Non ho che questi versi da intrecciarti

Non ho che questi versi da intrecciarti
(Roberto Deidier n. a Roma il 31/8/1965)

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

(Da: Solstizio, 2014)

Momenti scemi

Momenti scemi
(Trilussa pseudonimo di Carlo Alberto Salustri Roma 26/10/1871 – Roma 21/12/1950)

Le lettere ch’ha scritto Rosa mia
l’avrebbe d’abbrucià1, ma nun ciò core2:
le tengo chiuse drento a un tiratore3
framezzo a li mazzetti de gaggia.

Fa tanto bene a ripensà a l’amore
ne li momenti de malinconia:
provi una spece de nun so che sia,
come un piacere de sentì dolore.

Ched’è?4 da che dipenne? Nun saprei:
ma so che ‘st’impressione io me la sento
se rileggo le lettere de lei.

Se tu vedessi quante ce ne stanno!
Me n’avrà scritte armeno un quattrocento…
perché m’ha cojonato più d’un anno!

(1: Le dovrei bruciare)
(2: Non ho il coraggio di farlo)
(3: Un cassetto)
(4: Che cos’è?)

(Da: I sonetti, 1922)

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Oltre la polvere

Oltre la polvere
(Karen Hesse n. a Baltimora, Maryland, USA il 29/8/1952)

Andare via non è stato meglio,
ma soltanto diverso e solitario.
Più solitario del vento
e più vuoto del cielo
e più muto della polvere
ammucchiata fra me e mio padre.

Semplicemente

Semplicemente
(Julia Hartwig Lublino, Polonia 14/8/1921 – Gouldsboro, Pennsylvania, USA 14/7/2017)

Tutto arriverà al momento giusto
ma non il tempo della rinascita delle prime speranze
e dei primi amori
né il perdurare in parole di ciò che ti passa per la testa come vento
e a volte è il presentimento di qualche importante verità
ma fugge via veloce come per burla
Arriva tuttavia il momento irrevocabile
in cui a tua volta cominci a perdere tutto ciò che amavi
e tutti quelli che se ne vanno da qui
senza rivelarti se vanno via delusi
Arriva questo momento
e tu lo accogli senza vergogna né umiltà
ma così semplicemente

(Trad. di Paolo Statuti)

Della stessa autrice: Il gatto MaurizioOvunque

Compleanno

Compleanno
(Christina Rossetti Londra, Regno Unito 5/12/1830 – Londra, Regno Unito 29/12/1894)

E’ un uccello canoro il mio cuore
che ha fatto il nido su una fresca cima –
un melo ricco di rami è il mio cuore
ricco di frutti come mai fu prima.
E’ come una conchiglia iridescente
su un mare luminoso e trasparente.
Più felice di sempre oggi è il mio cuore,
perché è giunto l’amore.

Fatemi un trono di piume e di seta,
di morbide pellicce e drappi rossi,
colombe e melagrane sian scolpite
intrecciate a cento occhi di pavone,
grappoli d’oro e grappoli d’argento
in viluppi di bianchi fiordalisi.
E’ il compleanno della vita mia,
l’amore è giunto e non andrà più via.

(Da: Il mercato dei folletti)

Della stessa autrice: CanzoneE quando sarò morta, mio dilettoIl ventoMaggioRicordami

TANTI AUGURI

Gimnopedia

Gimnopedia
(Giorgos Seferis Urla, Turchia 13/3/1900 – Atene, Grecia 20/9/1971; Premio Nobel per la letteratura 1963)

I. SANTORINO

Piega, se puoi, sul mare scuro dimenticando
la musica d’un flauto sopra quei piedi nudi
che calcarono il tuo sonno in quell’altra vita ora sommersa.

Scrivi, se puoi, sull’ultimo tuo ciottolo
il giorno il nome il luogo
gettalo a mare perché vada a picco.

Ci siamo ritrovati nudi sopra la pomice
rimirando le isole affioranti
rimirando le rosse isole andare a fondo
nel loro sonno, nel nostro.
Ci siamo ritrovati qua
nudi, con la bilancia
che traboccava verso l’ingiustizia.

Tallone di potenza volontà senz’ombra calcolato amore
piani che si maturano al sole meridiano
rotta del fato al battito della giovine mano
sull’omero:
qui nel luogo smembrato che non regge
nel luogo che fu nostro
colano a picco – ruggine e cenere – le isole.

Are crollate
e gli amici scordati
foglie di palma nel fango.

Lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
sul margine del tempo con la nave
che toccò l’orizzonte.
Quando il dado ha battuto sul marmo
e la lancia ha battuto la corazza
e l’occhio ha conosciuto il forestiero
e seccato è l’amore
in anime bucate,
quando ti guardi attorno e tutt’in giro
trovi piedi falciati
in giro mani morte
occhi ciechi di buio,
quando non hai più scelta
di quella morte che volevi tua,
udendo un grido
e sia grido di lupo,
il tuo diritto,
lascia, se puoi, viaggiare le tue mani
staccati via dal tempo infido e cola
a picco:
chi solleva i macigni cola a picco.

II. MICENE

Dammi le mani, dammi le tue mani, le mani.

Ho visto nella notte
il vertice aguzzo del monte,
la piana inondata laggiù dalla luce
d’una luna segreta,
girando il capo ho visto
l’acervo dei macigni neri
e la mia vita tesa come corda,
inizio e fine
l’attimo supremo;
le mie mani.

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai fin che potei
questi macigni amai fin che potei,
questi macigni, il mio fato.
Piagato dal mio suolo
e seviziato dalla mia camicia,
e condannato dalle mie divinità,
questi macigni.

