(O ti adatti o sogni)

(O ti adatti o sogni)
(Ida Travi n. a Cologne, Brescia il 21/9/1948)

O ti adatti o sogni. Si fa presto a dire
Il muro era altissimo, io sono uscita
dall’altra parte. Era aperto dall’altra parte
Giusto il tempo di prendere il paltò

Giusto il tempo di vedere
l’inverno dappertutto
L’inverno è arrivato
dappertutto

Tu trova il germoglio, avvolgilo nella lana

Dove la madia era vuota presto ci sarà del pane
dove c’era del pane adesso per un attimo c’è buio.

(Da: NeoAlcesti. Canto delle quattro mura, 2009)

Della stessa autrice: (Tra le fronde)

Tutte le sfumature di rabbia

  Giornata Internazionale di Solidarietà per il Popolo Palestinese

Tutte le sfumature di rabbia
(Rafeef Ziadah n. a Beirut, Libano nel 1979)

Permettimi di parlare in arabo, la mia lingua, prima che occupino anche quella
Permettimi di parlare la mia lingua madre prima che colonizzino anche la sua memoria
Sono una donna araba di colore e noi veniamo con tutte le sfumature di rabbia
Tutto ciò che mio nonno ha mai desiderato fare era alzarsi all’alba
e guardare mia nonna inginocchiarsi
e pregare in un villaggio nascosto tra Yaffah e Haiffa.
Mia madre è nata sotto un albero di olivo
in una terra che dicono non è più mia.
Ma io attraverserò le loro barriere,
i loro checkpoints, il loro dannato muro di apartheid
e ritornerò alla mia terra d’origine.
E hai sentito mia sorella urlare ieri,
mentre partoriva ad un checkpoint
con i soldati israeliani che le guardavano tra le gambe
la loro prossima minaccia demografica? Ha chiamato la sua bambina Janeen.

E hai sentito Amna Muna che urlava dietro le sbarre della sua prigione
mentre riempivano di gas la sua cella?
Stiamo tornando a Falasteen
Sono una donna araba di colore e noi veniamo con tutte le sfumature di rabbia
Ma tu mi dici che il mio utero ti porterà solo il prossimo terrorista.
Che si fa crescere la barba, armato di pistola, con un copricapo, negro di sabbia.
Tu mi dici che mando i miei figli a morire
Ma quelli sono i tuoi ???
i tuoi F16 nel nostro cielo
E parliamo del business del terrorismo, per un secondo
Non è la Cia ad uccidere
E che ha portato Osama al potere?
I miei nonni non sono andati in giro come pagliacci
Con cappe bianche e cappucci bianchi
A linciare gente di colore.
Sono una donna araba di colore e noi veniamo con tutte le sfumature di rabbia
Così, chi è quella donna nera che urla durante una manifestazione?
Scusate. Non dovrei urlare?
Ho dimenticato di essere il tuo sogno orientale,
il genio nella bottiglia, la danzatrice del ventre, la ragazza dell’harem, la donna araba che parla a bassa voce.
– “Si signore. No signore. Grazie per i panini al burro d’arachidi che ci piovono addosso dagli F16 del padrone”
Sì, i miei liberatori stanno uccidendo i miei figli e li chiamano danni collaterali.
Sono una donna araba di colore e noi veniamo con tutte le sfumature di rabbia
Allora lascia solo che ti dica, questo mio utero
ti porterà soltanto il prossimo ribelle
con una pietra in una mano
e una bandiera palestinese nell’altra.

Sono una donna araba di colore
State attenti, state attenti alla mia rabbia.

Ultima volontà e testamento

Ultima volontà e testamento
(James Koller Oak Park, Illinois, USA 30/5/1936 – Joplin, Missouri, USA 10/12/2014)

Voglio solo cielo blu sopra di me.
Voglio le nuvole, tante
Di loro, varie, fugaci,
mutevoli al passaggio
Voglio le notti più nere
Piene di stelle cangianti,
voglio che gli uccelli mi trovino,
voglio il caldo respiro degli animali.
Anche il vento passerà,
per la sua strada verso i posti in cui
sono stato.


