Discorso ed epilogo

Discorso ed epilogo
(Ingeborg Bachmann Klagenfurt, Austria 25/6/1926 – Roma 17/10/1973)

Non varcare le nostre labbra,
parola che semini il drago.
È vero, l’aria è soffocante,
la luce schiuma di acidi e fermenti,
sulla palude nereggia un velo di zanzare.

Ama le bicchierate la cicuta.
È in mostra una pelle di gatto:
la serpe s’avventa soffiando,
lo scorpione inizia la danza.

Non raggiungere le nostre orecchie,
fama dell’altrui colpa:
parola, muori nella palude
da cui la pozzanghera sgorga.

Parola, stai al nostro fianco
tenera di pazienza
e d’impazienza. Bisogna
che questa semina abbia fine!

Non domerà la bestia colui che ne imita il verso.
chi rivela segreti d’alcova, rinunzia per sempre all’amore.
La parola bastarda serve al frizzo per immolare uno stolto.

Chi ti richiede un giudizio su questo straniero?
Se non richiesto lo formuli, prosegui tu il suo cammino
da una nottata all’altra con le sue pieghe ai piedi: va’!
e non ritornare.

Parola, sii nostra,
libera, chiara, bella.
Certo dovrà avere fine
ogni cautela.

(Il gambero si ritrae,
la talpa dorme troppo,
l’acqua dolce dissolve
la calce, che pietre ha filato).

Viene, benevolenza fatta di voci e d’aliti,
questa bocca fortifica
quando la nostra fralezza
ci inorridisce e inceppa.

Vieni e non ti negare,
poiché in conflitto siamo con tanto male.
Prima che sangue di drago protegga l’avversario
questa mano cadrà dentro il fuoco.
O mia parola, salvami!

(Trad.: M.T. Mandalari)

Della stessa autrice: Al soleHôtel de la PaixIl gioco è finitoInvocazione all’Orsa MaggioreNella bufera di rosePaese di nebbiaSpiegami, AmoreTutti i giorni

La preghiera dell’ateo

La preghiera dell’ateo
(Miguel de Unamuno Bilbao, Spagna 29/9/1864 – Salamanca, Spagna 31/12/1936)

Ascolta il mio pregare Tu, Dio che non esisti
raccogli nel tuo nulla queste mie doglianze.
Tu che ai poveri uomini nulla consenti
senza consolazione di inganno. Non resisti
alla nostra supplica e di nostra brama ti adorni.
Quando più dalla mia mente ti allontani
più ricordo i placidi racconti
con cui mi addolcì le tristi notti l’amor mio.
Quanto sei grande mio Dio! Sei tanto grande
che non sei neppure Idea, e molto angusta
è la realtà per quanto a contenerti
la si espanda. Io soffro nel tuo costato
Dio inesistente, poiché se Tu esistessi
davvero esisterei pur io.

Dello stesso autore: Nel sognarti dormente

Settembre a Venezia

Settembre a Venezia
(Alfonso Gatto Salerno 17/7/1909 – Capalbio, GR 8/3/1976)

Hanno il colore delle navi morte
in un’alba lontana quei colombi
rimasti soli sulla grande piazza.
E l’agro odore della mareggiata,
di là dove verdeggia al cielo e ai vetri
del temporale un’isola di luce,
qui resta come un barbaglìo di tende
e di chiese che incrostano sui marmi
le fredde acquate dell’autunno.

Gemma di lutto e di bianchezza eterna,
alla sua voce ormai lontana è un sogno
questa che parve una città di piume.
Così la spoglia nel suono del mare
la nevicata dei silenzi azzurri.

(Da: Poesie d’amore)

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Datemi un varco

Datemi un varco
(Tommaso di Ciaula n. ad Adelfia, BA il 27/9/1941))

In questo mare di gente
ho perso la pista dei fiumi,
ho perso la pista dei boschi
ho perso la strada del sole
in questo mare di gente.
Gente!
Datemi un varco,
non pestatemi
non alitate sul mio volto
tutta la vostra rabbia,
fatemi trovare le strade
che ho sognato e che cerco:
datemi un varco.

