Ciottoli

Ciottoli
(Jón úr Vör fattoria Vatneyri a Patreksfjörður, Islanda 21/1/1917 – Kópavogur, Islanda 4/3/2000)

Ricorda
queste parole minuscole
piccole
pupille levigate dalle onde
della fredda eternità

Mettile una a una
sotto la radice della lingua,
per trovare finalmente
quella
che si scioglie sulle tue labbra
e diventa poesia.

Il paradiso

Il paradiso
(Dolors Miquel n. a Lleida, Spagna il 18/7/1960)

Ho attraversato il paradiso in sogno
e mi diedero un fiore.
Il fiore era lì quando mi svegliai,
sulle lenzuola, era bellissimo.
Lo mostrai a mia madre
che viveva chiusa nel cuore di carciofo,
filando la seta dei suoi occhi, intessendola
in meravigliosi sudari di mille colori.
Sono stata in paradiso, mamma – le dissi.
E lei prese dalla tasca
un fiore secco, uguale, identico.
E allora seppi
che non bastava
essere stati in paradiso.

Annabel Lee

Annabel Lee
(Edgar Allan Poe Boston, Massachusetts, USA 19/1/1809 – Baltimora, Maryland, USA 7/10/1849)

Molti e molti anni or sono,
in un regno vicino al mare,
viveva una fanciulla che potete chiamare
col nome di Annabel Lee;
aveva quella fanciulla un solo pensiero:
amare ed essere amata da me.

Io fanciullo, e lei fanciulla,
in quel regno vicino al mare:
ma ci amavamo d’amore ch’era altro che amore,
io e la mia Annabel Lee;
di tanto amore i serafini alati del cielo
invidiavano lei e me.

E proprio per questo, molto molto tempo fa,
in quel regno vicino al mare,
uscì un gran vento da una nuvola e raggelò
la mia bella Annabel Lee;
e così giunsero i nobili suoi genitori
e la portarono lontano da me,
per chiuderla dentro una tomba
in quel regno vicino al mare.

Gli angeli, molto meno felici di noi, in cielo,
invidiavano lei e me:
e fu proprio per questo (come sanno tutti
in quel regno vicino al mare),
che, di notte, un gran vento uscì dalle nubi,
raggelò e uccise la mia Annabel Lee.

Ma il nostro amore era molto, molto più saldo
dell’amore dei più vecchi di noi
(e di molti di noi assai più saggi):
né gli angeli, in cielo, lassù,
né i demoni, là sotto, in fondo al mare
mai potranno separare la mia anima
dall’anima di Annabel Lee.

Mai, infatti, la luna risplende ch’io non sogni
la bella Annabel Lee:
né mai sorgono le stelle ch’io non veda
splendere gli occhi della bella Annabel Lee,
e così, per tutta la notte, giaccio a fianco
del mio amore: il mio amore, la mia vita,
la mia sposa, nella sua tomba, là vicino al mare,
nel suo sepolcro, sulla sponda del mare.

Dello stesso autore:
I miei incantesimi sono infranti
Il corvo
Un sogno

Giaculatoria alla neve

Giaculatoria alla neve
(Amado Nervo Tepic, Messico 27/8/1870 – Montevideo, Uruguay 24/5/1919)

Che miracolosa è la Natura!
Dunque, non dà luce la neve? Immacolata
e misteriosa, tremula e silenziosa,
mi sembra che silenziosamente preghi
mentre scende… Oh nevicata!:
la tua imponderabile e glaciale eucaristia
oggi del peccato di vivere mi assolva
e faccia che, come tu, la mia anima giri
fulgida, bianca, silenziosa e fredda.

Ho venticinque anni

Ho venticinque anni
(Gregory Corso New York, Usa 26/3/1930 – Minneapolis, Usa 17/1/2001)

Con un amore un delirio per Shelley
Chatterton Rimbaud
e l’affamato guaito della mia gioventù
si è propagato da orecchio a orecchio:
IO ODIO I VECCHI SIGNORPOETI!
Specialmente i vecchi signorpoeti che ritrattano
che consultano altri vecchi signorpoeti
che esprimono la loro gioventù in bisbigli,
dicendo: – Queste cose le ho fatte allora
ma è acqua passata
è acqua passata –
Oh vorrei tranquillizzare i vecchi
dirgli: – Sono vostro amico
ciò che eravate una volta, grazie a me
lo sarete ancora –
Poi di notte nella sicurezza delle loro case
strappare le loro lingue apologetiche
e rubare le loro poesie.

