Canto per la morte di Enrico Berlinguer

Canto per la morte di Enrico Berlinguer
(
Antonio Piromalli Maropati, RC 3/9/1920 – Polistena, RC 7/6/2003)

Altri morirà all’Hilton o al Raphael,
nel letto di un’attrice o in casa di un banchiere,
altri sul yacht o sull’elicottero di un petroliere,
altri in ginocchio ai piedi di un finanziere;
il capo del partito operaio
muore lottando come un San Michele
contro i draghi imbevuti di tossico e fiele:
muore Enrico chiamando all’unità i compagni,
tra le mani dei compagni,
tra le rosse bandiere. Compagni,
[non abbassate le bandiere,
il Partito non muore, Enrico vive
[tra le nostre mille schiere!

Muore l’uomo giusto,
il rigore della coscienza è quello
[della classe dei lavoratori,
piange a Padova con tutto il popolo Bepi Tola,
piangono i resistenti di Concetto Marchesi,
i partigiani di Egidio Meneghetti
quando si annunzia con emozione
«L’onorevole Berlinguer è mancato di vivere!».

Asciutta terra scabra alimenta tenacia,
generazioni del Sulcis, della Gallura, della Nurra,
del Campidano, della Barbagia, minatori, pescatori,
[pastori
distillano adusto rigore, tenerezze
di solitudini, fra acque e nuraghi giochi,
libertà, lotte per la giustizia:
asciutta terra scabra distilla te, Enrico!

Un uomo – la Resistenza, il Dovere, la Pace –
ha vegliato con Ingrao, con Pecchioli,
un Uomo al grido «Enrico ci manca» risponde:
«Ci manca Enrico ma non il suo esempio.»
«Lo porto via con me, come un amico fraterno,
come un compagno di lotta!»
(ringhiano come i cani
reggicode, P2, guerrafondai:
[sanno che non prevarranno mai).

Il Presidente accompagna Enrico a Tessera,
la folla piange, getta fiori, applaude,
il Presidente piange con l’Italia vera.
Il sole che tramonta sull’Appia
arrossa le immagini sorridenti di Enrico,
fiocchi di papaveri cadono sul compagno di lotta.

Il Comitato Centrale accoglie Enrico.
Immobile, in lacrime, un carabiniere saluta,
mille voci chiamano l’uomo del popolo,
il costruttore di un mondo senza guerra:
compagni, in alto le bandiere,
Enrico è sempre in testa alle nostre mille schiere!

Davanti alle Botteghe Oscure una selva di braccia
saluta col pugno chiuso e canta «bandiera rossa»;
singhiozza Fumagalli, impietriti la Jotti, Vetere,
[Natta, Barca
quando Enrico passa davanti al Campidoglio;
per primo entra nella Direzione il Presidente;
saluta in Enrico il Partito il Comitato Centrale,
il Partito di Gramsci, Togliatti, Longo,
[della Resistenza internazionale.

Un garofano rosso per deporre,
a te, sono venuto, al cuore sardo,
al tuo sorriso mite, a te implacabile
continuatore del rinnovamento,
a te spartano nuovo socialista
rispettoso di ogni libertà
per la presente e futura umanità.

Davanti al picchetto d’onore
passano Cossiga, Scalfaro che manda un bacio,
Zaccagnini, De Martino, Capucci, Moravia,
il generale Bisognero, il popolo d’Italia
delle officine, dei campi, della scuola, una nazione:
nella storia d’Italia è questa
la più grande manifestazione.

Tredici giugno, chi mai ti dimenticherà?
Anche chi vide la guerra, la pace,
non vide sì grande popolo commosso:
«Vivrai sempre», «non ti dimenticheremo»,
«Enrico sei morto insieme a noi» gridano
quando Enrico esce per sempre dalle
[Botteghe Oscure
per entrare nella storia delle epoche future.

Altre mille bandiere rosse, corone rosse,
l’epos aleggia sul Campidoglio
con la marcia funebre di Chopin, il pianto
di mille e mille serrati intorno a una bara chiara,
consigli di fabbrica, sezioni, federazioni,
comuni levano gli stendardi, ringraziano
in nome di milioni di cuori,
dei lottatori, dei lottati,
con Enrico si legano al futuro!

L’emozione che circonfonde è sentimento d’amore
per chi ha lottato sulle piazze e in Parlamento,
anche muro contro muro, lealtà contro truffa e muffa,
lavoratori contro ingannatori e falsari
domestici e internazionali. Bandiere al vento
con Enrico verso cieli sereni e chiari.

Sui fiori avanza lentamente il corteo,
dall’alto, dai lati uomini, donne gettano fiori.
Sottile velo di lacrime rende tremula ogni immagine
con autocritico pensiero sorrido alle tue parole,
ti abbraccio nel Partito, la tua stretta di mano
del ventiquattro febbraio mi riporta sereno
a contemplare il popolo comunista nella protesta
contro Craxi-Carniti, burattinai e burattini
[carichi di veleno.

Siamo ancora sulla strada di quel tristo governo
e accompagniamo te, «virtù del comunismo
[d’Europa»:
tutti i popoli d’Italia, tutte le lingue, tutti i lavori
sono con te a San Giovanni perché l’Italia non sci-
voli indietro;
questo dice ancora il tuo tenero, dolcissimo volto.

Il tuo pensiero nutre l’immenso popolo e i delegati
europei, asiatici, africani, americani:
Marchais, Carrillo, Zhao, Iglesias, Marcovich,
[Jotov, Manescu,
Van Geyt, Ventura, Sindermann, Mende, Arafat,
[Zagladin!
Gorbaciov guarda con meraviglia
[tutta l’Italia presente,
parla di te, Enrico, comunista combattente.

La folla applaude con un boato il Presidente.
Nilde Iotti solenne ricorda tutti i presenti,
il sentimento nazionale e popolare accoglie
[Craxi con un fischio potente.
Incarnavi, Enrico, dicono altri,
[la virtù del nostro tempo,
la coscienza democratica e la coscienza di classe,
col tuo sguardo un po’ triste il ricatto epico
[delle masse.

Con voce ferma Pajetta ricorda:
«Caro compagno Berlinguer, ti ringraziamo
[per tutto quello che hai fatto,
parlasti sempre lo stesso linguaggio a Pechino
[a Mosca, Roma e Strasburgo;
sappiamo come vuoi essere ricordato, a Padova
con un ultimo sforzo lo hai gridato».
Il Presidente accarezza la bara
come ultimo commiato.

Ora Gorbaciov guarda stupefatto le sale del Vaticano
e gli incombe sulla testa il libero mercato
[di Marcinkus e Calvi;
ora il besame-mucho nostrano
cancella l’internazionalismo
e tiene il capitalismo per la mano.

(dalla raccolta: “Da un’altra stanza”)