Non c’è ritorno

Non c’è ritorno
(Roberto Juarroz Coronel Dorrego, Argentina 5/10/1925 – Buenos Aires, Argentina 31/3/1995)

Non c’è ritorno.
Però ci sono alcuni movimenti
che si assomigliano al ritorno
come il fulmine alla luce.

E’ come se fossero
forme fisiche del ricordo,
un volto che torna a formarsi tra le mani,
un paesaggio sprofondato che si reinstalla nella retina,
cercare di misurare ancora la distanza che ci separa dalla terra,
tornare a verificare che gli uccelli continuano a vigilarci.

Non c’è ritorno.
Ciò nonostante,
tutto è una aspettativa all’incontrario
che cresce all’indietro.

(Da: Poesia verticale)

Dello stesso autore:
C’è da scorrere un sipario
Seconda poesia verticale, 67

Poi che per mia ventura

Poi che per mia ventura
(Veronica Gambara Pralboino, BS 30/11/1485 – Correggio, RE 13/6/1550)

Poi che per mia ventura a veder torno
voi dolci colli, e voi, chiare e fresch’acque,
e tu, che tanto alla natura piacque
farti, sito gentil, vago ed adorno,

ben posso dire avventuroso il giorno,
e lodar sempre quel desio che nacque
in me di rivedervi, che pria giacque
morto nel cor di dolor cinto intorno.

Vi veggi’ or dunque, e tal dolcezza sento,
che quante mai dalla fortuna offese
ricevute ho finor, pongo in oblio.

Così sempre vi sia largo e cortese,
lochi beati, il ciel, come in me spento
è, se non di voi soli, ogni desio.

Della stessa autrice:
Occhi lucenti e belli

In villa

In villa
(Pier Luigi Bacchini Parma 29/3/1927 – Parma 5/1/2014)

Il processo notturno
sulle creste occidentali
conserva un trasparente chiaro,

e ancora mostra i poderosi dorsi
del pianeta.
Come peli ruvidi nelle forre d’un volto maschile
spuntano nelle vallette le querce
gli olmi e le varie acacie dei boschi:
lente d’ingrandimento su vegetazioni di barbe –
si acquietano, microrganismi dermici, le gazze
e i picchi che battono i duri becchi sui tronchi.

E mentre la luna
fa passare veloci spettri lungo il Rio Campanara,
gli spezzettati lombrichi muovono e impastano
sostanze organiche,
e a orari stabiliti per la grande valle di destra
romba distante il treno del mare.
La rifrazione atmosferica ritarda l’avvento.
Ma nella pianura, a oriente,
fa quasi notte, con smagliature di fumo
e fasce di sonno. Ecchimosi.
Apparenze di stelle inesistenti. Altre esistenti
non si vedranno. Tane, dova lavorano morbide pellicce,
grotte, nidi, tumuli di formiche
popolano il globo e le lampade laggiù di paesi e città
accecano le stelle.

Paura dell’amore

Paura dell’amore
(Maria do Rosário Pedreira n. a Lisbona, Portogallo il 21/9/1959)

Posa lentamente la tua mano
sul petto della terra e senti respirare
nel suo seno i nomi delle cose che lì stanno
crescendo: il lino e la genziana; il pisello odoroso
e le campanule azzurre; la menta profumata per
le infusioni in estate e la tela di radici di un
piccolo alloro che si organizza come una rete
di vene nella confusione di un corpo. La vita non è mai
stata solo Inverno, mai solo bruma e abbandono.
Sebbene piova ancora, che ti importa: posa
lentamente la mano sul tuo petto e ascolta il fragore
della tempesta che fa crollare i muri: esplode nel
tuo cuore una viola del pensiero, sarà dolce il suo
polline nella corolla di un bacio, non avere paura,
te lo chiederanno all’arrivo della primavera.

Della stessa autrice:
Non ho mai saputo il tuo nome

Ars poetica

Ars poetica
(Dorothea Lasky n. a Saint Louis, Missouri, USA il 27/3/1978)

Volevo dire all’aiuto veterinario di quel video del gatto che Jason mi ha mandato
Ma ho resistito per paura lo trovasse strano
Sono davvero solitaria
Ieri il mio ragazzo mi ha chiamato, di nuovo sbronzo
E in mezzo a squillanti lacrime e un che di appiccicoso
Mi ha urlato contro con una tale amarezza
Come non avevo sentito prima da altri umani
E mi ha detto che non ero brava
Be’ magari lui non voleva dire quello
Ma è quello che ho sentito
Quando mi ha detto che la mia vita non valeva niente
E il mio lavoro della vita un lavoro da elite.
Io dico che voglio salvare il mondo ma in realtà
Voglio scrivere poesie tutto il giorno
Voglio alzarmi, scrivere poesie, andare a dormire,
Scrivere poesie durante il sonno
Fare dei miei sogni poesie
Fare del mio corpo una poesia con magnifiche vesti
Voglio che la mia faccia sia un poema
Ho appena imparato come mettere
La matita agli angoli degli occhi per farmeli più grandi
C’è sempre in me un romantico abbandono
Voglio sentire il timore per gli altri
E lo posso sentire attraverso il canto
Solo attraverso il canto posso sommare in poche così tante parole
Come quando lui dice che io non sono brava
Io non sono brava
La bontà non è più il punto
Tenersi stretti alle cose
Ecco questo è il punto

