Lo sterminio delle zanzare

Lo sterminio delle zanzare
(Franco Marcoaldi n. a Guidonia Montecelio, Roma il 21/5/1955)

Buddista sì, ma con giudizio.
A fronte dell’instancabile
supplizio che la zanzara arreca
nel corso della lunga estate
svanisce in me qualunque senso
di pietà per il creato. E tanto più
qualunque residuo di naturalistico
interesse: unico intento, lo sterminio;
propostomi, con tecniche diverse,
da un fitto corteo di improbabili
signori: dottori in larve, rappresentanti
di veleni, mattocchi indigeni, inventori.
Ognuno vanta al meglio
il suo magnifico prodotto,
resta però purtroppo
che il sogno di bonificare
s’infrange sempre davanti ai molteplici
chilometri che la zanzara
è in grado di coprire.
Ma quale scienza!
Rimane solo da sperare
che il vento la trascini altrove, dove
– mi creda – c’è sangue migliore da succhiare.

(Da: Animali in versi, Giulio Einaudi Editore 2006)

Dello stesso autore: Fuori di qui si spara

Una donna sbagliata

Una donna sbagliata
(Oriana Fallaci Firenze 29/6/1929 – Firenze 15/9/2006)

Non sono una madonna,
e non ho nessuna intenzione di diventarlo.
Ho la faccia di una donna qualsiasi
e passo per una donna qualsiasi
perchè mi agito poco.
Ma dentro sono molto peggio di una donna qualsiasi.
A volte mi chiedo se non sono una donna sbagliata.

La Sfinge

La Sfinge
(Myriam Fraga Salvador, Bahia, Brasile 9/11/1937 – Rio Vermelho, Salvador, Bahia, Brasile 15/2/2016)

Mi rivestii di mistero
Per essere fragile
Perché so bene che decifrarmi
E’ distruggermi.
In fondo, non mi importa
L’enigma che propongo.
Per essere donna e uccello
E leonessa
Avendo forgiato in acciaio le mie prese
E’ che si spaventano e si impauriscono
Non mi esalto
So che verrà il giorno delle risposte
E mi profetizzo chiara e disarmata
E sapendo che la morte
E’ l’ultima chiave
Mi indovino nelle vittime che frantumo.

La spettatrice

La spettatrice
(Rosemary Dobson Sydney, Australia 18/6/1920 – Canberra, Australia 27/6/2012)

Io sono quella che guarda dall’altra parte
In ogni dipinto si può vedere che sto
Rapita al cielo, un uccello, un’ala d’angelo,
Mentre gli altri s’inginocchiano, offrono mirra, ricevono
La benedizione dalla mano luminosa.

Io trattengo i cavalli mentre i cavalieri smontano
E sguainano le spade per vincer la battaglia;
O se no in vaga prospettiva si può vedere
La mia figura remota sulla strada di montagna
Quando nelle pianure gli eserciti sono messi in rotta.

Io sono lo spirito stupido che sembra troppo tonto,
L’ottusa sognatrice, seconda da destra.
Seguo la folla, ma non segno
(copricapo sugli occhi) i massacrati Innocenti,
O Icaro, la sua caduta a capofitto.

Una volta in un Giardino – vista di schiena lì soltanto –
Che bene il pittore mi rese, pennellata su pennellata,
Eppure appena visibile tra i fiori e l’erba –
Udii una voce, “Mangia”, e avrei voluto voltarmi –
Spesso mi chiedo chi fu che parlò.

Madre

Madre
(Jack Hirschman n. a New York, USA il 13/12/1933)

Non siamo in questo mondo
tanto tempo fa
ebbe fine:
il mondo la guerra la guerra mondiale.
Ti tenni per mano
per attraversarlo
la più piccola mano, la più piccola stella.
Non ti muovesti, poi
io ero morta, poi eri morto tu.
Nella bocca aperta del dolore
c’è una candela.

Non sono col mio respiro,
sono il lento squamarsi
della pelle
e tutto quello che tutte le morti
che ho visto è registrato
nei miei occhi.
Sono stata un albero che ride
accanto a una stufa
di banane mielate,
sono stata una volpe argentata
e l’eleganza dei tacchi a spillo,
sono stata quello
che ti ha buttato giù
e le parole che cerchi,
sono stata vittima di sputi
e di stupri,
il caduto e l’invincibile,
la cagna delle lune,
la frustata della compassione
dietro la droga delle puttane,
il filo rosso
che libera tutti i prigionieri,
il ditale che bilancia
i tuoi bicchierini,
la kalimba che avvolge
i tuoi incubi in ninnananne,
il potere della nascita
quando un bambino muore.

Non siamo in questo mondo
tanto tempo fa
ebbe fine:
il mondo la guerra la guerra mondiale.
Ti tenni per mano
per attraversarlo
la più piccola mano, la più piccola stella.
Perché dovrei piangere ora, ora
che sei entrato nelle tenebre?
Molti come me sono intorno a te.
Il nostro etere è infinito.
Non dovessimo parlare di nuovo
tu scriverai la nostra conversazione.
Dovesse la mia voce non bastare al tuo cuore
(ma questo è impossibile,
sei ancora così piccolo,
sto piangendo alla finestra),
altre voci la solleveranno
e la porteranno al centro
del tuo respiro.