Stagioni

Stagioni
(Natalia Bondarenko n. a Kiev, Ucraina il 31/5/1961)

Chi ha dimenticato l’inverno
Non merita la primavera,
Chi ha dimenticato la campagna
Non deve camminare in città.
La ragazza usciva sola
E amava camminare in silenzio:
Siccome non portava il cappello
Riusciva sgradita alla gente.
Le sue spalle curve e magre
Dicevano: io non voglio nessuno;
Io voglio soltanto
Camminare in città.
Chi non riconosce il volto
Della passione, non deve
Non deve esistere al mondo.
La ragazza che fumava, sdraiata
Sul divano, che taceva sola,
Non bisogna dimenticarla
Se pure è finito il suo tempo,
Se il suo corpo ha dato dei figli
Come una donna può fare.
Chi ha veduto il cielo al tramonto
Non deve dimenticare il mattino,
Poiché la vita che ci è data
È questa: morire e nascere,
Nascere e morire, ogni giorno.
La ragazza che usciva il silenzio
Non c’è più, ma forse i suoi figli,
Nati dal suo corpo, un giorno
Vorranno uscire da soli,
In silenzio, a sfidare la gente.

Poesia scritta nel gennaio del 1941, durante il confino a Pizzoli e pubblicata nel 1946.

Della stessa autrice:
Accompagnami nel nostro passato
Ecco com’ero da piccola
Guarda che per avermi

Il discorso pre-tecnologico e totemico della poesia

Il discorso pre-tecnologico e totemico della poesia
(Helle Busacca San Piero Patti, ME 21/12/1915 – Firenze 15/1/1996)

Vedo i torturatori
i cunei le bragi le catene
ma vedo anche la morte.

Vedo gli assassini con la faccia
d’uom giusto che ti pugnalano nella schiena
in un angolo della stessa casa dove nascesti

le orrende matrigne che non sono
ahimè, soltanto nei versi
antichi di virgilio e nella leggenda
di helle e di suo fratello
vedo i fastigi delle loro case
al mare alzate sullo sfacelo
delle tue ossa e dei tuoi nervi
e cementate pietra su pietra
col sangue dei tuoi poveri reni
trafitti da aghi roventi
la febbre l’esilio il digiuno
che ti fa verde come quando
ti hanno trovato con la canna
del gas serrata fra i denti

ma vedo anche la morte.

Vedo la vampa degli alti forni
ultima a essiccare quel poco sangue
che ti rimane quando già
dice silvio eri pallido come un morto
e dice rossana che si leggeva
nei tuoi occhi che avevi tanto sofferto
e che eri già lontana e senza ritorno
anche mentre le offrivi le ciliegie

vedo la danza ubriaca
delle serpi che s’intorcigliano sopra il tuo petto
d’uomo, sui tuoi occhi che giovanna
dice meravigliosi, sul tuo sorriso
che alfredo dice magico, sulla tua fronte
splendida di tutti i numeri dell’universo

Dicevi, tu, mi ricordo,
«quando ho veduto le piramidi
in egitto e i templi
di atene, mi sono chiesto:
ma dove sono coloro
che pure eressero tutto questo…
Ed è che li hanno assassinati
erano troppo grandi per la canea
erano un troppo colossale scorno
per ciò che grufola e vermina…»

Vedo i briganti del commercio
avvezzi a scorticare un pidocchio
per farne una pelle, che ti licenziano
in tronco e contro la legge
quando domandi un congedo
di due mesi per curarti in clinica la tua nevrosi
le femmine racimolate dalle stamberghe
in cui vendevano, di giorno,
maglieria al minuto, recando in dote
niente vestaglie e due sottovesti,
paludate in pelliccia di diamant-visone
e lontra persiano-perla, che con un gesto
spagnolo alla figlia di primo letto
regalano un soprabito di castoro,
dono al padre di quel «furfante» di mio fratello,
«e per quando vai al mercato a fare la spesa»

e che a piene mani profondano
biglietti da diecimila per il caro gatto
siamese che sta crepando, «affettuosa e inerme
creatura che non sa parlare né può difendersi
dottore, non può far altro?»
le lacrime

orride sul ghigno orrido della bestia

ma vedo anche la morte.

Vedo anche la morte. E se uno
le va incontro come tu hai fatto,
come era ed è diverso,
o tu che ho nel cuore bambino,
fratello, quando giocavi
col cerchio, nel giardino, sotto gli alti pioppi,
i riccioli d’oro e gli occhi
già troppo interroganti e fiduciosi
mentre io già cercavo sulle ardue pagine
quello che ora mi segni a dito,
fatto tanto più grande,
tu, che eri dei nostri, di noi.

