
e noi pensiamo
lo stesso di loro.
e facciamo
tutti
centro.

Dello stesso autore: Bacio della buonanotte ai vermiDinosauriaLa donna idealeL’uomo del SignoreLancia il dadoPrimo amoreRagazza in minigonna che legge la bibbia davanti alla mia finestraVoi sapete e io so e tu sai

Bacio della buonanotte ai vermi

Bacio della buonanotte ai vermi
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

duro abbastanza per morire ma non
duro da uccidere prendo la pastiglia verde del mio
dottore
bevo tè
mentre i pescecani nuotano dentro vasi di
fiori
dieci volte avanti e indietro fanno
venti
in cerca del mio cuore
vigliacco
in una notte folle di maggio a
Los Angeles
domenica
qualcuno sta suonando
Beethoven
siedo dietro tendine abbassate
in agguato
mentre uomini ambiziosi con nuove automobili e
nuove bionde
spadroneggiano sulle strade
siedo in una stanza in affitto
intagliando un fucile di legno
disegnando donne nude
tori
storie d’amore
uomini vecchi
sui muri con pastelli a cera da
bambini
dipende da ognuno di noi tirare avanti
come può
mentre generali, dottori, poliziotti
ci mettono in guardia e ci
torturano.
faccio il bagno una volta al giorno
mi spaventano gatti e
ombre
non dormo quasi niente
quando il mio cuore si fermerà
l’intero mondo diventerà presto
migliore
più accogliente
a estate seguirà estate
l’aria sarà chiara come un lago
e il significato
pure
ma nel frattempo
la pastiglia verde
questi piani bisunti al di là della
strada e
là sotto uno stuolo di vermi di vermi di
vermi
e quassù
nessuna ninfa bionda
ad amarmi e cullarmi mentre
aspetto.

Dello stesso autore: DinosauriaLa donna idealeL’uomo del SignoreLancia il dadoPrimo amoreRagazza in minigonna che legge la bibbia davanti alla mia finestraVoi sapete e io so e tu sai

Ragazza in minigonna che legge la bibbia davanti alla mia finestra

Ragazza in minigonna che legge la bibbia davanti alla mia finestra
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

domenica. sto mangiando
un pompelmo. a ovest
nella chiesa russa ortodossa
è finita la funzione.
lei è bruna
d’origine orientale,
i grandi occhi castani si alzano e si abbassano
sulla bibbia, una piccola bibbia rossa
e nera, e mentre legge
le si muovono le gambe senza posa,
fa un lento ballo ritmico
leggendo la sua bibbia…
lunghi orecchini d’oro;
due braccialetti d’oro su ogni polso,
ed è, immagino, un minivestito,
la stoffa le fascia il corpo,
quella stoffa è la più lieve delle abbronzature,
si torce di qua e di là,
giovani gambe lunghe calde al sole…
impossibile sfuggire alla sua esistenza
impossibile desiderare…
la mia radio suona musica sinfonica
che lei non può sentire
mai suoi movimenti coincidono esattamente
con i ritmi
della sinfonia…
è bruna, è bruna
e legge la parola di Dio.
io sono Dio.

(Da: Mockingbird Wish Me Luck, 1972)

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L’uomo del Signore

L’uomo del Signore
(Charles Bukowski Andernach, Germania 16/8/1920 – San Pedro, California, USA 9/3/1994)

eravamo sui 10-11 anni
quando andammo
dal prete.
bussammo.
aprì
una cicciona sciatta.
«sì» domandò.
«vogliamo vedere
il prete», disse uno di noi.
penso fosse Frank
che lo
disse.
«Padre», la donna
girò la testa,
«dei ragazzi vogliono
vederla».
«falli venir
dentro», disse
il prete.
«seguitemi», disse
la cicciona sciatta.
la seguimmo.
il prete era
nello studio.
seduto alla scrivania.
mise via delle carte.
«si, ragazzi?»
la cicciona
se la filò.
«ebbene», dissi io.
«ebbene», disse Frank.
«si, ragazzi, proseguite…»
«ebbene», disse Frank, «ci
chiedevamo se c’è davvero
Iddio».
il Padre sorrise.
«ma certo
che c’è».
«e dov’è?»
domandai io.
«voi ragazzi non avete
studiato catechismo?
Dio è ovunque».
«oh», fece Frank.
«grazie, Padre,
volevamo solo
esser certi», dissi io.
«non c’è problema,
ragazzi, mi fa piacere
che abbiate chiesto».
«grazie, Padre»,
disse Frank.
facemmo entrambi una specie di
inchino, poi
girammo
e uscimmo
dalla stanza.
la cicciona sciatta
ci aspettava.
ci guidò lungo il
corridoio sino alla
porta.
passeggiammo su e giù
per la via.
«mi domando se
la chiava?» chiese
Frank.
guardai intorno in cerca di Dio,
poi risposi:
«certo che no».
«ma cosa fa
quando è
eccitato?»
chiese Frank.
«probabilmente prega»,
dissi.
«non è la stessa
cosa», disse Frank.
«lui ha Dio», dissi,
«non ha bisogno
di quello».
«secondo me
la chiava», disse Frank.
«ah si?»
«già
perché non andiamo
a chiederglielo?»
«vacci tu a chiedere»,
dissi, «sei tu
il curioso».
«ho paura»,
disse Frank.
«hai paura di Dio»,
dissi.
«be’, tu non ce l’hai?»
domandò.
«sicuro».
poi ci fermammo a un
semaforo rosso, aspettando il
turno.
nessuno di noi era stato
a messa da
mesi.
era noioso.
era più divertente
parlare col prete.
venne il verde e
attraversammo.

(Da: Quando eravamo giovani)

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