In alto ho guardato dal fondo della notte

In alto ho guardato dal fondo della notte
(Attila József Budapest, Ungheria 11/4/1905 – Balatonszárszó, Ungheria 3/12/1937)

In alto ho guardato dal fondo della notte,
verso le ruote dentate dei cieli:
coi fili lucenti del caso cieco
lassù il telaio del passato tesseva le sue leggi.
Al cielo ho rialzato gli occhi
attraverso le nebbie dei miei sogni
e ho visto che sempre si scuce in qualche punto
il tessuto della legge.

Batte l’una di notte, il silenzio è in ascolto.
Potresti ritrovare la tua gioventù,
potresti sognare un po’ di libertà
tra gli umidi muri di pietra. Così pensavo
ed ecco, appena mi alzo,
già vedo le stelle e le due Orse,
splendide lassù,
come le sbarre ferree di un carcere.

Ho sentito piangere il ferro
e ho sentito ridere la pioggia,
ho visto fendersi il passato
e ho capito che solo l’immagine
si può dimenticare. Io non so altro che amare
faticando sotto i pesi più gravi.
Oh, coscienza d’oro, perché
bisogna fare un’arma di te?

È un uomo maturo soltanto chi non ha
né padre né madre nel cuore; soltanto chi sa
che la vita ci è data in soprappiù
con la morte e che deve tenerla e restituirla
in qualsiasi momento come un oggetto
rinvenuto; soltanto chi non fa
né il Dio né il prete, né per sé né per gli altri.

(da Coscienza)

Dello stesso autore:
È tardi
Il dolore

Il dolore

Il dolore
(Attila József Budapest, Ungheria 11/4/1905 – Balatonszárszó, Ungheria 3/12/1937)

Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. Ed ha una lettera per te.