Ascoltami

Ascoltami
(Anonimo)

Ascolta per favore, ho bisogno di parlarti,
concedimi solamente qualche istante.
Accetta quello che vivo, quello che sento senza reticenza,
senza giudicare.

Ascoltami, per favore, ho bisogno di parlare,
non bombardarmi di domande, consigli, idee.
Non sentirti obbligato a risolvere le mie difficoltà.
Mancheresti tu di fiducia nelle mie capacità?

Ascoltami per favore, ho bisogno di parlare.
Non interpretare e non cercare di analizzare.
Mi sentirò incompreso e manipolato
e non potrò più comunicare con te.

Ascoltami, per favore, ho bisogno di parlare.
Non interrompere per fare domande.
Non cercare di forzare il mio Io nascosto,
io so fin dove posso e voglio andare.

Ascoltami per favore, ho bisogno di parlare.
Rispetta i silenzi che mi fanno camminare.
Guardati bene dal frantumarli.
E’ da essi assai spesso che io sono illuminato.

Allora adesso che mi hai ascoltato per bene
ti prego puoi parlare:
Con attenzione e disponibilità,
a mia volta, ti ascolterò.

Tutto crolla, tranne noi

Tutto crolla, tranne noi
(Anonimo)

Derûa un pónte,
Derûa unn-a stradda,
Derûan i nervi de chi,
Segûo,
O pénsa:
Poéivo êse la.
Derûa unn-a çitæ,
Oua ciú izolà,
Derûa a sò economía,
Frágile e insegûa.
Derûa a fêde,
Ne-o çè,
Ne-o destìn,
Ne-a vitta.
Derûan e brássa
De chi o spála,
Derûa, pezánte,
O magón,
In sce nòstre spalle.
Tûtto derûa,
Fêua che noiâtri.
Génte dûa,
Inospitále,
Morciónna e
Con a tèsta cömme un mazabécco.
Pe chi o no ne conosce.
Génte che travaggia,
Camálli,
Portoâli,
Carbounée.
Artexánn-i,
Banchiêri,
Capitann-i e Mainè.
Villan in scie prie.
Superbi,
Òrgogliôzi.
Fêi!
Inscìste,
Inutilmente,
O çê,
In scia nóstra çitæ.
Che da ægua,
Brátta,
Róvinn-e e
Bombe,
A l’é sempre sciortìa.
E alua che l’inse,
Zena,
Domán ti saiè ancún ciú bella!

Traduzione:

Crolla un ponte,
Crolla una strada,
Crollano i nervi di chi,
Consapevolmente,
Pensa:
Avrei potuto essere li.
Crolla una città,
Ora più isolata,
Crolla la sua economia,
Fragile ed insicura.
Crolla la fede
Nel cielo,
Nel destino,
Nella vita.
Crollano le braccia
Di chi sta spalando,
Crolla, pesante,
Lo sconforto
Sulle nostre spalle.
Tutto crolla,
Tranne noi.
Gente dura,
Inospitale,
Musoni e
Testardi.
Per chi non ci conosce…
Lavoratori,
Camalli,
Portuali,
Carbonai.
Artigiani,
Banchieri,
Capitani e Marinai.
Agricoltori sulle rocce.
Superbi,
Orgogliosi.
Fieri.
Insiste,
Inutilmente,
Il cielo
Sulla nostra città.
Che da acqua,
Fango,
Macerie e
Bombe,
Ne è sempre uscita.
E allora che cominci,
Genova,
Domani sarai ancor più bella.

Per ricordare

Giornata internazionale di supporto alle vittime della tortura

Per ricordare
(Letizia)

Tante, troppe cose
l’uomo non deve dimenticare.
Per non dimenticare la Shoah
per non dimenticare il fratello negro
schiavizzato torturato martoriato,
per non dimenticare la crudeltà dei cuori,
per non dimenticare il pianto innocente
di un bimbo fra braccia tenere inerti,
per non dimenticare lo sguardo della sofferenza,
per non dimenticare il vuoto dell’ignoranza
l’arroganza delle serpi…
Troppo l’uomo ha da ricordare:
Per non riviverlo
per non farlo rivivere
per non ricreare l’Inferno
né alimentarne le fiamme.
Furore del delitto
terrore della mente
ubriacatura del potere
miseria avvilente
paura di Essere!
Troppo l’uomo ha da disseppellire
da riportare in vita da una morte ingiusta:
La dignità il rispetto l’amore,
la fierezza di essere Uomini.

Il massacro dei trecentoventi

  Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2017

Il massacro dei trecentoventi
(Anonimo laziale 1944 Questa canzone, scritta in un miscuglio di italiano e di qualche dialetto laziale rustico, circolava scritta a mano di foglietto in foglietto nella Roma del 1944, dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine.)

Padre Celeste, Iddio di tanto amore
d’una forza mia musa o gran sovrano,
un fatto orrendo che mi strazia il cuore
e mentre scrivo mi trema la mano.

