C’è un bambino per strada

C’è un bambino per strada
(
Armando Tejada Gómez Mendoza, Argentina 21/4/1929 – Buenos Aires, Argentina 3/11/1992)

A quest’ora, esattamente,
C’è un bambino per strada.
Gli dico amore, mi dico, ricordo che io andavo
con le prime luci del mio sangue, a vendere,
un’oscura vergogna,
la storia, il tempo,
giornali.
Perché è quando ricordo anche le presidenze,
urgenti avvocati, conservatori, schifo,
quando vengo alla vita cantando l’innocenza,
la mia infanzia triturata da scarsi centesimi,
dalla quantità minima per pagare la sosta
come un carro merci
e sapere che a quest’ora ora mia madre sta aspettando,
voglio dire, la madre di bambini infiniti
che escono e ci chiedono con il loro volto di madre,
che avete fatto della vita,
dove metterò il sangue,
che farò col mio seme se c’è un bimbo per strada.
È onore per gli uomini proteggere quel che cresce,
preoccuparsi che non ci sia infanzia sperduta per le strade,
evitare che naufraghi il suo cuore di barca,
la sua incredibile avventura di pane e cioccolata,
attraversare i suoi paesi di banditi
e tesori,
mettendogli una stella al posto della fame,
altrimenti è inutile provare sulla terra
l’allegria ed il canto,
altrimenti è assurdo
perché a niente serve se c’è un bimbo per strada.
Dove saranno andati i bambini che stavano con me
guadagnandosi la vita in ogni dove.
Perché su questa strada ostile ferocemente
cadde Toto in avanti con il suo poco sangue,
con i suoi vestiti di carità, col suo dolore a pezzi.
E ora ho bisogno di sapere chi di loro sorride,
la mia canzone ha bisogno di sapere se si sono salvati,
perché se no è inutile la mia gioventù di musica
e che quest’anno mi farà molto male la primavera.
Contano due maniere di concepire il mondo.
Una, salvarsi da soli,
buttare ciecamente gli altri giù dalla zattera
e l’altra,
un destino di salvarsi con tutti,
impegnare la vita fino all’ultimo naufrago,
non dormire stanotte se c’è un bimbo per strada.
Esattamente adesso, se piove nelle città,
se scende la nebbia come un rospo dall’aria
e il vento non è nessuna canzone alle finestre,
non deve andare il mondo con l’amore scalzo
sventolando un giornale come un’ala nella mano,
arrampicandosi sui treni, scambiandosi sorrisi,
battendosi il petto con un’ala stanca,
non deve andare la vita, appena nata, a prezzo,
l’infanzia messa a rischio da uno stretto guadagno,
perché allora le mani sono due pesi inutili
ed il cuore, soltanto, una brutta parola.
Quando uno va in giro per il paese
o attraversa in treno la geografia del silenzio,
la patria
esce a guardare l’uomo con i bambini nudi
e a chiedere che data corrisponde alla sua fama,
che storia lo riguarda,
quale luogo sulla carta,
perché dentro un Nord dentro un Sud trova
la spalla scandalosa delle grandi città
nutrendosi di grano, viti, canneti,
dove lo zucchero sale come un giunco nell’aria,
uno trova, i pochi giornali,
un sordo compito di madri con orari
e padri silenziosi stremati nelle fabbriche,
e ci son giorni in cui camminando all’alba trova
il maltempo addormentato con un bambino in braccio.
E uno ricorda nomi, aneddoti, signori
che a Parigi han bevuto
dall’antica bellezza di Dio, sopra la chiatta
dove la solitudine gli si è fatta davanti
e la natura triste dell’uomo solitario,
intanto, le sue signore, si angosciano e cambiano
amanti la notte, e il medico la sera,
perché la loro angoscia non c’entra con il mondo
e sono loro azionisti di ogni bambino scalzo.
Loro han dimenticato
Che c’è un bimbo per strada,
che bambini a milioni
vivono per la strada
e miriadi di bimbi
che crescono per strada.
A quest’ora, esattamente,
C’è un bambino che cresce.
Io lo vedo che stringe il suo cuore piccino,
guardandoci noi tutti coi suoi occhi di favola,
viene, sale su fino all’uomo che accumula le cose,
un lampo tronco gli incrocia lo sguardo,
perché nessuno protegge questa vita che cresce
e l’amore si è perso
come un bimbo per strada.