Carnevale

Carnevale
(Gianni Rodari Omegna, VB 23/10/1920 – Roma 14/4/1980)

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:
sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi-
Colombina, – dice, – mi sposi?
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne da niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: – E’ carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.

Dello stesso autore: Alla BefanaAutunnoDall’uovo di PasquaFilastrocca dell’amiciziaFilastrocca di capodannoFilastrocca di ferragostoIl gatto invernoIl giornalistaIl mago di NataleIl vestito di ArlecchinoL’anno nuovoLa luna di KievLo zampognaroPromemoriaUn bambino al mareUna volta per erroreViva i coriandoli di Carnevale

Un treno può nasconderne un altro

Un treno può nasconderne un altro
(Kenneth Koch Cincinnati, Ohio, USA 27/2/1925 – Manhattan, New York, USA 6/7/2002)

(cartello di un passaggio a livello in Kenya)

In una poesia, un verso può nasconderne un altro,
come a un passaggio a livello, un treno può nascondere un altro treno.
Ovvero, se aspetti per attraversare
i binari, aspetta un momento
almeno dopo che il primo treno è passato. E così quando leggi
aspetta di aver letto il verso successivo–
dopo di che puoi andare avanti con la lettura.
In una famiglia una sorella può nasconderne un’altra.
Così, quando le fai la corte, è meglio averle entrambe sott’occhio
altrimenti vieni a trovarne una, ma potresti innamorarti dell’altra.
Un padre o un fratello possono nascondere l’uomo,
se sei una donna, che stavi aspettando di amare.
Così davanti a qualcosa c’è sempre dell’altro
come le parole stanno davanti agli oggetti, ai sentimenti e alle idee.
Un desiderio può nasconderne un altro. E la reputazione di una persona può nascondere
la reputazione di un’altra persona. Un cane può nascondere l’altro
Su un prato, così se scappi dal primo non è detto che tu sia al sicuro;
Un lillà può nascondere l’altro e poi tanti altri lillà e sull’Appia
Antica una tomba
può nascondere un certo numero di altre tombe. In amore, un rimprovero può nasconderne un altro,
una piccola lamentela può nasconderne una più grande.
Un’ingiustizia può nascondere l’altra — un coloniale può nasconderne un altro,
Una vistosa uniforme rossa un’altra e un’altra ancora, un’intera fila. Un bagno
può nascondere un altro bagno
come quando, dopo il bagno, si esce sotto la pioggia.
Un’idea può nasconderne un’altra: la vita è semplice
nasconde la vita è incredibilmente complessa, come nella prosa di Gertrude Stein
una frase nasconde l’altra ed è pure un’altra frase. E in laboratorio
un’invenzione può nascondere un’altra invenzione,
una sera può nasconderne un’altra, un’ombra, un nido di ombre.
Una d’un rosso scuro o una blu o una viola — questo è un quadro
di qualcuno che copia Matisse. Uno aspetta ai binari che passino,
questi doppi nascosti o, talvolta, queste somiglianze. Un gemello identico
può nascondere l’altro. E possono essercene dentro anche di più! L’ostetrica
fissa la Valle del Var. Vivevamo lì, io e mia moglie, ma
una vita ha nascosto un’altra vita. E adesso lei se ne è andata e io sono qui.
Una moglie vivace nasconde una figlia goffa. La figlia a sua volta
nasconde la propria figlia vivace. Sono in
una stazione ferroviaria e la figlia tiene una borsa
più grande della borsa della madre e riesce a nasconderla.
Offrendosi di prendere la borsa della figlia ci si ritrova ad affrontare
quella della madre
e si deve portare, anche quella. Così un autostoppista
può deliberatamente nascondere l’altro e anche una tazza di caffè
un’altra, finché uno si innervosisce. Un amore può nascondere un altro amore
o lo stesso amore
come quando “Ti amo” all’improvviso suona falso e si scopre
che l’amore migliore è rimasto dietro, come quando “Sono pieno di dubbi”
nasconde “Sono certo di qualcosa ed è che”
e anche un sogno può nasconderne un altro come è noto, da sempre. Nel
Giardino dell’Eden
Adamo ed Eva possono nascondere i veri Adamo ed Eva.
Gerusalemme può nascondere un’altra Gerusalemme.
Quando arrivi a qualcosa, fermati per lasciarla passare
così puoi vedere cos’altro c’è. A casa, non importa dove,
anche i binari interni rappresentano un pericolo: un ricordo
di certo ne nasconde un altro, dal momento che il ricordo è proprio questo,
l’eterna successione inversa delle entità contemplate. Leggendo
Un viaggio sentimentale guardati attorno
quando hai finito, cerca Tristram Shandy, per vedere
se sta lì, dovrebbe esserci, e anche migliore
e più profondo e fino a quel momento nascosto come Santa Maria Maggiore
può essere nascosta da altre chiese simili a Roma. Un marciapiede
può nasconderne un altro, come quando ti ci addormenti e
una canzone nasconde un’altra canzone; un martellio al piano di sopra
nasconde il battito dei tamburi. Un amico può nasconderne un altro, ti siedi ai
piedi di un albero
con uno e quando ti alzi per andartene ce n’è un altro
con cui avresti preferito stare a parlare. Un insegnante,
un dottore, un’estasi, una malattia, una donna, un uomo
possono nasconderne altri. Fa’ una pausa per lasciar passare il primo.
Tu pensi, Adesso è sicuro attraversare e vieni colpito dal successivo. Può
essere importante
aver atteso almeno un momento per vedere cos’era già lì.

