Confessione di un malandrino

Confessione di un malandrino
(Sergej Aleksandrovič Esenin Konstantinovo, Russia 3/10/1895 – Leningrado, Russia 28/12/1925)

Non a ciascuno è dato di cantare,
non a ciascuno è dato di cadere
come una mela ai piedi di qualcuno.

Eccovi la suprema confessione,
quella che vi può fare un malandrino.

Mi piace spettinato camminare
col capo sulle spalle come un lume,
e così mi diverto a rischiarare
il vostro triste autunno senza piume.

Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria:
mi agguanto solo, per sentirmi vivo,
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne ed il muschio hanno sommerso,
e mio padre e mia madre che non sanno
d’avere un figlio che compone versi.

Ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle e alla pioggia di stagione;
raro sarà che chi m’offende scampi
da loro e dalle punte del forcone.

Poveri genitori contadini!
Certo siete invecchiati e ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini…
Genitori che mai non capirete

che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del paese…

Quando correva scalzo sul bagnato
vi si copriva l’anima di brina:
ora invece in iscarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
d’un vecchio mariolo di campagna,
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s’inchina, sua compagna.

E quando in piazza incontra un vetturino,
gli torna in mente il suo concio natale,
e vorrebbe la coda del ronzino
reggere come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria,
l’amo senza confine,
benché afflitta di tronchi rugginosi.
M’è caro il grugno sporco dei suini
ed i rospi nell’ombra sospirosi.

Son malato d’infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’aprile.
Sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.

Dai nidi di quell’albero le uova
per rubare salivo fino in cima.
Ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima?

E tu, mio caro amico,
vecchio cane fedele?
Fioco e cieco t’ha reso la vecchiaia,
e giri a coda bassa nel cortile,
ignaro delle porte e dei granai.

Mi son cari i miei furti di monello,
quando rubavo in casa un po’ di pane,
e si mangiava come due fratelli,
una briciola l’uomo ed una il cane.

Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
e come fiori in grano, in viso gli occhi.
Sui tappeti magnifici dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buona notte!
La falce risonante della luna
si cheta mentre l’aria si fa bruna.
Dalla finestra mia voglio stasera
pisciare contro il disco della luna.

L’azzurro della notte è così terso:
qui forse anche il morire non fa male.
Che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale?

O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo.
Giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.

Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome…
Voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.

Dello stesso autore: Arrivederci, amico mio, arrivederciNoi adesso ce ne andiamo a poco a pocoNon vagheremo più

Confessioni di un malandrino
(Angelo Branduardi n. a Cuggiono, MI il 12/2/1950)

Epigramma 258

Epigramma 258
(Paolo Silenziario … – Costantinopoli 580)

Amo di più le tue rughe, Filinna
che lo splendore della giovinezza.
Mi piace di sentire nella mano il tuo seno
che piega giù pesante le sue punte
più del seno diritto d’una ragazza.
Il tuo autunno è migliore della sua primavera
ed il tuo inverno è più caldo della sua estate.

(Anth.pal V,258)

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

L’epigramma 258, dedicato da Paolo Silenziario all’anziana compagna Filinna, ha ispirato Roberto Vecchioni per il testo di una canzone di Angelo Branduardi:

La donna della sera