Mano nell’ingranaggio

Mano nell’ingranaggio
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Rôtan le cinghie, stridono le macchine;
Indefessi ne l’opre, allegri canti
Vociano i lavoranti.

Ma un dissennato grido a un tratto levasi;
E pare lacerante urlo di belva
Ferita in una selva.

Fra i denti acuti un ingranaggio portasi
– Povera donna bionda e mutilata!… –
Una mano troncata.

…Rôtan le cinghie, stridono le macchine;
Ma le ruvide voci i lavoranti
Più non sciolgono ai canti.

Stillan, confuse col sudor, le lacrime;
Da lontano rombando, la motrice
Cupe leggende dice.

E senza tregua appare agli occhi torbidi
– Povera donna bionda e mutilata!… –
Quella mano troncata.

Della stessa autrice:
Cade la neve
Fine
Fontana di luce
Il dono
Il sole e l’ombra
Lettere
Pensiero d’Aprile
Ritorno per un dolce Natale
Tempo

Il dono

Il dono
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto), non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:
ad ogni giorno che tramonta io dico:
“Sarà domani”. Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

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Fine
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Pensiero d’Aprile
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Tempo

Pasqua

Pasqua
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

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Fine

Fine
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi o li ridoni, ancóra
vivi, candidi ancóra, al gambo spoglio.
Tal mi sento cadere sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

(Da: Il dono, 1936)

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Tempo

Tempo
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Giorno per giorno, anno per anno, il tempo
nostro cammina! L’ora ch’è sì lenta
al desiderio, tu la tocchi infine
con le tue mani; e quasi a te non credi,
tanta è la gioia: l’ora che giammai
affrontare vorresti, a cauto passo
ti s’accosta e t’afferra – e nulla al mondo
da lei ti salva. Non è sorta l’alba
che piombata è la notte; e già la notte
cede al sol che ritorna, e via ne porta
la ruota insonne. Ma non v’è momento
che non gravi su noi con la potenza
dei secoli; e la vita ha in ogni battito
la tremenda misura dell’eterno.

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Pensiero d’Aprile

Pensiero d’Aprile
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Eppure è bella, anima mia, la vita: non fosse che pei giorni in cui le foglie giocano a quale per la prima spunti sui rami; e tu le vedi, così tenere e trasparenti, che ti s’apron l’ali nel rimirarle. Come puoi del mondo tante cose sapere, e non sapere come fa la fogliuzza a tornar verde entro la scorza, ad affacciarsi, e tutta nova ridere al sol che la richiama? La strada lunga che t’importa, e l’essere strappata alla speranza che più cara ti fu, tradita da chi più fedele credesti, se goder sempre t’è dato di questa gioia? E tu la sai ben certa nel giusto tempo: ché non fu mai l’anno senza vicenda di stagioni, e mai fu senza fronda il giovinetto aprile.

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Lettere

Lettere
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Brevi erano le tue lettere, precise, tutte muscolo e nervo,
di mano più usa al compasso, alla squadra, al gesto del duro comando.
Dicevan le semplici cose con semplici nude parole;
ma due ne portavano in fine, due, sempre le stesse: “Sei mia”.
E quando ella giungeva, leggendo, al termine noto,
s’abbandonava all’indietro, vuotata del sangue, morente d‘amore.
Ombre violacee intorno alla socchiusa bocca, all’affilato naso
precipitoso palpito delle vene gonfiate alle tempie alla gola
cecità delle palpebre, tensione delle mascelle nel desiderio
faccia di donna agonizzante in estasi, tu non la vedesti,
nessuno la vide. Era sola.

Ora, ogni notte, la donna che più non vorrebbe esser viva
nel vuoto della sua casa che ha odore di cenere spenta
scioglie un pacco di lettere legato con un nastro nero.
E legge; e, giunta al termine ben noto che a ognuna è sigillo,
ancor s’abbandona all’indietro, vuotata del sangue, morente d’amore.
Così, dalla tomba, con dura predace potenza di sillabe scritte
tu l’imprigioni, o scomparso, tu la possiedi così.

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Il sole e l’ombra

Il sole e l’ombra
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Sole di mezzogiorno, nel luglio felice, sulla piazza deserta:
piazza lontana di città lontana, tu ed il tuo uomo,
e quello era il mondo.
Bianca nella tua veste, bianca vibratile fiamma tu pure,
nell’abbaglio d’incendio dell’aria.
Bianco il tuo riso perduto nel riso di lui, fresco di polla il
tuo riso d’amore tra il vasto fulgere ed ardere.
Non sarebbe discesa la notte, non sarebbe venuto il domani,
tua la luce, tuo l’uomo, tuo il tempo.
Fermasti il tempo in pieno sull’ora solare per cui in terra
tu fosti divina:
il resto è ombra e polvere d’ombra.

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Fontana di luce

Fontana di luce
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Nel marzo ebro di sole il grande arbusto
in mezzo al prato si coprì di gialli
fioretti: le novelle accese rame
salenti e ricadenti con superba
veemenza di getto dànno raggi
e barbagli a mirarle; e tu quasi odi
scroscio di fonte uscir da loro; e tutta
la Primavera da quell’aurea polla
ti si versa cantando entro le vene.

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Ritorno per un dolce Natale

Ritorno per un dolce Natale
(Ada Negri Lodi 3/2/1870 – Milano 11/1/1945)

Disse la madre: lasciate socchiusa la porta, ch’egli verrà.
Fu lasciata socchiusa la porta: egli entra, disceso dall’eternità.
Per strade di neve e di fango gli fu guida la stella in cammino
nei cieli sol quando rinasce, dentro una stalla, Gesù Bambino.
Riaccosta l’uscio in silenzio, appende in silenzio il gancio al mantello
(fiori e bruciacchi di schrapnell nella divisa ridotta un brandello:
ma ben calca sugli occhi l’elmetto, che la fronte non sia veduta,
e siede, al suo posto, nel cerchio della famiglia pallida e muta.
– Mamma, perché non ti vedo la veste di raso dal gaio colore?
– È in fondo all’armadio, è in fondo all’armadio:
domani la metto, mio dolce amore.
– Babbo, perché così curvo, perché tante rughe intorno ai tuoi occhi?
– Son vecchio, ormai: vecchio e stanco; ma tutto passa, se tu mi tocchi:
– Sorellina dal piede leggero, perché un nastro nero fra i riccioli biondi?
– T’inganni, ha il colore del cielo, ha il colore dei mari profondi.
Intanto, dalle campane della Messa di Mezzanotte
gigli e gigli di pace e d’amore fioriranno nella santa notte.
Ed ecco al “Gloria” drizzarsi nell’alta e sottile persona il soldato,
togliendo dal capo l’elmetto, piamente, con gesto pacato.
Scoperta arderà in mezzo alla fronte l’ampia stimmate sanguinosa:
corona di re consacrato, fiamma eterna, divina rosa.
Ma sotto il diadema del sangue egli il capo reclinerà
come chi nulla ha dato, come chi nulla avrà.

Della stessa autrice: Cade la neve