.Il campo.

.Il campo.
(Benny Nonasky n. a Siderno, RC il 22/7/1987)

C’era un campo al di là dei ricordi.
Si prendevano le misure delle nuvole,
analizzavamo gl’insetti e occupavamo
ruderi di epoche eziologiche, tanto
per sopravvivere alla noia del luogo.

Io vivevo tra le mura antiche della
povertà: una stanza coperta dal cielo
e qualche nido di rondine. Per vivere
ci avevo messo un tavolo trovato
in cantina e qualche libro da edicola.

Quando qualcuno veniva a trovarmi gli
offrivo sogni d’accurata perseveranza.
Bisognava immedesimarsi, indirizzare la
bussola verso nord, inchiodare l’estate,
diventare fenomeni calcistici o svanire.

I vicini di casa masticavano la medesima
dispersione. Cosa cercare nel cataclisma
della mente quando fuori ogni cosa è in
ritardo? Abbiamo affisso orologi su ogni
parete per commemorare i nostri limiti.

I vicini di casa ogni tanto tornavano giù
in paese e m’invitavano a rovistare nella
loro dimensione, per certificare la necrosi
della favola. Osservavo le parole
scomparire, la liquirizia frinire. Perché?

Non sempre il vento trasporta. È lì, ti
tormenta le ossa. L’unico riparo sono le
mani in tasca, sbatterci contro. Non c’erano
persiane: gli aeroplani di carta uscivano
come missili ad impollinare il mondo.

E i fiori sono parole non dette.
Hanno perso la loro solidità strappati
nelle mie mani. È una battaglia muta.
Molte più croci che possibilità.
L’ultima riga o l’assenza che resta.

*

C’era un campo al di là dei ricordi.
Quando lo raggiunsi i resti delle case
erano intatte. C’erano ancora il tavolo
e i libri da edicola. Tutti ricoperti
di muschio, muffa, nostalgia e me.

Dello stesso autore:
.Cecenia.

.La litania.

.La litania.

.La litania.
(Benny Nonasky n. a Siderno, RC il 22/7/1987)

Brulica la terra di fermenti attivi
come sangue sul fuoco, e niente:
i pedoni proseguono ad ignorare le
strisce; i bambini a gettare le
carte di caramelle dappertutto; gli
assassini ad utilizzare sacchetti di
plastica per soffocare la vittima.

Che però un qualcosa stia accadendo
è chiaro.
E a saperlo sono soprattutto le api.

Muoiono a catena –
nei fluttui rabbuffanti del sistema Natura –
con passaggi scanditi da tappe
prestabilite, non elencabili, ma
con imprescindibile unità di arrivo.

C’è chi sperimenta i bordi dei
giardini chiedendo una monetina.
C’è chi ruba o uccide per un pò di
polline. Ma la pratica più vagliata
è la roulette russa.
                           Un’agonia.
E non per chi si spappola le cervella.

Descrivo:
tutti seduti intorno ad un tavolo, gira
la pistola, bum! e fine della storia.
Addio
      debiti,             rimorsi,
            pignoramenti,       umiliazione.
Il prossimo giro: il giorno che verrà.
Un’agonia.
Un’agonia per il giorno da vivere,
quello dell’isotermo confronto
         debiti,             rimorsi,
               pignoramenti,       umiliazione.

Il fiore è il premio proibito –
non fattibile in base alle leggi
del mercato delle tarantole.

           “È opportuno fare i compiti a casa!
            Dobbiamo restare uniti!”,
            impone la Regina formica.

            Ma andrebbe per le lunghe.
Ormai è una missione radicale,
radicalizzata.

I calabroni consigliano illusioni
atmosferiche per governare l’ansia.
Le talpe propongono testi
sul Paleozoico e sulla prima
Rivoluzione Industriale.
C’è chi propone il Gioco dei Pacchi
e chi annuncia viaggi interstellari
senza una direzione precisa.

