E dopo ritrovo il mio spazio

E dopo ritrovo il mio spazio
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Osservo la mia ombra,
il disegno umido e segreto sulla soglia.
Me la sfilo di dosso
così lei sola rimane qui
a riempire le panche
e infilare dita senza spessore
nei manici delle ciotole.
Io vado fuori
tra nuvole soleggiate
e di colpo mi trasformo in paesaggio,
inudibile respiro, ondata che si sparpaglia.

Sulla soglia l’ombra
continua a recitare la mia parte.
Chissà se vestirà
la camicetta bianca, la gonna di velluto,
forcine tra i capelli maculate di fiori
o lascerà
solo un lieve profumo davanti allo specchio
dove gote rosee persistono
e il cedrino dei primi tepori.

Queste assenze
servono per ritrovarmi. Al ritorno
l’ombra brunita mi restituisce
l’identità,
io riconquisto il mio spazio.

E non mi accorgo della piuma
che fluttua leggera
trova aperta la finestra
e va a perdersi nell’aria.
Indizio unico
delle ali che avevo
e stanno ripiegate adesso
in qualche angolo segreto
aspettando
un nuovo volo.

Della stessa autrice:
Alchimie per una donna
Anche il sangue ora tace
Custode è un grillo
Felicemente stanca
La prima è stata Lucy
Milioni di donne

Anche il sangue ora tace

Anche il sangue ora tace
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Ecco, stasera i cani non latrano più/
contro l’arco del cielo
cozzano
i loro silenzi. Fiutano l’aria greve/
con l’umida lingua
leccano l’incertezza delle ombre.
Sale una luna di malinconie
sul ranuncolo bianco del respiro
e torneranno
pure le stoppie bruciate
Con cenere sparsa/ in altre dimensioni.
Tutto è se stesso ancora
e cresce/proprie foglie di saggezza:
stanno le canne ritte sulla riva
e i gattici d’argento. Se una voce
chiamerà improvvisa
sarà quiete di sera perduta.
Acquista ognuno adesso
coscienza di star solo
e la fatica sa
di ogni respiro; impara il vuoto
e tutto il resto è inerte.
Anche il sangue ora tace
e l’ultimo violino disperato.
Si sta facendo il nodo della sera
più stretto; più vicino
dentro vi annaspano
dimensioni e confini sconosciuti:
abbandonarsi, ormai,
è l’estrema, ultima coscienza
ed io la chiamo
"nostra solitudine".

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Felicemente stanca

Felicemente stanca
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

È questa la mia finestra,
l’angolo, il nido. Mi affaccio
sopra i tetti: la città
ha una tenerezza di bruma,
di primavera appena nata.
Qualcuno sale
la scala a chiocciola della torre,
si sporge da un balcone inusuale.
Sui vetri luminosi delle case
passano
le ombre del sole tra le nuvole,
le ombre di alberi altissimi e camini
e sale dal buio d’una soffitta
il suono d’un violino.
Ammicca una finestra
con un ciao-ciao di mano,
un sorriso sospeso tra le labbra,
l’ombra di un gabbiano smarrito.
Forse è così
che riprendono a suonare
le corde arrugginite del mio cuore
dimenticate per anni:
felicemente stanca

adesso

posso chiudere gli occhi
con un sorriso
che ancora aleggia, a sera,

sopra i coppi.

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Custode è un grillo

Custode è un grillo
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Della mia casa
custode è un grillo
un saggio, antichissimo grillo
che arriccia il naso
agli sbalzi di stagione.
Una ferita c’è nella mia casa
una lama di luce dolcissima
che travalica tutti gli spazi
e c’è una tasca
celata dentro il muro
dove ha nascosto
foglietti con i versi di Eluard
i biglietti del tram che non ho usato
e un crocefisso vestito con i jeans.
Qui in casa
sto alle prese con le voci
io sola
contro cinquantamila spifferi di vento
e gioco
con le chiavi delle porte.
Il mio spazio
è un pugno di magie
Van Gogh mi ha tinto gli occhi di papavero
e ormai conosco tutto delle ombre.
Ho scelto questa casa
e accendo l’abat-jour sul comodino
per difendere
i miei angoli segreti
contro l’invadenza
della luna.

