Dall’ondeggiante oceano la folla

Dall’ondeggiante oceano la folla
(Walt Whitman West Hills, New York, USA 31/5/1819 – Camden, New Jersey, USA 26/3/1892)

Dall’ondeggiante oceano, la folla,
venne teneramente a me una goccia, mormorando
Io ti amo, tra non molto morirò
ho fatto un lungo viaggio solo per guardarti, toccarti,
perché non potevo morire sinché non ti avessi guardato,
perché temevo di poterti poi perdere.

Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi,
ritorna in pace all’oceano mio amore,
anch’io sono parte di quell’oceano amore, non siamo così separati,
considera il grande globo, la coesione di tutto, quanto è perfetta!
Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci,
e se per un’ora ci tiene lontani, non può tenerci lontani per sempre;
non essere impaziente – un istante – sappi che io saluto l’aria, l’oceano e la terra,
ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.

Dello stesso autore: Ahimè! Ah vita!ContinuitàDèiIl canto di me stessoO capitano! Mio capitano!Poeti futuri

Avevamo studiato per l’aldilà

Avevamo studiato per l’aldilà
(Eugenio Montale Genova 12/10/1896 – Milano 12/9/1981 – Premio Nobel per la letteratura 1975)

Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

(Da: Satura)

Dello stesso autore: Ascoltare…Casa sul mareChissà se un giorno butteremo le maschereCielo e terraCon astuziaElegiaFelicità raggiuntaGli elefantiHo sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scaleI limoniIl carnevale di GertiIl positivoLa morte di DioLa StoriaLa vita oscillaLe stagioniLo spettacoloL’alluvione ha sommerso il pack dei mobiliMeriggiare pallido e assortoNon chiederci la parolaPioveRiviereSera di PasquaSi risolve ben pocoSpesso il male di vivere

È cosi breve il nostro cammino

È cosi breve il nostro cammino
(
Juan Ramón Jiménez Moguer, Spagna 24/12/1881 – San Juan, Porto Rico 29/5/1958 – Premio Nobel per la letteratura 1956)

È cosi breve il nostro cammino
Nel sogno dell’amore!
Il mondo di una rosa!

Ma noi lo rendiamo
Immenso con soste
Di lunghi baci
Sulle foglie aperte.

Dello stesso autore: A CarnevaleFusioneGioia del sognoLascia colare il tuo bacioRoseSpazioTi riconobbi

BRESCIA, 28 MAGGIO 1974

  28/5/1974 – 28/5/2019
45 anni dalla Strage di piazza della Loggia

BRESCIA, 28 MAGGIO 1974
(Walter Valeri n. a Forlì nel 1949)

Dagli striscioni, dai colori, dalle facce
allegre dei compagni, dai più giovani
che sgranocchiavano popcorn e pizze calde
a tre sotto gli ombrelli, a cinque
sotto i fogli di plastica, a grappoli
sotto la loggia, avevamo capito di essere in tanti.

Poi fu il Rumore e furono le lacrime
degli addetti al potere
che udimmo in tempo, prima di prender sonno.

…era rimasta a lungo in noi l’angoscia di quei corpi
straziati li ricordavamo lì, così urgenti nei loro straccetti
goffi di sangue
privi di posa…

Poi la Confindustria
(bianca colomba dei cieli nazionali)
si disse addolorata.

…ancora nell’aria la eco degli slogan
faceva il verso alle parole che i morti fra i vivi
avevano gridato per darsi voce nel corteo
“…sotto le presse mettiamoci il padrone”…

Poi i sindacati gialli comunicarono in tivù
che avrebbero aderito al lutto nazionale
“…per la grande sciagura in offesa alla nazione”

…nessun crumiro quel giorno nella piazza
Nessun crumiro, per dio!, sotto la loggia.
Come sempre erano in fabbrica a fare un buon lavoro…

Poi il ministro si mostrò agitato, nervosa
mimando nell’aria il lamento dei morti
giunti in parlamento.

…avevamo gridato per tutta la mattina
proprio in rilievo dalla stessa fontana
“Ministro boia, boia la legge, boia i fascisti
e chi li protegge”…
(Qualcuno addirittura “figlio di puttana”)

Poi fu lo stesso ministro coi suoi sacerdoti
a presiedere le esequie nel suo grande perdono.

…durante la veglia qualcuno raccontò che una madre
lo stesso giorno, in chiesa
la più grande del paese, per il freddo del figlio, pazza
cominciò a gridare
“È mio.
Mio il dolore.
Così i gesti della sua sepoltura.
Lasciateci.
Non umiliateci coi riti che abbiamo già pagato.
Solo io saprò stendere la terra con gesti d’amore
e restituirla pietosa al suo volto
nel dire col pianto di madre la colpa
all’altro figlio che ascolta.
È mio questo figlio che muore!”…

…così facemmo circolare la voce:
venti milioni in piazza il giorno dopo
ma pochi col coraggio di dire:

rubano i morti
anche dei morti si debbono nutrire.