Quaderni di rose e civiltà

Quaderni di rose e civiltà
(Nicole Brossard n. a Montréal, Canada il 27/11/1943)

Poema per capire come
ci si possa piegare
ad un’idea
sfiorando coi capelli il fondo del silenzio

qualunque sia il mese qualunque la ferita
o il tenero colore del meriggio
tu anneghi nella
lingua la lingua e il suo salato mormorio

non ti scordare di voltare pagina
ad ogni gesto libero
perché l’ombra non cada
sulla facciata della solitudine

ancora certi giorni ancora io
aggiungo qualche cosa alla sostanza
dei volti conosciuti. Collare di memoria
e di animale salvato dall’abisso,
visto di spalle, collare: il verbo essere.

(Traduzione: Paolo Ruffilli)

Il miscredente

Il miscredente
(Elizabeth Bishop Worcester, Massachusetts, USA 8/2/1911 – Boston, Massachusetts, USA 6/10/1979 – Premio Pulitzer per la poesia 1956)

Dorme sulla cima dell’albero maestro.
Bunyan

Dorme sulla cima dell’albero maestro
con gli occhi serrati.
Sotto di lui si sciolgono le vele
come le lenzuola del suo letto, esponendo
all’aria notturna la testa del dormiente.

Trasportato lassù nel sonno,
nel sonno s’è raccolto
in una palla d’oro in cima all’albero,
o si è arrampicato dentro un uccello d’oro,
o alla cieca s’è seduto a cavalcioni.

“Ho pilastri di marmo a fondamenta”
ha detto una nube. “Non mi sposto mai.
Vedi i pilastri là nel mare?”.
Sicuro nell’introspezione adesso
scruta i liquidi pilastri del proprio riflesso.

Un gabbiano, le ali sotto le sue,
ha osservato che l’aria
“sembrava marmo”. Lui ha risposto “Quassù
torreggio per il cielo perché le ali
di marmo in cima alla mia torretta volano”.

Ma dorme sulla cima del suo albero maestro
con gli occhi sigillati.
Il gabbiano ha frugato nel suo sogno
che era: “Non devo finire tra i flutti.
Il mare luccicante mi vuole tra i suoi flutti.
È duro come il diamante; vuol distruggerci tutti”.

(Da. Miracolo a colazione, 2006)

Della stessa autrice: Chemin de ferInsonniaL’arte di perdereSono io

Le assassinate


Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Le assassinate
(Gioconda Belli n. a Managua, Nicaragua il 9/12/1948)

Il minuscolo piede della donna
Fuoriesce da sotto il lenzuolo
Bello il piede, delicato.
Di certo gli piacerebbe andare con le unghie dipinte
Indossare scarpe alte ed eleganti.
L’altro piede conserva, tuttavia,
Il sandalo del quotidiano, da lavoro.

Non è difficile immaginarla contenta e spumeggiante
Quando vende arance o verdure al mercato
—Che vuole, signorina? Le faccio un buon prezzo—
E parla con la vicina della rampa
Mentre s’asciuga con lo strofinaccio
Perché fa caldo
È di quelle che arrivano a casa e mettono il figlio a fare i compiti
—Studia, ragazzo, sennò non diventerai mai nessuno—
E lava e stira
E quando il figlio dorme
Mentre guarda le notizie nel minuscolo televisore
Di fronte al letto,
Tira fuori la lima, l’acetone, si toglie la vecchia tinta dalle unghie
E con cura se le dipinge allo scorrere degli annunci.

Il giorno seguente,
Lo sposo, o lo scartato
Arriverà con la gelosia, la pendenza e l’orgoglio.
Sarà il grido, la manata
Ad ammazzarla affondandole un coltello nel petto.
Ancora incredula.
Lei cadrà al suolo di spalle.

Nella foto del quotidiano
Noi stessi vedremo il piede delicato
Spuntare da sotto il lenzuolo che copre il cadavere.
Vedremo l’altro piede ancora col sandalo su.
Piedi tristi. Senza neanche una padrona che le dipinga le unghie.

Piedi tristi. Un quotidiano.
A raccontare la stessa storia.