(Da: Il cielo, le spine, la pietra)

CANTO IX – Ultimo canto di Saffo

CANTO IX – Ultimo canto di Saffo
(Giacomo Leopardi Recanati, MC 29/6/1798 – Napoli 14/6/1837)

     Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu, che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care,
mentre ignote mi fûr l’Erinni e il Fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva,
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove, a noi sul capo
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.

     Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi! di codesta
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o Natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi
il murmure saluta; e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge,
e preme in fuga l’odorate spiagge.

     Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze, eterno regno
die’ nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.

     Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu, cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
han la tenaria diva,
e l’atra notte, e la silente riva.

Dello stesso autore: A sè stessoA SilviaAlla lunaCanto notturno di un pastore errante dell’AsiaDialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggereIl primo amoreL’infinitoLa quiete dopo la tempestaLe ricordanze

A te leggo le mie poesie

A te leggo le mie poesie
(Cintio Vitier Key West, Florida, USA 25/9/1921 – L’Avana, Cuba 1/10/2009)

A te leggo le mie poesie
perché nascano davvero.
                                      Il loro volto di parole
mi si disegna nel tuo d’amore
per la prima volta, e così protetto
mi duole meno la povertà
illuminata d’affetto.

Emula della dama assorta di Vermeer,
tu fissi sull’ago della bilancia il peso
dell’essenza fuggitiva, che sempre mi sfugge.

La salvazione o la perdizione d’ogni verso
pende dai tuoi occhi, capaci
di saggiare la poesia come il fuoco
saggia la spada.

                          Tu dici, musa
della mia passione, e della mia lucidità,
l’ultima parola, quella che manca,
come il bacio d’oro della madre
affinché il figlio risorga e io lo accetti.

(Traduzione di Nicola Licciardello)

L’Imbrunire

L’Imbrunire
(Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, FC 31/12/1855 – Bologna 6/4/1912)

Cielo e Terra dicono qualcosa
l’uno all’altro nella dolce sera.
Una stella nell’aria di rosa,
un lumino nell’oscurità.

I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l’ora s’arresti,
nell’attesa di ciò che sarà.

Tre pianeti su l’azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.

Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.

Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c’è dentro un tumulto giocondo
che non s’ode a due passi di là.

E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d’ogni focolare.
La Via Lattea s’esala nel cielo,
per la tremola serenità.

(Da: Canti di Castelvecchio, 1907)

Dello stesso autore: A Roma eternaDalla spiaggiaIo ti dirò che t’amo!L’aquiloneLa BefanaLa Domenica dell’OlivoLa felicitàLa voce dei poveriNovembreNovembrePiantoSognoX agosto

Autunno

Autunno
(Marino Moretti Cesenatico, FC 18/7/1885 – Cesenatico, FC 6/7/1979)

Il cielo ride un suo riso turchino
benché senta l’inverno ormai vicino.
Il bosco scherza con le foglie gialle
benché l’inverno senta ormai alle spalle.
Ciancia il ruscel col rispecchiato cielo,
benché senta nell’onda il primo gelo.
é sorto a piè di un pioppo ossuto e lungo
un fiore strano,un fiore a ombrello,un fungo.

Dello stesso autore: A CesenaValigie

Agli amici

Agli amici
(Primo Levi Torino 31/7/1919 – Torino 11/4/1987)

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

6 dicembre 1985

Dello stesso autore: Canto dei morti invanoCercavo te nelle stelleCuore di legnoDateciHotelsIl superstiteL’approdoLa bambina di PompeiLe pratiche inevaseNon ci sono demoniNulla rimane della scolara di HiroshimaSe questo è un uomo

L’uomo pesce

L’uomo pesce
(
Elena Ribet n. a Roma nel 1973)

Per inghiottire il sale
ci va un uomo pesce
della razza che viene dal mare.
Per fare una casa ci va un uomo retto
con un coltello e una buona lama.
Per fare una famiglia
ci va un uomo tranquillo
che vinca le tempeste, le assorba, le trattenga.
Tu sei quiete, giustizia e acqua.

Della stessa autrice:
Poesia per Haiti