Alchimie per una donna


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Alchimie per una donna
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Io volerò attraverso la bocca della candela, indenne falena
(Sylvia Plath)

Contratte a cogliere i suoni le abbiamo lasciate
a fare e disfare su rozzi telai brandelli di vita.
Senza volto né nome
avevano cuori d’argento da appendere alle volte
di grotte scavate in anfratti
da seminare nell’alveo di fiumi asciutti come vertebre
di mastodonti in rilievo.
Furono mysterion rinchiuso tra rozze pareti, negli occhi l’arsura,
in rigidezza di membra tenevano serrate frenesie di palpiti, un fuoco che ardeva.
Le abbiamo incontrate nei tempi di radici e tesori nascosti
nei raggi argentati di ruote che incidevano dentro la terra i drammi, gli eventi
e graffiavano a unghiate di fuoco le carni.
A spaccarle, come pigne,
come frutto di cocco,
ne uscivano nettare e latte
dolcezze impensate
sotto scorza di pelle-smeriglio,
sotto grinze di ataviche pene.
Da spaccati di secoli si spande il loro lamento
che è stato fragore di vene, rito, sentenza, un codice arcano
miniato su arabeschi di vento, filigrana di Aracne in precario equilibrio.
Avevano ritmi di lune e stagioni scandite da fasi di sangue,
da ventri ingravidati e dovizia di seni.
Spaccarono i corpi su durezza di zolle, sotto il cercine, come bestie da soma,
e il riscatto
era solo un arbusto d’argento cui bruciare incensi e pietà.
Scolpite su profili di roccia
hanno avuto radici straziate, un urlo di lava saliva le visceri
da squarci il magma fluiva su sciare di morte.
Furon letto di foglie caduche, sottobosco, l’umore di terra
e rugiada nell’alba
ma anche aroma di fiori e fragranza.
Furon pane e il sapore dell’uva e la bocca che prega e lamenta
furon grappolo e spiaggia e coltello, piaghe aperte
e tradite beltà.
Le chiamarono madri, amanti, sorelle circuendo il sentire del cuore
e strapparono loro le vesti e strapparono loro le carni
anche l’anima stava inchiodata
alle quattro pareti del cielo.
Furono mani in preghiera ed occhi di veglia, ginocchia piegate
e braccia in forma di cuna a proteggere i loro tesori.
Le portarono in giro pel mondo ricamate sopra vessilli
ma avevano mani piagate e labbra di luna spaccata,
cancellato dal vento l’amore.
Parole e condanna. Silenzi e condanna.
Nei polsi l’irromper di vene e bruciava la fronte
e l’affanno frantumava i lembi del cuore.
Sin dai giorni di Eva era stato:
sul paliotto dipinte madonne
ma le ossa spezzate
l’ansia ruga sul volto.
Furon grida taglienti a salire da tetti di canne
sangue bruno a macchiare le gore e bufere
e tormenti e ferite realtà.
Sempre esposte alla folgore, al rito, alla luce radente di luna
han portato sopra le spalle, loro sì, il peso del mondo
Loro, i piedi di tutte le genti,
loro, i corpi sudati a cercarle
a squassarne le viscere, rapinarne ogni fiato.
Sono state il bottino di guerra da portare in catene sul carro
loro, schiave, le lingue tagliate,
incapaci di prendere il volo
ripiegarono le ali sul petto a proteggere vulnerabile il cuore.
Sono state sospiri e sussurri.
Loro fiaccole accese di notte
Loro, fari a risplender nel buio
e le grida dei sogni ed il vento che si è fatto carezza.
A pensarle tappezzano i muri, sono luce che splende sui vetri
si dilatano a chioma di albero, sono foglie che cantano
ed il fiore sul fragile stelo
e la forza dell’erba che sconfigge stagioni e ritorna.
Le ho incontrate nel verde dell’alga
con smeraldi negli occhi, con minuscole attinie in punta di dita.
Palpitanti.
Le ho ascoltate in notti di luna scioglier canti d’amore dolcissimi
eran l’ombra tra i tronchi degli alberi, il lucore di stella
e la voce più forte, più alta, carezzevole al lobo,
Eran mani: han posato carezze che lasciarono impronte di fuoco
e la pelle era ruvida, dura
ma struggente il gesto d’amore.
Io le ho amate ed in esse l’essenza di me donna
che nel mio tempo breve conservo memoria di quell’essere state
vene aperte, riso lieve di mandorlo, un miscuglio di insonnia e fatica,
aggrappate al bisogno di esistere
e quell’ansia di dare e donarsi
col sorriso a celare la pena.

