Ti voglio e non sei qui

Ti voglio e non sei qui
(Carol Ann Duffy n. a Glasgow, Regno Unito 23/12/1955)

Ti voglio e non sei qui. Mi soffermo
in questo giardino, a respirare il colore che è il pensiero
prima di diventare linguaggio nell’aria ferma. Pure il tuo nome
è un pallido spettro e, per quanto lo esali senza
posa, non mi rimarrà accanto. Stanotte
ti invento, ti immagino, i tuoi movimenti più nitidi
delle parole che ti faccio dire e che hai già detto.

Ovunque tu sia ora, nella mia testa mi fissi
con uno sguardo, standotene qui mentre la luce fresca della sera
si dissolve nella terra. Sbaglio la tua bocca
ma sorride lo stesso. Ti stringo a me più vicino, così lontano,
a inventare l’amore finché il canto di uccelli notturni
interrompe e muta quel che doveva succedere, di sicuro,
in ricordo. Le stelle ci stanno filmando senza scopo.

(Da: Lo splendore del tempio)

Della stessa autrice:
Estasi
Euridice
Freddo
La signora Mida
Nudo di donna in posa

Estasi

Estasi
(Carol Ann Duffy n. a Glasgow, Regno Unito 23/12/1955)

Nei tuoi pensieri tutto il giorno, tu nei miei.
Gli uccelli cantano al riparo di un albero.
Sopra la preghiera della pioggia, un blu sterminato,
non il paradiso, che non va da nessuna parte, senza fine.
Perché mai le nostre vite si allontanano
da noi stesse, mentre rimaniamo intrappolate nel tempo,
in fila verso la morte? Sembra che nulla possa mutare
lo schema dei nostri giorni, alterare la rima
data da lutto in assonanza con diletto.
Poi sopraggiunge l’amore come un volo lesto di uccelli
dalla terra al paradiso dopo la pioggia. Un tuo bacio,
rievocato, sfila, come fossero perle, questa catena di parole.
Cieli immensi ci congiungono, unendo qui a lì.
Desiderio e passione nell’aria che pensa.

Della stessa autrice: EuridiceFreddoLa signora MidaNudo di donna in posa

Dedicata alla mia Signora

(7/6/1975 – Piazza di Siena, Roma – All’ombra dei pini il nostro primo bacio)

Nudo di donna in posa

Nudo di donna in posa
(Carol Ann Duffy n. a Glasgow, Regno Unito 23/12/1955)

Sei ore così per pochi franchi.
Ventre tette culo alla luce della finestra,
mi succhia via il colore. Ancora un po’ a destra,
Madame. E prova a star ferma.
Sarò rappresentata analiticamente e appesa
in musei importanti. I borghesi rimarranno di stucco
davanti a un’immagine così di una puttana di fiume. La chiamano Arte.

Sarà. Lui si preoccupa del volume, dello spazio.
Io, del prossimo pasto. Stai dimagrendo,
Madame, così non va bene. I miei seni sono
un po’ calati, lo studio è freddo. Nei fondi del tè
vedo la Regina d’Inghilterra che osserva
le mie forme. Magnifica, mormora
passando oltre. Mi viene da ridere. Lui si chiama

Georges.* Mi dicono che sia un genio.
Certe volte non riesce a concentrarsi
e si indurisce al mio calore.
Mi possiede sulla tela mentre affonda il pennello
più volte nei pastelli. Che piccolo uomo,
non hai i soldi per le arti che vendo io.
Tutti e due poveri, ci guadagniamo il pane come possiamo.

Gli chiedo Perché lo fai? Perché
devo. Non c’è altra scelta. Basta chiacchiere.
Il mio sorriso lo confonde. Questi artisti
si prendono troppo sul serio. Di notte mi sazio
di vino e ballo attorno alle sbarre. Quando è finito
me lo mostra orgoglioso, s’accende una sigaretta. Dico
Dodici franchi e prendo lo scialle. Non sembro neppure io.

*Riferimento al pittore cubista francese Georges Braque (1882-1963)