Roma, giardino di rose e di fiori
sei comandata da un popolo strano
per dominare la nostra capitale
non spera bene chi ci portò il male.

Via Romagna, Via Tasso, principale
ventitrè marzo fu la ricorrenza
di chi ci fe’ passar tempi brutali
li tedeschi lo presero a avvertenza.

Misero gran pattuglia a ogni viale;
chi s’ha da vendicà, no ha più pazienza,
chi cui bombe a mano, chi cui rivultella:
tedeschi morti pe’ la via Rasella.

La notizia pe’ Roma non fu bella;
il Comando tedesco fa li piani:
“Ogni vittima nostra si cancella,
vale col prezzo di dieci romani.”

Presero chi già stava nella cella:
se l’avventorno peggio de li cani.
Il carro 99 s’incammina
chi è condannato pe’ la ghijottina.

Il ventiquattro marzo
alla mattina a Regina Coeli
presso le porte presero questa gente -poverina-
innocenti li portano alla morte

neanche se fosse carne selvaggina
-o gran Dio onnipotente, in te so’ forte-
parte l’autocolonna, si distese
giusto all’imbocco delle sette chiese.

Alle ore diciassette sono scesi,
le SS fecero un confino,
presso le grotte a squadre sono presi
pe’ fa rifugio a chi sfollò a Cassino.

Cu a fulla a falsità fu palese:
già stava pronto quel boia assassino
certo che il mastro giustiziere
finchè c’ha vita non potrà godere.

La gente in vista -dovete sapere-
raffiche di mitraglia udir si sente
-Dio dall’alto dei cieli stà a vedere,
abbi pietà di una misera gente.-

Trecentoventi restano a giacere
la tortura fu data “So’ innocente!”
po’ ‘e mine nelle grotte fe’ saltare
pe’ potere li morti seppellire.

Fratelli miei

Fratelli miei
(Poesia Sioux)

Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata;
la terra ha ricevuto l’abbraccio del sole
e noi vedremo presto i risultati di questo amore!
Ogni seme si è svegliato.
E così anche tutta la vita animale.
È grazie a questo potere che noi esistiamo.
Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,
anche ai nostri vicini animali,
il nostro stesso diritto di abitare questa terra.

Giorno di Natale

Giorno di Natale
(Tom Ypres, Belgio 24-25 dicembre 1914)

Janet, sorella cara,
sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale.
In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia!
Come ti ho già scritto, negli ultimi giorni ci sono stati pochi combattimenti gravi. Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare.
Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino.
E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle. E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi…

Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango.
E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci.
Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni. Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti.
Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Tutto era imbiancato dal gelo, mentre c’era un bel sole: clima perfetto per Natale.
Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria. Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Ci avevano detto che i tedeschi potevano attaccarci e coglierci di sorpresa.
Io sono andato al mio buco per riposare, e avvolto nel cappotto mi devo essere addormentato.
Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: ?Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia.

Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio.
Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’.
Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: ‘stille nacht, heilige nacht…’.
Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: ‘notte silente, notte santa’. Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa.
Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: ‘the first nowell the angel did say…’.
Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccata un’altra: ‘o tannenbaum, o tannenbaum…’.
A cui noi abbiamo risposto: ‘o come all ye faithful…’.
E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: ‘adeste fideles…’.

Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno!
Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più.
‘Inglesi, uscite fuori!’, li abbiamo sentiti gridare, ‘voi non spara, noi non spara!’.
Nelle trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: ‘venite fuori voi!’.
Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: ‘Manda ufficiale per parlamentare’.
Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato ‘non sparate!’. Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca!
Ci siamo accordati ‘niente fuoco fino a mezzanotte di domani’, ha annunciato. ‘Ma tutte le sentinelle restino ai loro posti, e tutti gli altri stiano sul chi vive’.
Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi. Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzate poche ore prima.

Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai.
‘Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra’, ha risposto. ‘Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil. Forse ho servito alla tua tavola!’ ‘Forse!’, ho risposto ridendo.
Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: ‘non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla’.
Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso.
Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station. Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Sua sorella maggiore non è niente male, io gli ho detto che mi piacerebbe conoscerla. Lui raggiante mi ha detto che gli piacerebbe molto, e mi ha dato l’indirizzo.
Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturone di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa.
Ci siamo scambiati anche dei giornali, e i tedeschi se la ridevano leggendo i nostri. Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta. Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. ‘Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri’.