Anche il tempo si stanca
solo il cuore resiste con le rughe fiorite
ed i gambi spinosi di rosa,
braccia aperte in segno d’accolta
e gli occhi radiosi, la notte,
della luce di lune inventate.
S’è impigliata alla chioma dell’albero come sciarpa
la nenia del canto – e resiste
di fanciulle che furono
l’alone di luce, una nota sperduta.
Le ho incontrate scolpite nel marmo, dipinte ad affresco su volte ammuffite
processione di vergini su musaici di sole.
Han lasciato un messaggio di vita,
furon madri dai fianchi larghi modellati in impasto di creta
e alchimie sono state
e il segreto per estrarre dal vile metallo lo splendore abbagliante dell’oro.
Han segnato l’aria di sguardi
e le senti ancora vagare le pupille-carezza sul corpo
e dan brividi dolci alle carni.
Son presenze nell’aria quando gonfian le nebbie
e le braccia stan lì
e le mani e le labbra di quelle che furono forme che riconosco
per questo mio essere la loro propaggine ultima
il cuore rosso-memoria delle loro storie di vita.
Solitaria coltivo giorni e cantilenando racconto
di antichi profili, di ombre che ormai hanno scordato
la legge di gravità
e tra i grandi alberi vanno fluttuando di sera.
Sono una di loro. Lentamente
le fibre del mio corpo si sfanno, come piuma rosata
sfrùscio segreta e domani qualcuno leggerà anche la mia storia
sul pentagramma del tempo immutabile.
Anche le assenze hanno respiro.
Incorruttibile il fiato.
Voce, voce di taciuti sorrisi.
E ancora giorni verranno e notti nell’arcatura del cielo.

La prima è stata Lucy

 Le poesie delle donne

La prima è stata Lucy
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Lo scavare fosse profonde,
il setacciare sabbie minute,
ha messo un punto fermo

            alla ricerca:

fu Lucy la prima umana
sulla terra.

Se poi vogliamo credere
che Adamo venne prima di Eva
sarà atto di fede
sottomissione
al dire di una scrittura
che fu vergata
prima del Vangelo.

            Ma io

non ho saputo mai
di un uomo, uno qualunque,
un popolano o un re
che avesse

            una costola in meno.

Milioni di donne

Milioni di donne
(Adriana Scarpa Venezia 1941 – Treviso 19/10/2005)

 

Milioni di donne
dipanano la vita nel chiuso
di pareti stinte.
Il pianto del bambino di notte
le unisce all'uomo di fianco
e divide
per la sacralità del suo sonno.
Poi viene il tempo
di fare la riga ai capelli
e riannodare le trecce sciolte,
viene il tempo
di soffiare nasi
e lavare ginocchia sbucciate.
Milioni di donne – così –
ad aspettare partenze e distacchi:
ed è sempre l'alba – ai risvegli
il volto è sempre bianco di stanchezza.
Ancora
milioni di donne non sanno
i respiri di betulla
– soltanto la fatica dei giorni –
non sanno i desideri e le braccia
ma solo gli affanni
e i ventri svuotati
che crescono silenzi
nei corpi sconfitti.