Della stessa autrice:
Perché la poesia per molti può essere difficile

Il mondo è un bel posto

Il mondo è un bel posto
(Lawrence Ferlinghetti n. a New York, Usa il 24/3/1919)

Il mondo è un bel posto
per esserci nati
se non v’importa che la felicità
non sia sempre
così divertente
se non v’importa un po’ d’inferno
una volta tanto
proprio quando tutto va bene
perché anche in paradiso
mica cantano
sempre

Il mondo è un bel posto
per esserci nati
se non v’importa che qualcuno muoia
tutti i momenti
o magari solo di fame
se non siete voi

Oh il mondo è un bel posto
per esserci nati
se non v’importa molto
qualche cervello morto
nelle alte sfere
o una bomba o due
di tanto in tanto
nei vostri visi alzati
o certe altre improprietà
di cui è preda
la nostra Società
coi suoi uomini distinti
e quelli estinti
i suoi preti
e altri poliziotti
le sue varie segregazioni
le investigazioni congressuali
e altre costipazioni
che la nostra carne sciocca
eredita

Si il mondo è il migliore posto
per un mucchio di cose come
far buffonate
e fare all’amore
esser tristi
e cantare canzoni triviali e avere ispirazioni
vagabondare
guardando ogni cosa
odorando fiori
e dare pizzicotti alle statue
e perfino pensare
e baciare la gente e
far bambini e portare pantaloni
e agitare cappelli e
ballare
e andare a nuotare nei fiumi
a fare picnic
a mezza estate
e insomma
“godersi la vita”

Già
ma poi sul più bello di tutto questo
arriva sorridendo
l’imprenditore delle pompe funebri.

Dello stesso autore:
Alzate la voce!
Io sono il cronista di un giornale?
Sia commiserata la nazione

Pioverai al tempo della pioggia

Pioverai al tempo della pioggia…
(Jaime Sabines Tuxtla Gutiérrez, Messico 25/3/1926 – Città del Messico 19/3/1999)

Pioverai al tempo della pioggia,
farai caldo d’estate,
farai freddo all’imbrunire.
Tornerai a morire altre mille volte.

Fiorirai quando tutto fiorirà.
Non sei niente, nessuno, madre.

Di noi resterà la stessa traccia,
il seme del vento nell’acqua,
lo scheletro delle foglie sulla terra.
Sulle rocce, il tatuaggio delle ombre,
nel cuore degli alberi la parola amore.

Non siamo niente, nessuno, madre.
È inutile vivere
ma è ancora più inutile morire.

VIA FIORINO FIORINI – MUSICISTA

  75° anniversario dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine 1944 – 2019

VIA FIORINO FIORINI – MUSICISTA
(caduto alle fosse ardeatine)

(Gian Piero Stefanoni n. a Roma nel 1967)

I.

Capita spesso per Roma di incontrare
tra giudici, atleti e località sconosciute,
vie che ricordano le vittime delle fosse ardeatine.

Eppure anche loro avevano una professione, un mestiere,
un’ora precisa al mattino e un rientro dato alla sera.

Ma non sono ricordati per questo.

Qualcuno li cercò nelle case, nelle strade,
separandoli dai loro gesti di sempre,
da quel solo pensiero per chi li attendeva.

Il loro nome però a volte ritorna
insieme a qualcosa di familiare
a qualcosa che ancora risuona.

Al maggiore dei carabinieri Ugo De Carolis,
per esempio, è intitolata la via della Balduina
dove i miei nonni abitavano.

Conosco via Manfredi Azzarita
per la vicinanza alla scuola dove ho fatto il ginnasio.
Sotto a quella collina sulla Cassia
c’è ancora un maneggio ed è curiosopensando
a quel capitano di cavalleria trucidato a vent’anni.

Pure, non stride la corsa
che da quei campi si distende nel grido,
c’è un incontro tra noi e quella vita rubata,
una forza che si rivela nel salto
là dove l’oltraggio fiorisce poi nella carne.

Così l’abbraccio dove ora la città rivive
è anche la visione dei giorni che a loro mancarono
e targa dopo targa, quelle strade, quelle piazze,
quelle caserme, ci legano nel loro naturale scorrere
alla violazione di ciò che fummo, al tradimento
in quelle identità dell’intima sacralità del mondo.

Sacralità che invece a noi è stato dato di esprimere
e nei cui echi i nostri talenti si specchiano.

Perché non furono solo massacro quegli uomini
nel peso di un’umanità più dolente.

II.

