Io non vorrei crepare

Io non vorrei crepare
(Boris Vian Ville-d’Avray, Francia 10/3/1920 – Parigi, Francia 23/6/1959)

Io non vorrei crepare
senza aver visto almeno i cani messicani neri
che senza sognare dormono a ciel sereno;
senza aver conosciuto ai tropici le voraci
scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
di spruzzi traforati.

No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
monetina che spunta sotto la faccia della luna
stia a nascondere una seconda faccia a punta.
Se – dopo gran riflessioni – il sole è freddo.
Se le famose quattro stagioni
son proprio quattro e non tre.
Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
Senza aver ficcato i miei coglioni
in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
(beh, si fa per dire)
o almeno la febbre dei sette mali che
più o meno certamente si acchiappano laggiù:
resterei indifferente al bene e al male
purché di tutta questa vasta delizia
l’assoluta primizia
fosse riservata a me.

E poi non basta, c’è tutto ciò che conosco,
che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
disegnare onde di valzer sugli arenili.
E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
di odori, e le conifere, e un semplice pugno d’erba…

…e i baci di quella! Si, insomma quella, signori.
Ursula.
Ursulotta. La più bella orsacchiotta
fra tutte le orse maggiori.
Quella per cui non vorrei proprio crepare
prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e…
Basta! Questi son fatti miei. Taccio.

Crepare? Non puoi, come faccio? (come si fa?)
Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un’ora,
i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
da contare e aspettare, mentre la fine già avanza,
in notti sempre più nere striscia, con la schifosa sembianza
di un rospo, non c’è più scampo, eccola gli occhi nei miei…
proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
non senza aver fatto esperienza
del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
Il sapore più delicato che si possa sentire,
il più forte. No!

No, non voglio morire
prima di aver gustato
il gusto della morte.

Dello stesso autore: Distruggono il mondo

Distruggono il mondo

Distruggono il mondo
(Boris Vian Ville-d’Avray, Francia 10/3/1920 – Parigi, Francia 23/6/1959)

Distruggono il mondo
in pezzettini
distruggono il mondo
a colpi di martello
ma è lo stesso per me
è proprio lo stesso
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
una piuma azzurra
un sentiero di sabbia
un uccellino pauroso
basta che ami
un filo d’erba sottile
una goccia di rugiada
un grillo di bosco
massì possono distruggere il mondo
in pezzettini
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
avrò sempre un po’ d’aria
un filino di vita
nell’occhio un barbaglio di luce
e il vento tra le ortiche
e anche e anche
se mi sbattono in prigione
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
questa pietra corrosa
questi ganci di ferro
dove spiccia un filo di sangue
io l’amo io l’amo
la superficie consumata del mio letto
il saccone e la lettiera
la polvere del sole
amo lo spioncino che s’apre
gli uomini che sono entrati
che avanzano che mi trascinano via
ritrovare la via del mondo
e ritrovare il colore
amo questi due lunghi travi
questa lama triangolare
questi signori vestiti di nero
mi fanno la festa e ne sono fiero
io l’amo io l’amo
questo paniere riempito di suoni
dove metterò a posto la testa
oh io l’amo per davvero
basta che io ami
un breve filo d’erba azzurra
una goccia di rugiada
un amore d’uccellino pauroso
distruggono il mondo
con i loro martelli pesanti
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza cuor mio.