Cesenatico, “Sul Porto”, giugno 1974

L’uomo allo specchio

L’uomo allo specchio
(Srečko Kosovel Sesana, Slovenia 18/3/1904 – Tomadio, Slovenia 27/5/1926)

Un uomo grigio
fissa lo specchio
rimirandosi.
Lo specchio è grigio
L’uomo è grigio,
Tutto è grigio.
Tu. Io.
Io. Tu.
Un io bugiardo.
La verità non esiste.

Accoglienza

Accoglienza
(Lucio Mariani Roma 1936 – Roma 2/10/2016)

Da est, da sud gente preme e persevera dolente.
Tendono i biondi figli e grigi e neri dalle coste del mare,
li spingono oltre l’asta doganale
bianca e rossa di zucchero candito, li espongono alle porte
della divina Europa. Europa, opulenta e stordita
da sembrare un capriccio di Rubens, Europa che ascolta
e non comprende, scorge e non vede
la valanga palpitante dei poveri. Basterebbe tornare
       alla storia
secondo il verso di recenti corsi per capire
che in questo continente a un grappolo di popoli satolli
accade quel che accadde alle caste nelle regioni di Francia
       e Russia
con la fine del grande privilegio: intrise di commerci,
di congettura, di blanda coscienza, ricche,
nel corpo esangui, esangui dentro il talamo,
troppo prossime ai mali e a pene d’altri
per restare impunite da tanta voce e così urgenti bocche.

I due susini

I due susini
(Luigi Fiacchi Scarperia, FI 4/6/1754 – Firenze 25/5/1825)

Se nella verde etade alcun trascura
di lodato sapere ornar la mente,
quando è giunta per lui l’ età matura
d’ aver perduto un sì gran ben si pente.
Cercalo allor, ma trovasi a man vuote:
potea, non volle; or che vorria, non puote.

E voi, per cui d’ un Mentore la mano
suda a formarvi e l’intelletto e il core,
e che rendete infruttuoso e vano,
negligenti e ritrosi, il suo sudore,
facile orecchio almeno ora porgete
alla mia favoletta, e risolvete.

Due selvaggi susini a un tempo nati
nello stesso giardin facean dimora;
e sul ruvido tronco eransi alzati
grandetti sì, ma non adulti ancora;
onde il cultor cangiar risolse in parte
la lor natura, e ingentilir con l’ arte.

Perciò, tolti i rampolli e a quello e a questo
arbor, che in pregio di bontà noria,
volle mutar con fortunato innesto
in dolce frutto il frutto aspro di pria;
e poichè l’ opra a incominciar si mise
gl’ ispidi rami ad un di lor recise.

Quindi adeguato e fesso il tronco, intruse
di bietta in guisa alla ferita in seno
i giovani germogli, e poi gli chiuse
intorno intorno, e gli serrò con fieno;
perchè fosser così nascosti al gelo,
ed alle pioggie di nemico ciclo.

E già su l’ altro a fare opra simile
la sua provida mano erasi volta.
ma che non puote in mente giovanile
d’ una vana beltà vaghezza stolta!
l’ altro susin veduto avea con duolo
cadere i rami del compagno al suolo.

E or vedendo che a lui pure s’ appressa
il temuto cotanto agricoltore,
che gli prepari la sventura istessa
teme; piange, e gli parla in tal tenore:
ah! perché vuoi così tormi, spieiato,
l’ unico ben, che renderai beato?

Questi rami eh’ io porto, e queste foglie
rendono sol la pianta mia gradita.
Or se barbara mano a me le toglie,
si tolga ancor quest’ infelice vita.
meglio è morir, se conservar non lice
l’ unico ben, che rendemi felice.

Ma se alcuna pietà senti di questa,
che mi lacera il cor, crudele ambascia.
Deh! quel tuo ferro minaccioso arresta,
e vivo ancor nel tuo giardin mi lascia:
lascia ch’ io spieghi ancor la chioma al vento,
unico ben, che rendemi contento.

L’ accorto agricoltore a questi accenti
espressi dal dolor sorride, e poi
a lui risponde: or sì fatti ornamenti
conserva pur, se conservar gli vuoi.
Tor la mia crudeltà no non pretende
l’ unico ben, che rustico ti rende.