O mio caro, quando scoppiasti in fiamme,
quando le tue ossa si riempirono di bolle,
in quel preciso istante,
chi guidò i semi in un rapido
torrente di cosce e gravò
di gloria le uova bramose?
Quando crescesti da sillabario
a testo di rabbia
per tutta l’ingiustizia di questo
inferno dei grandi profitti,
quando la tua mente fu spezzata,
quando il tuo sesso fu diviso
come la Corea, il Vietnam,
come il Nord e il Sud,
quando i veleni vennero con piacere
e l’antidoto era morto,
chi sferzò l’aria
come se torcesse il collo a una gallina?
chi strappò le penne e le lanciò
per attutire la tua caduta?

Io sono la creatura che corre lungo le strade
gridando il tuo nome contro lo scherno,
sono il sonno del suicida
e la cataratta di capelli immemorabili,
sono l’attacco di libertà ai duri di cuore
e di poesia ai duri di orecchio.
La solitudine, la grazia, il sorriso
che risponde al tuo sorriso
dalle profondità della biologia
di un travaglio e gioia
a cui solo i battiti del cuore del ditirambo si avvicinano,
solo lo strimpellio dell’anima del cosmo definiscono.

Non siamo in questo mondo
tanto tempo fa
ebbe fine:
il mondo la guerra la guerra mondiale.
Ti tenni per mano
per attraversarlo
la più piccola mano, la più piccola stella.

(1984)

(Traduzione: Raffaella Marzano)

Samarcanda

Samarcanda
(Roberto Vecchioni n. a Carate Brianza, MB 25/6/1943)

Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
Brucian nel fuoco le divise la sera,
Brucia nella gola vino a sazietà,
Musica di tamburelli fino all’aurora,
Il soldato che tutta la notte ballò
Vide tra la folla quella nera signora,
Vide che cercava lui e si spaventò

Salvami, salvami, grande sovrano,
Fammi fuggire, fuggire di qua,
Alla parata lei mi stava vicino,
E mi guardava con malignità
Dategli, dategli un animale,
Figlio del lampo, degno di un re,
Presto, più presto perché possa scappare,
Dategli la bestia più veloce che c’è

corri cavallo, corri ti prego
Fino a Samarcanda io ti guiderò,
Non ti fermare, vola ti prego
Corri come il vento che mi salverò
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
Bianche le torri che infine toccò,
Ma c’era su la porta quella nera signora
Stanco di fuggire la sua testa chinò:
Eri fra la gente nella capitale,
So che mi guardavi con malignità,
Son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
Son scappato via ma ti ritrovo qua!

Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
Io non ti guardavo con malignità,
Era solamente uno sguardo stupito,
Cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
Eri lontanissimo due giorni fa,
Ho temuto che per ascoltar la banda
Non facessi in tempo ad arrivare qua

Non è poi così lontana Samarcanda,
Corri cavallo, corri di là
Ho cantato insieme a te tutta la notte
Corri come il vento che ci arriverà
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh

Dello stesso autore: Canzone Per Alda MeriniChiamami ancora amoreIn principio erat verbumLa donna della seraLe lettere d’amore (Chevalier de pas)

San Giovambattista

San Giovambattista
(
Giorgio Caproni Livorno 7/1/1912 – Roma 22/1/1990)

Tersa per chiari fuochi
festosi, la notte odora
acre, di sugheri arsi
e di fumo.

Intorno a un falò d’estate
imita selvagge grida
uno stuolo di bimbi.

S’illuminano come esclamate,
ad ogni scoppio di razzo,
le chiare donne sbracciate
ai balconi.

(Voci e canzoni cancella
la brezza: fra poco il fuoco
si spenge. Ma io sento ancora
fresco sulla mia pelle il vento
d’una fanciulla passatami a fianco
di corsa).

(Da: Come un’allegoria, 1936)

Dello stesso autore: AlbaCongedo del viaggiatore cerimoniosoDietro i vetriFurtoIl mare brucia le maschere…IncontroLitanìaLo stravoltoMaggioMarzoMio nome avvicinatiPensiero pioPer leiPerchè restarePreghieraPreghiera d’esortazione o di incoraggiamentoSei ricordo d’estateSotto le stelleVersicoli quasi ecologici

Estate

Estate
(
Lillo Gullo n. a Aliminusa, PA il 24/6/1952)

Ed eccola, l’estate:
avvampa fichi d’India
il sole e viola stanze
protette da vane persiane.

Abbondano caraffe d’acqua
e nell’odorosa penombra limoni
curiosi come occhi forestieri
offrono il loro giallo guardare.

Frutti con spacchi che mostrano polpa
traboccano da panieri di canne
e sono come vergogne
coperti da foglie di fico.

C’è qualcosa di cortese
oggi nei suoni e nelle pose
incedere è l’andare
ma oscuro è il conversare.

E allora fermo le parole
pronte a salpare per l’immenso:
fatevi capire – le supplico –
aspettate, aspettatemi un momento.

Dello stesso autore: Risuona nel ramo fiorito

Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore

Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore
(Dante Alighieri Firenze tra il 21/5 e il 21/6/1265 – Ravenna notte tra il 13 e il 14/9/1321)

Deh, Vïoletta, che in ombra d’Amore
ne gli occhi miei sì subito apparisti,
aggi pietà del cor che tu feristi,
che spera in te e disïando more.

Tu, Vïoletta, in forma più che umana,
foco mettesti dentro in la mia mente
col tuo piacer ch’io vidi;
poi con atto di spirito cocente
creasti speme, che in parte mi sana
là dove tu mi ridi.
Deh, non guardare perché a lei mi fidi,
ma drizza li occhi al gran disio che m’arde,
ché mille donne già per esser tarde
sentiron pena de l’altrui dolore.

(Da: Rime)

Dello stesso autore: Ahi serva Italia, di dolore ostelloAmore e ‘l cor gentil sono una cosaTanto gentile e tanto onesta pare