E dopo ritrovo il mio spazio

E dopo ritrovo il mio spazio
(Adriana Scarpa Venezia 26/3/1941 – Treviso 19/10/2005)

Osservo la mia ombra,
il disegno umido e segreto sulla soglia.
Me la sfilo di dosso
così lei sola rimane qui
a riempire le panche
e infilare dita senza spessore
nei manici delle ciotole.
Io vado fuori
tra nuvole soleggiate
e di colpo mi trasformo in paesaggio,
inudibile respiro, ondata che si sparpaglia.

Sulla soglia l’ombra
continua a recitare la mia parte.
Chissà se vestirà
la camicetta bianca, la gonna di velluto,
forcine tra i capelli maculate di fiori
o lascerà
solo un lieve profumo davanti allo specchio
dove gote rosee persistono
e il cedrino dei primi tepori.

Queste assenze
servono per ritrovarmi. Al ritorno
l’ombra brunita mi restituisce
l’identità,
io riconquisto il mio spazio.

E non mi accorgo della piuma
che fluttua leggera
trova aperta la finestra
e va a perdersi nell’aria.
Indizio unico
delle ali che avevo
e stanno ripiegate adesso
in qualche angolo segreto
aspettando
un nuovo volo.

Della stessa autrice:
Alchimie per una donna
Anche il sangue ora tace
Custode è un grillo
Felicemente stanca
La prima è stata Lucy
Milioni di donne

Ecco il caffè

Ecco il caffè
(Carlo Goldoni Venezia 25/2/1707 – Parigi, Francia 6/2/1793)

Ecco il caffè, signore, caffè in Arabia nato,
e dalle carovane in Ispaan portato.
L’arabo certamente sempre è il caffè migliore;
mentre spunta da un lato, mette dall’altro il fiore.
Nasce in pingue terreno, vuol ombra, o poco sole.
Piantare ogni tre anni l’arboscel si suole.
Il frutto non è vero, ch’esser debba piccino,
anzi dev’esser grosso, basta sia verdolino,
usarlo indi conviene di fresco macinato,
in luogo caldo e asciutto, con gelosia guardato.
…a farlo vi vuol poco;
mettervi la sua dose, e non versarlo al fuoco.
Far sollevar la spuma, poi abbassarla a un tratto
sei, sette volte almeno, il caffè presto è fatto.

(Da: La sposa persiana)

Dello stesso autore:
La stagion del carnevale

Vi sono giorni

Vi sono giorni
(Elio Pecora n. a Sant’Arsenio, SA il 5/4/1936)

Vi sono giorni, ore, in cui tutto è perduto,
ogni gesto inutile, risibile ogni speranza:
il corpo vuoto attende il suo disfarsi
in quel niente che tante volte s’era presentato
– ma era solo una minaccia, un’idea –
come l’ultima definitiva salute.
In quelle ore, in quei giorni ogni storia, tutte le storie
si riducono a un susseguirsi insensato
di conquiste e di perdite e l’intero pianeta
non è che l’abitacolo in rovina
di un’umanità nemica a se stessa.
(Se pure è sogno, questo è il peggiore degli incubi.)

E tutto sarebbe perduto se dal cuore chiuso
non affiorasse inattesa una nube violetta,
l’odore di un cibo, una voce al telefono,
il libro lasciato sul tavolo ancora da leggere.
Così il mondo intero si popola di storie concluse,
di passaggi, di soste, e un dio munifico
disegna nel cielo vasto e chiaro un arcobaleno.

(Da: In margine)

Dello stesso autore:
Ancora apprestando la cena
Canzone
Nelle tue palme dischiuse
Rondò

Ci sono dei fiori

Ci sono dei fiori
(Paul Claudel Villeneuve-sur-Fère, Francia 6/8/1868 – Parigi, Francia 23/2/1955)

Ci sono dei fiori che vogliono uscir fuori
tra i sassi.
Basterebbe forse una piccola scossa
per farli spuntare.
So che la Gioia esiste.

Nulla posso dire di te trascorri nell’ombra

Nulla posso dire di te trascorri nell’ombra
(Alejandro Jodorowsky n. a Tocopilla, Cile il 17/2/1929)

Nulla posso dire di te trascorri nell’ombra
E’ per questo che nell’oscurità sei la mia guida
Innominabile mi offri la schiena
per il mio tatto e le mie ansie il cammino dei re
e nella tua superficie profonda cade il mio spirito cieco
un raggio assetato di se stesso
Tu sei un’altra cosa
Posso entrare in te soltanto come interferenza
affinchè le mie carezze siano portate
come i resti d’un naufragio
dall’incommensurabile fiume di parole
che sotto la tua pelle attraversa l’infinito spazio del silenzio.

