Prati

Prati
(Antonia Pozzi Milano 13/2/1912 – Milano 3/12/1938)

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

Della stessa autrice: Acqua alpinaBellezzaConfidareEsempiGridoLa porta che si chiudeLa vitaMattinoNotturnoPauraPensieroPudoreRicongiungimentoVoce di donna

Rivoluzione

Rivoluzione
(Gonzalo Arango Andes, Colombia 18/1/1931 – Gachancipá, Colombia 25/9/1976)

Una mano
più un’altra mano
non sono due mani
sono mani unite.
Unisci la tua mano
alle nostre mani
affinché il mondo
non rimanga
nelle mani di pochi
bensì
nelle mani di tutti.

Nastro trasportatore

Nastro trasportatore
(Ángel Petisme n. a Calatayud, Spagna il 17/1/1961)

Il mio cuore è una carta d’imbarco
all’incrocio di sentieri del circolo polare
per il Grande Silenzio che cerca le mie labbra.
Senza galli che lo sveglino,
senza kiwi a colazione. Senza pietà.
Il mio cuore è un fossile astrale.
una valigia non reclamata
che gira sul nastro trasportatore.

Il tempo, l’amore.

Il tempo, l’amore.
(Angelo Mundula Sassari 16/1/1934 – Sassari 28/7/2015)

Per quanto presto
arriveremo sempre troppo tardi
per quanto tardi
arriveremo sempre troppo presto.
Il tempo calcolato sulle nostre agende
è un tempo già perso
un numero cancellato
in un altro albo che nemmeno
potremo controllare.
Solo il tempo dell’amore è un tempo reale
coincidente col nostro.
Sulle nostre coordinate
incontreremo un altro e il suo
volto, le sue mani, il suo sorriso
ci parranno venuti da un mondo
che ha atteso a lungo il nostro
volto, le nostre mani, il nostro sorriso
e l’Amore si poserà subito
sulle nostre palpebre stanche
sui nostri occhi usurati
sul nostro cuore dolente
come un’onda d’estate si posa
improvvisamente sulla riva millenaria.

(Da: Americhe infinite, 2001)

È duro

È duro
(Cristiano Comelli n. a Milano il 12/1/1970)

È duro, insopportabile
è vera maledizione
consacrare i proprii giorni migliori.
al buio di questa miniera,
attendere disperati,
il calare della sera,
pensare
che con il misero stipendio ricevuto,
non puoi neppure regalare a tuo figlio,
quel giocattolo che sempre gli è piaciuto.
E’ vita nuova, però,
quando torno a riabbracciare il sole,
comprendo che la speranza,
non si spegne nelle parole,
che anche un lavoro umile,
figlio della dignità,
svolto con coraggio e passione,
sa trasformarsi,
in un canto di libertà.

Dello stesso autore: Ricordando Guido Rossa

Hai perso la saggezza

Hai perso la saggezza
(Iman Mersal n. a Mansoura, Egitto il 30/11/1966)

Raccolgo i capelli all’indietro
tanto da sembrare una bambina che un tempo hai amato,
per anni,
mi sciacquo la bocca con la birra dei miei amici
prima di tornare a casa,
come se non dovessi rispettare Dio in tua presenza.
Non c’è nulla che meriti il tuo perdono quindi,
tu sei buono, ma hai perso la saggezza
quando mi hai fatto credere che il mondo è simile ad un istituto femminile
e che devo annullare i miei desideri
per continuare a essere la prima della classe.

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Della stessa autrice: Amina

Detroit, una fabbrica abbandonata

Detroit, una fabbrica abbandonata
(Philip Levine Detroit, Michigan, USA il 10/1/1928 – Fresno, California, USA 14/2/2015 – Premio Pulitzer per la poesia 1995)

I cancelli incatenati, la recinzione di filo spinato è lì
come un’autorità di metallo contro la neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero, di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro menti.

Al di là, attraverso le finestre rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo e l’altro
e così, sospese nell’aria, restano prese
al margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si contano i raggi
che il movimento sfuocava, i montanti che l’inerzia combatteva,

e si calcola la perdita del potere umano,
lento ed esperto, la perdita di anni,
il graduale declino della dignità.
Uomini vivevano in queste fonderie, ora dopo ora;
nulla di ciò che hanno forgiato è sopravvissuto agli ingranaggi arrugginiti
che sarebbero potuti servire a macinare il loro elogio.

(Da: On the Edge, 1963)

Conosco appena le mani

Conosco appena le mani
(Vittorio Bodini Bari 6/1/1914 – Roma 19/12/1970)

Conosco appena le mani,
le scarpe che metto ai piedi.
Conosco il giorno e la notte
e i terrori del vento.
Ma gli anni? Dove son gli anni,
e tutti i libri che ho letto?
I volti amati si sfrondano
delle loro vicende,
non restano che i nomi.
Tutto nella memoria
cade a pezzi, sprofonda
senza rumore
nelle botole dei morti.
Ah, dove sono le acute presenze
del passato, le sue calde forme,
la cera su cui incidevano
i miei sentimenti?
Dove si nasconde il senso
delle cose che ho vissuto,
e i brividi lucenti
e i cieli dell’avventura?

(Da: Metamor, 1967)

Dello stesso autore: Tramonto a S. Valentino

Natale a Regalpetra

Natale a Regalpetra
(Leonardo Sciascia Racalmuto, AG 8/1/1921 – Palermo 20/11/1989)

– Il vento porta via le orecchie – dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: “La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”.
Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose:
“Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”.
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”.
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
“E così ho passato il Santo Natale”.

(Da: Le parrocchie di Regalpetra, 1956)