Noi, gli esseri umani.
C’è anche
la morte.
Non la feroce
che ci strappa quelli che amiamo
ci nega questo inutile sole
ma quella che offre un asilo
dagli assassini, dai mostri
lei sola come era nostra madre
di cui mi dicesti fra i singhiozzi
in uno dei tuoi ultimi giorni:
«CREDI CHE SE CI FOSSE
NOSTRA MADRE, SAREI
RIDOTTO COSI’?»
ed ha sentito,
la madre, la morte, ed è accorsa.

Vieni, aldo, vieni, aldo. E che le carogne
imputridiscano con le carogne,
che hai a fare con esse?
E alla voce
tu hai aperto le braccia, in un volo.

Della stessa autrice:
C’è chi nasce un mattino
Questa mano
Una poesia (CXV)

Insonnia invernale

Insonnia invernale
(Raymond Carver Clatskanie, Oregon, USA 25/5/1938 – Port Angeles, Washington, USA 2/8/1988)

La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,
ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna
come per l’assalto finale.

Vorrebbe che venisse Cechov a somministrarle
qualcosa- tre gocce di valeriana, un bicchiere
d’acqua di rose- qualunque cosa, non importa.

La mente vorrebbe uscire di qui
fuori sulla neve. Vorrebbe correre
con un branco di bestie irsute, tutte denti,

sotto la luna, in mezzo alla neve, senza
lasciare traccia, neanche un’ impronta, nulla.
È malata, stasera, la mente.

Dello stesso autore:
Abbi Cura

Tentazione

Tentazione
(Sibilla Aleramo Alessandria 14/8/1876 – Roma 13/1/1960)

Hai avuto un gesto delle mani, dolce,
mentre parlavi dell’amore femineo,
hai figurato col cavo delle mani dolcemente
la raccolta e tremula dedizione d’un cuore.
Per qualche attimo così m’hai tenuta,
il giovanile fuoco dei tuoi occhi rideva
desioso e scherzoso, e m’avvolgeva,
per qualche attimo come in nuvole d’oro.
Oh abbandonarsi e tutta rabbrividire,
innamorata d’un lucente sguardo,
oh rivivere alla gioia e rossa rifiorire
ed aulente prostrarsi ad una carezza forte!
Poi piangere piangere soavemente.
Da tanto tempo resisto altera e sola!
Le lagrime son tante che vorrei versare!
Ma tu su la mia fronte e sul fermo viso
hai letto solamente forza e signoria,
mentre a cimentarmi dicevi
che troppo io ho l’anima virile
e certo non so non so piegarmi e darmi.
Il giovanile fuoco dei tuoi occhi rideva,
hai avuto un gesto delle mani, dolce…

(1929)

Della stessa autrice:
Donna nel domani del mondo
E’ il lavoro oggi l’aurora
Grandi occhi…
Luce nella selva
Nome non ha
Palme delle mani
Ricordo
Sono tanto brava

L’inverno a Llanes

L’inverno a Llanes
(Martín López-Vega n. a Poo de Llanes, Spagna il 1/2/1975)

Mio nonno mi aveva parlato di queste cose: l’inverno
non è neve, così strano nelle città della costa;
l’inverno non si sente come la pioggia
ottieni le ossa, è sensazione
penetrare attraverso le mille cicatrici dell’anima,
molto lentamente, inevitabilmente. È sentimento
il freddo non nelle gambe quando si torna a casa,
ma nella punta delle dita
per ogni tocco non ricordato. effettivamente
mio nonno non mi ha mai detto queste cose; o almeno
non mi ha detto chiaramente, mi ha lasciato leggere
nella stanchezza dei tuoi occhi, o forse
Li ho letti di nascosto mentre li rileggeva
scritto in modo indelebile, acuto, con lettere di sale
nella carne viva del suo stesso cuore. Quel dolore
allora per me era incomprensibile, così vecchio.
Oggi l’inverno bussa alla mia porta, non molto forte,
perché non è necessario, perché so che non ho
altro rimedio che lasciarlo entrare, ricordai
quegli occhi; il suo modo di camminare, così veloce,
non arrivando prima, non fuggendo, consapevolmente
che accettare tardi la sconfitta non lo attenua.

Oggi le strade si aprono davanti a me
più scivoloso del solito,
congelato dai vecchi dubbi,
Esco allo stesso modo in strada,
Rassegnato, ma privo di paure,
di fronte al ghiaccio con il bastone di mio nonno.