So che non sanno; eppure io che percorsi
tante volte la via
dall’omicida al morto
e dal morto alla pena
e dalla pena ad un altro omicidio,
palpeggiando
la porpora inesausta
in quella sera del ritorno
– le Erinni cominciarono a fischiare
nell’erba rada –
ho visto serpi e vipere incrociate
in un viluppo sulla mala stirpe,
il nostro fato¹.

Voci su dal macigno, su dal sonno,
più fonde qua dove il mondo s’abbruna,
memoria di travagli radicata nel ritmo
che percosse la terra con piedi
dimenticati.
Inabissati corpi, alle radici
d’un altro tempo, nudi. Occhi sbarrati,
sbarrati sopra un segno
che per quanto tu voglia non discerni:
l’anima
che combatte per farsi anima tua.

Neppure il silenzio è più tuo
qui dov’è fermo il giro delle mole.

ottobre 1935

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

Dello stesso autore: Io qui ti ringrazioPoesia XVIII

Felice matrimonio

Felice matrimonio
(Taslima Nasreen n. a Mymensingh, Bangladesh il 25/8/1962)

La mia vita, come una striscia di terra,
è stata espugnata da un mostro.
Lui vuole il mio corpo sotto il suo controllo
così, se vuole può sputarmi in faccia,
schiaffeggiarmi sul viso,
e pizzicarmi il sedere;
così, se lo desidera.
Così, se vuole può derubarmi dei miei abiti,
e prendere la mia nuda bellezza nella sua morsa.
Così, se vuole può cavarmi gli occhi,
così, se vuole può incatenarmi i piedi,
se vuole può, senza scrupolo, frustarmi,
se vuole può tagliarmi le mani, le dita.
Se vuole può spargere sale nella ferita aperta,
può gettarmi pepe macinato negli occhi.
Così, se vuole, può tagliarmi le cosce con un pugnale,
così, se vuole, può legarmi e impiccarmi.

Voleva il mio cuore sotto il suo controllo
affinché io lo ami:
nella mia casa solitaria di notte,
sveglia, in preda all’ansia,
aggrappata alle grate della finestra,
lo aspetterei sospirando;
versando lacrime, preparerei pane fatto in casa,
berrei, come se fosse ambrosia,
i fetidi liquidi del suo corpo poligamo.
Così che, amandolo, mi scioglierei come cera,
senza mai volgere lo sguardo su un altro uomo.
Darei prova della mia castità per tutta la vita.

Così che, amandolo,
in una notte illuminata dalla luna
mi suiciderei
in un accesso d’estasi

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Della stessa autrice:
Vai ragazza!

Il terremoto

Il terremoto
(Teresa Melo n. a Santiago di Cuba il 19/10/1961)

Nella terra breve che sgrano
fiori di cedro, felci, betulle:
segni del mutamento.
La gazzella di ieri
miagola nella mia carezza
nel luogo caldo delle vesti di sale.
Fiori di cedro
che non sono la tavola odorosa, la sedia tornita.

La farfalla che conosce i cieli annebbiati
volge in pesce il sogno per amare il pesce:
amano i pesci trasfigurati
la luce della vela.

Sono queste le canzoni che canto nell’oscurità.
Altri saranno i canti della luce
nella voce di mia figlia.
Lei non conoscerà i leggiadri affogati
che sostengono la piattaforma marina dell’isola.
Lei cercherà un’altra spiegazione
così sicura come questa, così inutile da descrivere.

Segni del mutamento
acqua in canasta è il nostro sapere:
scorre tra le pieghe della paglia
e torna al sito minerale.

Sono le canzoni che canto nell’oscurità
per nominare l’uomo
la sua vanità che si specchia,
i suoi tre metri di troppo.
La poesia ci veste di piccoli dèi,
di totem.

Conservo la poesia. Cullo
il poeta insieme ai leggiadri affogati
per calmare il loro pianto infantile,
la loro solitudine, la loro terrestre paura.

Canto d’amore per le parole

Canto d’amore per le parole
(Nazik al-Mala’ika Baghdad, Iraq 23/8/1923 – Il Cairo, Egitto 20/6/2007)

Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa,
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote,
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?

Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e di vita?
Allora perché mai abbiamo paura delle parole?

Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere le nostre labbra.
Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto invisibile,
rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.
Abbiamo incatenato le lettere assetate,
vietando loro di diffondere la notte per noi
come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,
e caldi calici.

Perché abbiamo paura delle parole?
Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza
le cui lettere hanno estratto il tepore della speranza da due labbra,

e altre che, esultando di gioia
si sono fatte strada tra la felicità momentanea di due occhi inebriati.
Parole, poesia, teneramente
hanno accarezzato le nostre gote, suoni
che, assopiti nella loro eco, colorano una frusciante,
segreta passione, un desiderio segreto.

Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole.

Domani ci costruiremo un nido di sogno di parole,
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo per la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.

Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
chi pregheremo… se non le parole?

(Da: "Non ho peccato abbastanza", antologia di poetesse arabe contemporanee)

Della stessa autrice: IoOrazione funebre per una donna insignificante

Grecia in motorino

Grecia in motorino
(Sotirios Pastakas n. a Larissa, Grecia il 13/12/1954)

La Grecia viaggia a quaranta all’ora
come un motorino sul lungomare.
La massima velocità possibile
coincide con la potenzialità
dello sguardo innamorato:
di registrare, di saziarsi,
di ricordare. La luce nelle minime
sue inclinazioni, l’ondeggiare
del mare e la direzione del vento.

La Grecia e il suo passeggero
che l’abbraccia chiudono
gli occhi insieme:
lui non saprà mai cosa fosse
per lei né lei
tutto ciò che lui le deve.

Grazie alle marce basse
la Grecia è il solo paese
dove il tramonto
verso Capo Sunio, o al ritorno,
può durare una vita intera.

(Da: Corpo a corpo)