Sì: nessuno fa i conti con i bordi
       dei giardini né con la polvere
       annidata sulle maniglie delle
librerie.

          Andrebbe per le lunghe.
Più decoroso un rapido giro di roulette,
con sottofondo una litania.

Canta la cicala:
“Giro giro tondo, casca il mondo…”
undsoweiter,
undsoweiter.*

*Eccetera in tedesco

Dello stesso autore: .Cecenia.

.Cecenia.

   7/10/2006 – 7/10/2016
10° anniversario dall’assassinio di Anna Politkovskaja

.Cecenia.
(Benny Nonasky n. a Siderno, RC il 22/7/1987)

ad Anna Politkovskaja

0.
Poesia per A.

Anna: se fossi stato quei proiettili avrei
         deviato le nostre direzioni.
         Se fossi stato la mano esecutrice
         avrei aspettato un secondo in più
         cosicché i tuoi smeraldi occhi
         fissassero quelli dei tuoi aguzzini
         cosicché capissero quel gesto
         cosicché sapessero la verità
         cosicché provassero il vero amore.

Anna, invece ero solo l’aria nefasta
         che entrava e usciva
         da quell’ascensore.
         Ero solo uno scarafaggio schiacciato
         nell’angolo sinistro delle scale.

Anna, ero solo la donna che urlò e pregò
         quando vide il tuo corpo steso
         sul rosso del rosso che era in te.

(Abbiamo solo due vie d’uscita:
                           libertà o morte)

Avevo appeso sulla luna un biglietto.
Ti aspettava fuori la finestra della cucina.
Volevo sapessi che ti amavo,
volevo sapessi che non
ti avrei abbandonata,
che ti avrei fatto ridere
con la mia involontaria stupidità.
Volevo vederti allegra come una bambina
che non ha fardelli sulla schiena
alla quale pensare.
Invece adesso anche a me il sorriso si
contorce, arricciandosi
come carta che brucia.

(E’ la tua immacolata immagine distesa.
Sono le buste da spesa che cascano
al suolo insieme alle tue gambe.)

Anna: sola, abbandonata
         in questa cruda realtà. Sola,
         come ottobre e la sua nudità
         come chi cerca di raccogliere
         petali di rosa inceneriti dentro
         una gabbia di pantere arrugginite,

Anna: tu, loro, io, sappiamo:
         questo giorno è per tutti.
         Come è scritto
         come è designato:
         questo giorno è per tutti. Ma

Anna: hai raccolto a sufficienza;
         non ti hanno screditato.

Anna svegliati, sei qui. Parla,
         guarda, osserva quel passero
         posarsi sui tuoi gerani:
         canta: ti cerca:
         vuole ringraziarti per non averlo
         dimenticato, vuole dirti che
         il tuo cuore, quei tre pezzetti,
         battono e battono e battono e
         vivono, vivono, vivono come
         le parole; la verità che professavi;
         il tuo rendere giustizia.

Anna: questo è il reato per la sentenza.
         Verità = Morte. Ma

Anna hai raccolto a sufficienza.
         Verità = Consapevolezza.
         E anche se oggi restano, proseguono
         i delitti sul selciato di ieri, oggi,
         ancora oggi, resteranno le tue parole
         come pietra calcarea sulla punta
         più estrema degli Urali.
         Pesa, e nessuno può scalfirla.
         Pesa come la tua bellezza, come
         il ricordo di una voce che non ha
         più il nido della bocca.

Aurore boreali vagano nello spazio
tra stelle che non mutano mai.
Ciliegi tornano in fiore sopra
carretti ambulanti trainati da varani
e serafini zoppi. Il re può disinfettare
tutto il giardino del regno, ma l’edera
già ha i suoi piedi incollati ai lillà
e ai tulipani che circoscrivono il sole.

Anna: il mondo ti ha avuto.

Anna: il mondo ti ha ancora.