Venivano da mondi diversi,
avevano un lavoro e un età diversa
in una geografia di tanti quartieri.

Una stele ne raccoglie cinquantasei
in Via del banco di Santo Spirito
dietro corso Vittorio, a un centinaio
di metri dal ponte degli Angeli.

E’ in memoria delle vittime dei rioni
Parione, Ponte, Campo Marzio e Regola.

Le loro occupazioni raccontano bene
nella fatica il cuore
e la vivacità di quei luoghi.

Componenti anche della stessa famiglia che persero
insieme la vita, passando dal lavoro alla morte.

Genitori, fratelli, nipoti il cui cognome,
in certi casi, fu metro per la condanna:
i Di Segni, i Di Veroli, i Limentani, i Sonnino,
per un totale di settantacinque ebrei inghiottiti
dalle cave per la sola ed errata appartenenza religiosa.

Ciò che mi colpisce, poi, è che ad alcuni di loro
sono state intitolate strade lontano
dalle zone dove sono vissuti e cresciuti.

Tra questi l’avvocato Carlo Zaccagnini
qui ricordato, il cui nome ora si leva
a Tor de Cenci tra gli altri trucidati
celebrati cosi nel quartiere.

O Enrico Mancini, ebanista della Garbatella,
uno dei tanti non romani a legarsi per sempre
al destino della città ed ora inciso per noi
sulla Giustiniana direzione La Storta.

Venivano da Valle Aurelia, San Lorenzo, Prati,
Centocelle, Tor Pignattara, Quadraro.
Furono pianti al Salario, a La Storta,
a Trastevere, Montesacro, Pietralata,Trionfale.

Appartenevano ad una lingua presente e chiara
nel riconoscimento e nel corpo fermo
di una stessa invariata sostanza.

Uomini, nella mattanza: a disperdere ogni sentenza.

III.
(elegia della Cava)

Di quale città siamo figli, mi domando
attraversandola; di quali fedeltà,
di quali resti che ancora ci accompagnano
se divisione poi è parola giusta a dire
tempo, ove sua assenza, suo disinganno.

Anima provata che per più aperta luce
si sparge, il respiro risalendo in un ritorno
di luoghi e volti da una irraggelata fede,
da una propria mai rigettata speranza.

Rigore e amore di chi ha in sé la sua terra
e alla terra si offre, ingemmandola
di quel solo possesso: disadorno e sgombro
fervore che nell’incontro allo scambio
ci affida, della cura spartendo l’affanno.

Ma ed è qui la forza o la pena
che ne rivela o ne immiserisce il mistero,
se l’ansia dal nulla trae ancora il suo miglior seme.

Ché seme vero è accompagnamento,
non dispersione, in affermazione
di una comune e ricomposta rinascita.

Ed ora, sola a te sopravvivi mentre chi bussa
ha forse in sé la propria e la nostra salvezza,
Roma che volgi al nuovo ma che del nuovo
hai ancora lo spregio che misura i tuoi ragazzi all’offesa.

La Cura

La Cura
(Franco Battiato n. a Riposto, CT il 23/3/1945)

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Dello stesso autore:
Il movimento del dare
Povera Patria
Scalo a Grado

Madre d’acqua

  Giornata mondiale dell’acqua

Madre d’acqua
(Márcia Theóphilo n. a Fortaleza, Brasile il 19/3/1941)

Acqua, pensavi di dormire
nel nido della terra
ma così non fu
torrida estate
sei spessa, solida, liquida
sei viva, ma non lasciarmi
non so vivere senza di te.
I sogni vanno alla deriva
su un’isola di colori
scavando l’anima e guardando la luna
amore che fruga nel fondo della valle
inondata dall’acqua
La pioggia ha sapore amaro
sassi, foglie e nuvole
nuvole carnose
pioggia, perché non sei più dolce come prima?
E l’anima dell’acqua diviene vento
ondeggia il vento tra le foglie
erano sparsi per il bosco
suo era il corpo di muschio
quando acqua e vento s’incontrano
nasce un fiore nel ventre della terra
mormora il vento fra le foglie
voci lontane evocando
assumono i colori della notte.
Foglie che si moltiplicano a altre foglie
io voglio il verde che generoso si rinnova
tutto ritorna all’essenza primordiale
le foglie crescono e cadono dagli alberi
triangoli e quadrati sparsi al suolo
acque fresche che offrono ristoro
avvolte dal profumo dei fiori
e delle siepi selvatiche
ecco, fiume sconfitto,
io voglio cantare il tuo dolore.
Qualcosa di vago
fumo e sapori somiglianti
Sei ancora vivo, utero pulsante
non dimenticare il tuo passato di fiume
pieno di pesci, nella tua voce forte
di quell’azzurro, racconta:
ci sono nuvole nel mondo
che si sciolgono in veleni
nuvole nere sul mondo
come braci d’incendio
e nuvole di polvere.

Della stessa autrice:
Le ninfee