E’ chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i ‘barbari selvaggi’ di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti?
Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
Stavo tornando alla trincea quando un tedesco più anziano m’ha preso il braccio e ha detto: Dio mio, perché non possiamo fare la pace e tornare a casa?
Gli ho detto senza cattiveria: ‘chiedilo al tuo imperatore’.
Lui mi ha guardato come scrutandomi: ‘forse, amico. Ma dobbiamo chiederlo anche al nostro cuore’.
E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia?
Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito.
Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum?
Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?
Il tuo caro fratello Tom

Pipes Of Peace
(Paul McCartney n. a Liverpool, Inghilterra, Regno Unito il 18/6/1942)

Accendo una candela al nostro amore
In amore i nostri problemi spariscono
Ma tutto sommato scopriremo presto
Che uno e uno è tutto ciò che a vogliamo ascoltare

In tutto il mondo
Nascono bambini nel mondo
Dobbiamo dargli tutto finché la guerra sarà vinta
Allora il lavoro sarà terminato

Aiutarli a imparare (aiutarli a imparare)
Canti di gioia invece di fuoco, fuoco, bambini fuoco! (Fuoco, bambini, fuoco)
Mostriamo loro come giocare con il calumet della pace
(gioca il calumet della pace)

Aiutami a imparare
Canti di gioia invece di fuoco, fuoco, bambini fuoco!
Non mi mostrerai come giocare il calumet della pace (come giocare)
Il calumet della pace (gioca il calumet della pace)
Gioca il calumet della pace

Che ne dici? (Che ne dici)
La razza umana sparià un giorno (in un giorno)
O qualcuno salverà questo pianeta con cui stiamo giocando?
È questo l’unico modo? (Che cosa abbiamo intenzione di fare?)

Aiutarli a vedere (aiutarli a vedere)
Che le persone qui sono come me e te (me e te)
Mostriamo loro come giocare (Come Giocare)
Al calumet della pace
Giocare al calumet della pace

Accendo una candela al nostro amore
In amore i nostri problemi spariscono
Ma tutto sommato scopriremo presto
Che uno e uno è tutto ciò che a vogliamo ascoltare

Lettere d’amore mai spedite di migranti morti in mare

Lettere d’amore mai spedite di migranti morti in mare
(Anonimo)

Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro.
Ti amo, tuo per sempre Samir.
(Samir, giovane egiziano tra i 20 e i 25 anni arrivato cadavere a Pozzallo)

Amore mio, finalmente sono arrivato. La vita comincia adesso, spero di tornare presto per portarti con me e vivere insieme lontani dalla guerra. Ti amo.
(George, probabilmente di origine liberiana, imbarcatosi dal porto di Zuhara verso Lampedusa)

Avrei voluto stare con te. Mi raccomando non ti dimenticare di me. Ti amo tanto. Vorrei tanto che tu non ti dimenticassi di me. Stai bene amore mio. Ti amo. A ama R
(Trovato in un pacchetto di sigarette da una giornalista del New York Times)

La conquista islamica

La conquista islamica
(Anonimo del VII/VIII secolo d.C.)

Distrutti sono i luoghi di preghiera,
i fuochi sono spenti.
I più grandi tra i grandi si sono nascosti.
Gli arabi crudeli abbattevano
i villaggi dei contadini fino a Sharazur.
Prendevano come schiave le loro mogli, le loro figlie.
Uomini valorosi si rotolavano nel sangue.
I riti di Zarathustra non si compiono più.
Ahura Mazda, non ha pietà di noi.

Frammento scritto su un pezzo di cuoio, trovato in una grotta di Sharazur, segnalato da Alauddin Sajadi nel 1952

(Da: Canti d’amore e di libertà del popolo kurdo)

A sud del grande mare

A sud del grande mare
(Anonimo del I secolo d.C.)

L’amore mio dimora
A Sud del grande mare.
Che gli posso mandare
In guisa di saluto?
Due perle e un pettine di tartaruga,
Glieli voglio mandare dentro un astuccio di giada.

Ma mi hanno detto che non è fedele;
Mi han detto che ha scagliato
In terra il mio regalo.
Che l’ha scagliato in terra e l’ha bruciato
E ha disperso la cenere nel vento.
Da oggi in poi fino alla fin dei tempi
Non dovrò più pensare a lui,
Mai più mai più pensare a lui.
I galli cantano,
I cani abbaiano;
Mio fratello e mia moglie fra poco lo sapranno.
Soffia il vento d’autunno,
Sospira il vento dell’alba.
Tra un momento a Levante
Uscirà fuori il sole
E quello pure, allora, lo saprà.

Quarta stanza

Quarta stanza
(
Anonimo da Canti d’amore dell’antico Egitto)

Il mio cuore se ne fugge via in fretta,
non appena io ripenso al tuo amore,
e non mi fa più muovere normalmente,
perché esso ha lasciato il suo posto.
Mi impedisce di indossare la veste
e non posso più mettere il velo,
non mi trucco più gli occhi con l’ombretto
e non metto più il profumo.
– Non attardarti che io lo possa raggiungere –
mi dice ogni volta che penso a lui.
Non essere sciocco, cuore mio,
perché ti comporti come un folle?
Sta calmo, e il fratello verrà da te
come molti altri ugualmente!
Impedisci che la gente dica di me:
– questa donna è folle d’amore! –
Fatti forza ogni volta che pensi a lui
cuore mio, non fuggirtene via!