La mia donna: capelli di fuoco di legna

La mia donna: capelli di fuoco di legna
(André Breton Tinchebray, Francia 19/2/1896 – Parigi, Francia 28/9/1966)

La mia donna: capelli di fuoco di legna
Pensieri di lampi di calore
Vita di clessidra
La mia donna: vita di lontra tra i denti della tigre
La mia donna: bocca da coccarda e fascio di stelle
di ultima grandezza
Denti a impronta di topo bianco sulla terra bianca
Lingua d’ambra e vetro lucidati
La mia donna: lingua d’ostia trafitta
Lingua di bambola che apre e chiude gli occhi
Lingua di pietra incredibile
La mia donna: ciglia di aste di scrittura infantile
Sopracciglia a bordo di nido di rondine
La mia donna: tempie d’ardesia di tetto di serra
Vapore sui vetri
La mia donna: spalle di champagne
Fontana con teste di delfini sotto ghiaccio
La mia donna: polsi di fiammiferi
La mia donna: dita d’azzardo e d’asso di cuori
Dita di fieno tagliato
La mia donna: ascelle di martora e faggiola
Notte di San Giovanni
Ligustro e nido di scalari
Braccia di schiuma marina e di chiusa
Miscuglio di grano e mulino
La mia donna: gambe di missile
Movimenti d’orologeria e disperazione
La mia donna: polpacci di midollo di sambuco
La mia donna: piedi a iniziale
Piedi a mazzi di chiavi, piedi di calafati che bevono
La mia donna: collo d’orzo imperlato
La mia donna: gola di Val d’Or
Appuntamenti persino nel letto del torrente
Seni notturni
La mia donna: seni di monticelli di talpa marina
La mia donna: seni di crogiolo di rubini
Seni di spettro della rosa rugiadosa
La mia donna: ventre spiegato di ventaglio dei giorni
Ventre d’artiglio gigante
La mia donna: schiena d’uccello che fugge verticale
Schiena d’argento vivo
Schiena di luce
Nuca a sasso levigato e gesso bagnato
Caduta di bicchiere nel quale si è bevuto
La mia donna: anche di navicella
Anche a lampadario e penne di freccia
Nervature di piume di pavone bianco
Bilancia insensibile
La mia donna: natica di arenaria e amianto
La mia donna: natica a dorso di cigno
La mia donna: natica primaverile
Sesso di gladiolo
La mia donna: sesso di giacimento aurifero e di ornitorinco
La mia donna: sesso d’alga e vecchie caramelle
La mia donna: sesso di specchio
La mia donna: occhi pieni di lacrime
Occhi di panoplia violetta e ago magnetizzato
La mia donna: occhi di savana
La mia donna: occhi d’acqua da bere in prigione
La mia donna: occhi di legno sempre sotto l’ascia
Occhi dei livelli d’acqua d’aria di terra e fuoco

(Da: I surrealisti francesi – Poesia e delirio)

Un uomo passa

Un uomo passa
(César Vallejo Santiago de Chuco, Perù 16/3/1892 – Parigi, Francia 15/4/1938)

Un uomo passa con un pane a spalla.
Posso scrivere dopo sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, estrae un pidocchio dall’ascella, lo ammazza.
Con che coraggio parlare di psicanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo in mano.
Parlare poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo che dà il braccio a un bimbo.
Posso leggere, dopo, André Breton?

Un altro ha freddo, tossisce, sputa sangue.
È ancor lecito un cenno all’Io profondo?

Un altro cerca nel fango bucce, nòccioli.
Come scrivere poi sull’infinito?

Un muratore cade da un tetto, muore e non desina più.
Innovare poi il tropo, la metafora?

Un commerciante ruba un grammo sul peso ad un cliente.
Parlare poi di quarta dimensione?

Un banchiere falsifica il bilancio.
Con che faccia poi piangere a teatro?

Un paria dorme col piede sul groppone.
Parlare poi a qualcuno di Picasso?

C’è chi singhiozza dentro un funerale.
Come accedere dopo all’Accademia?

C’è chi in cucina spolvera un fucile.
Con che ardire parlar dell’aldilà?

Chi passando fa i conti sulle dita.
Parlerò senza un grido del non-io?

Dello stesso autore: Gli araldi neriPietra nera su una pietra bianca