Dello stesso autore:
Amo sviluppare la mia coscienza per capire perchè sono vivo
Anche d’amore…
Il piacere è una luce che sorge
Non è quello che fu
Poco a poco
Quando attraversi il vuoto

Lullaby

Lullaby
(Wystan Hugh Auden York, Regno Unito 21/2/1907 – Vienna, Austria 29/9/1973 – Premio Pulitzer per la poesia 1948)

Appoggia, amore, il tuo capo assonnato
umano sul mio braccio senza fede;
in cenere riducono le febbri
e il tempo la bellezza individuale
dei bambini pensosi, e la tomba
mostra quanto sia effimero il bambino:
ma fino all’alba dentro le mie braccia
che la viva creatura s’abbandoni,
colpevole, mortale, ma per me
quella che sola ha intera ogni bellezza.

L’anima e il corpo limiti non hanno:
agli amanti, quando sono distesi
sul suo incantato e docile declivio
nella loro consueta tenerezza,
grave manda Venere la visione
d’una sovrannaturale armonia,
d’amore o di speranza universali;
mentre un’astratta intuizione sveglia
in mezzo ai ghiacciai e tra le rocce,
dell’eremita l’estasi carnale.

La certezza, la fedeltà trascorrono
al rintoccare delle mezzanotte
come le vibrazioni di campane,
e i pazzi levano secondo l’uso
il loro uggioso grido pedantesco:
il costo fino all’ultimo centesimo,
tutte le carte temute predicono,
sarà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio o un pensiero,
non un bacio, uno sguardo sia perduto.

Beltà, visione e mezzanotte muoiono:
possano i venti dell’alba che soffiano
soavi intorno al tuo capo sognante
mostrare un tale giorno di dolcezza
che l’occhio e il cuore scosso benedicano,
trovino sufficiente questo mondo
mortale; aridi meriggi ti vedano
nutrito dai poteri involontari,
notti violente ti lascino illeso
proseguire con ogni amore umano.

Dello stesso autore:
Alla fine il segreto viene fuori
Blues in memoria
Felice la lepre al mattino
Grazie, Nebbia
Il cittadino ignoto
La verità, vi prego, sull’amore
Un altro tempo

Ma era proprio così il mondo che sognavamo?

Ma era proprio così il mondo che sognavamo?
(Fabio Franzin n. a Milano il 25 marzo 1963)

Ma era proprio così il mondo
che sognavamo? Questa teoria
di strade e viadotti e villette
a schiera le gru a incombere
come diplodochi a sbranarci
luce le case di wafer e sbarre
notti lacerate dall’ululato degli
allarmi e pomeriggi a vagare
fra outlet e centri commerciali
è proprio questa la vita che ci
siamo meritati? La maglietta
scontata del trenta consente
di cenare al Mc Donald’s per
la gioia dei bambini l’happy
meal il regalino fatto in Cina
poi la coda l’anaconda di fanali
nel rientrare giusto in tempo per
la trasferta del Milan sul digitale.

Il mio dolce amico

Il mio dolce amico
(André Gide Parigi, Francia 22/11/1869 – Parigi, Francia 19/2/1951 – Premio Nobel per la letteratura 1947)

Dorme il mio dolce amico sotto la tenda.
Ed io veglio perché lui dorma.
Quando son solo è che aspetto il mio amico.
Da lui non vado che la sera.
È questa l’ora di tutti i fuochi del Mezzogiorno;
La terra tutta discolora di sete, d’attesa e di paura;
L’ora in cui la volgarità degli impavidi vacilla,
In cui il pensiero dei saggi si confonde, –
In cui la virtù dei puri si corrompe, –
Tanto la sete è desiderio d’amore
E l’amore è sete di toccare, –
In cui tutto ciò che non è di fuoco
In questa vampa perde il suo colore.
C’è chi, a sera, sfinito da un caldo così grande, non ha più
trovato il suo coraggio;
C’è chi, attraverso il deserto, ha cercato, tutta la notte, vanamente
appresso al suo pensiero smarrito;

Grazie al mio amico
Senza paura attendo la dolce notte.
Quando è sera, il mio amico si sveglia;
Vado da lui, e lungamente ci consoliamo.
Accompagna i miei occhi nel giardino delle stelle.
Gli parlo dei grandi alberi del Nord
E delle fredde vasche in cui la luna,
Pastore celeste, come un amante, si bagna;
Lui mi spiega che solo le fuggevoli cose
Hanno inventato le nude parole
Mentre quelle che non devono perire
Tacciono sempre, avendo tutto il tempo di parlare –
E che la loro eternità le narra.

Dello stesso autore:
E’ perché tu sei diverso