Della stessa autrice: E…E Dio mi fece donnaIo sono la tua indomita gazzellaLe profezie raccontanoNella dolente solitudine della domenicaNon mi pento di nienteNon si sceglieRegole del gioco per gli uomini che vogliano amare donne donneSempreVoglio uno sciopero dove incontrarci tutti

Poesia di Aurbun

Poesia di Aurbun
(Hayden Carruth Waterbury, Connecticut, USA 3/8/1921 – Munnsville, Stato di New York, USA 29/9/2008)

Un libro che leggevo stamattina
di Milan Kundera dice così: “Nell’algebra
dell’amore un figlio è il simbolo della magica

somma di due esseri”. E ora quella figlia
ha trentanove anni; soffre
di un cancro che ci hanno detto incurabile

e le sarà fatale. Sei stata sposata
per trent’anni a un altro uomo, ed io
ho sposato altre tre donne

e convissuto con sei –
una sciagura me è così, compiuta
e irrevocabile. Siamo vecchi. Tu hai

sessantanove anni e io settanta. Sarebbe
follia sentimentale dire di scorgere in te,
o tu in me, i lineamenti della nostra

giovinezza in amore. Eppure è vero. La tua voce
soprattutto mi riporta indietro. Siamo qui
perché nostra figlia, concepita a Chicago

in una bella notte d’aprile tanto tempo fa,
è tragicamente vulnerabile. Ci incontriamo angosciati,
in una disperazione muta. Ci incontriamo dopo anni

di separazione e di appena affettuosa
noncuranza. Ma è vero, vero, questa figlia
che è una donna matura, sofferente

con figli propri, è tuttora simbolo
di quella magica somma che eravamo, e in questa
sventura, senza parole o tocco o sguardo

furtivo, io mi stringo a te, e so
di essere accettato senza parole o tocco o sguardo
furtivo. Questa, così tardi, la crisi delle nostre vite.

Dello stesso autore: Scuse per usare troppo la parola “cuore” in poesia

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti
(Miriam Reyes n. a Ourense, Spagna il 29/12/1974)

Ti ho visto arrivare con mani come ferri incandescenti.
Venivi a marcare il tuo bestiame smarrito.
Dicevi di avere il potere
e ti tremavano le mani.
Dicevi di avere il potere.

Tu, signore dell’ira, padrone della rabbia,
sulle pareti del mio corpo
le tue mani non picchiano più
cercando di entrare.


23 NOVEMBRE – MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE
ore 14.00 da Piazza della Repubblica
24 NOVEMBRE – ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA
ore 10.00 presso Nuovo Cinema Palazzo, Piazza dei Sanniti 9A (San Lorenzo)

L’attimo sospeso

L’attimo sospeso
(Jorge Enrique Adoum Ambato, Ecuador 29/6/1926 – Quito, Ecuador 3/7/2009)

Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,
gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,

l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,
il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,
il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,
il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,
la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,
il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,
il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,
la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,
la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,
la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,
il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,
il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,
la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,
il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,
il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,
la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,
il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,
il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,
il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,
e l’indovino che andava a predire questa sventura,
sospesero di colpo quello che ognuno faceva,

ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani
per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,
ripresero le loro occupazioni abituali nel punto
in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

(Trad.: Raffaella Marzano)

Dello stesso autore: La visita

Le cose

Le cose
(Luis Felipe Vivanco San Lorenzo de El Escorial, Spagna 22/8/1907 – Madrid, Spagna 21/11/1975)

Le cose.
E la casa
serrata. (Inchiodare chiodi
per appendere i quadri.)
Aver casa. Avere
per sempre una sposa.
E amarla.
Guardarla
con occhi che riacquistano
il non sapere, amandola
senza parlare, a lei vicino,
con lei coincidendo
nello stesso sorriso.
Esser sempre vicino,
e sentirla lontana!
– esser cattivo, ad arte -,
ed esser buono.
E amarla.
Nei giorni e nelle ore
innanzi al puro, sensibile.
sfumato orizzonte
della piana mancega.
Vita nostra. Sì nostra
eppur mia! (Guardarla
muto, comprendendola.)
Signore, non è più necessaria
la morte! (Mi mancava
prima, sì, la sua inedita
metà.)
La neve, fuori,
si liquefa, soffice.
I cammini, invernali
i pioppi…
Ma la bimba
cresce e la nostra casa.

(Da: Continuación de la vida, 1949)