Resta tranquillo pur; ma se capace
me tu non credi di menzogna o frode,
sappi che l’ opra mia, che or non ti piace,
t’ avria recato e gentilezza e lode:
sappi che un dì, quando vedrai ‘l tuo danno,
tardo fia il pentimento, e il disinganno.

sì dice, ed oltre passa.i rami intanto
l’innestato susin spunta e risorge:
e in ben poc’ anni al tristo amico accanto
braccia vaste, e più vaghe all’ aria sporge.
ciascun, che passa, in lui la nuova chioma
ammira e loda, e le straniere poma.

l’ altro Susin, che del compagno vede
la non creduta in pria bella ventura,
se ne invaghisce auch’egli, e ansioso chiede
la sua vecchia mutar rozza figura.
Grida al cultore: appaga il mio desio;
voglio innestarmi e migliorarmi anch’ io.

ma tosto a lui l’ agricoltor risponde:
non è più tempo: or te innestar non lice.
Solo i frutti cangiar, cangiar le fronde
nella prima si puote età felice:
or questa etade è trapassata omai:
tu sempre rozzo, e sempre vii sarai.

Auguri Europa!

Auguri Europa!
(Elvio Cipollone n. a Cese, AQ il 10/4/1954)

Mia cara Europa
Ti rivedo mentre giocavi con le compagne sulla spiaggia
e nulla sapevi del tuo destino quando venne un toro
a strapparti all’innocenza. Era l’ultimo dei miei figli travestito
il più focoso, il più avido di conquiste, Zeus.
Ti sedusse con le sue corna a forma di luna
il petto robusto, la possente schiena, il candido mantello
e tu ti lasciasti condurre nel cuore del Mediterraneo
lì dove iniziasti a generare figli.
Poi si sono moltiplicati e hanno popolato ogni tuo angolo
imparando a parlare lingue diverse: fu l’errore
il peccato originale che portò
incomprensioni e paure, guerre e genocidi.
Ora forse hanno capito e provano a ristabilre gli antichi legami
a considerarsi di nuovo fratelli
ma la vera sfida è tornare a esprimere i pensieri
i dubbi e i desideri in un’unica lingua
affinché ognuno capisca tutti
e allontani da sé l’angoscia dell’ignoranza.
Così il mio augurio per i tuoi figli, Bella Europa,
è che non dimentichino di discendere dall’Olimpo
che non restino prigionieri dell’orizzonte economico
che prendano in mano la bandiera dell’arte
coltivino la lirica, ragionino sul senso ultimo dell’umane vicende
amino la bellezza e disdegnino l’inganno
la furbizia e l’ingiusta emarginazione dei deboli.
Se sapranno resistere all’illusione che lo strumento monetario
sia sufficiente a dissolvere i confini eretti e presidiati per millenni,
se cercheranno l’unità profonda condividendo le idee
la poesia, la scienza e le emozioni
allora tu sarai il luogo del ritorno alla purezza
là dove s’avvia il risanamento del pianeta
unica strada per ristabilire l’amore
tra la madre (Terra) e il figlio (Uomo).
Ti abbraccio, ora e sempre.

23 Maggio… ore 18.00

27° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI

23 Maggio… ore 18.00
(Giusy Tolomeo n. a Vittoria, RG)

Pugni chiusi, nessun urlo…
La colomba si levò sull’asfalto
e spiegò lontano le sue ali.
Il giorno si tinse di sangue
nella luce della terra desolata
che aveva già mietuto il suo grano
e riempito gli antichi covoni
Stridore di freni e urlo di cicale
Sapevo…
La morte sarebbe arrivata
senza preavviso o raccomandata
Terra amara, terra dolce
ti ho consacrato lunghi giorni
innamorato di te, invaghito
della tua ammaliante bellezza.
Fiori di campo
che bevete il mio sangue
crescete tenaci su questo ruvido asfalto
23 Maggio… ore 18.00
Sento il mio urlo uscire dal corpo
Dita si aprono dai pugni serrati
mani protese a cercare giustizia
Terra di aranci, Terra mia amata
che partoristi nel ventre il silenzio
di uomini saggi, di uomini d’onore
tutti d’un pezzo, eroi senza tempo,
lancia il tuo urlo, il travaglio è compiuto!

Blues dei rifugiati

Blues dei rifugiati
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Poniamo che in questa città vi siano dieci milioni di anime,
c’è chi abita in palazzi, c’è chi abita in tuguri:
Ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.

Avevamo una volta un paese e lo trovavamo bello,
Tu guarda nell’atlante e lì lo troverai:
Non ci possiamo più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,
A ogni primavera s’ingemma di nuovo:
I vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:
“Se non avete un passaporto voi siete ufficialmente morti”:
Ma noi siamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato: mi offrirono una sedia;
Cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
Ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitati a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:
“Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano”:
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire il tuono rombare nel cielo;
Era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: “Devono morire”;
Ahimè, pensava a noi, mia cara, ahimè, pensava a noi.

Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio,
Vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro:
Ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi.

Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
Vidi i pesci nuotare in libertà:
A soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza.

Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
Non sapevano di politica e cantavano a gola spiegata:
Non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani,
Mille finestre e mille porte;
Non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra.

Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve;
Diecimila soldati marciavano su e giù:
Cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.

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