Come svanisci

Come svanisci
(Armando Uribe n. a Santiago del Cile il 28/10/1933)

Come svanisci, come non sei:ti cerco.
Le mie mani desolate ti cercano, aria o
fuoco.
Il mio cuore ti cerca sotto i sassi
fra uccelli morti, gusci di lumache.

Tu sogni, ahimè, tu dormi, conosci il
giorno, tu
mi dici addio e addio sarà per sempre.

Elogio dell’eccentrico

Elogio dell’eccentrico
(Anna Martinenghi n. a Soncino, CR il 29/1/1972)

Evviva gli strambi
gli sgusciati
i diversi di pensiero

Evviva chi non va di moda
chi parla da solo
chi ha mondi tutti suoi
in cui si entra solo per sbaglio
o per amore

Evviva gli sfigati dalla nascita
chi non ce la fa mai
ma quasi
evviva chi se ne frega
ma non ti frega

Evviva chi ancora arrossisce
chi si pente e torna indietro
chi chiede permesso
chi dice grazie/scusa
e ne prendo ancora
perché è buonissimo

Evviva chi si sbaglia
chi non influencer
nemmeno col raffreddore
evviva chi fa outing
e schiaccia pesante

Evviva gli atipici svantaggiati
gli eterni secondi
le medaglie di legno
e chi si ama senza Instagram

Evviva tutti i diversi
i fuori catalogo
i senza binario
evviva chi ancora si ribella
e a questo mondo
si disadatta

Sacchi di ossa

Sacchi di ossa
(Dunya Mikhail n. a Baghdad, Iraq nel 1965)

Che fortuna!
Finalmente ha trovato le ossa di lui
c’è anche il cranio nel sacco
il sacco in mano a lei
somiglia ad altri sacchi
in altre mani tremanti
le ossa di lui a migliaia di ossa
nella fossa comune
il cranio non somiglia
a nessun altro cranio
occhi o fori
con cui ha visto più del dovuto
orecchie
in cui è passata una musica
con
una
storia
speciale
solo
per
lui,
naso
che non ha conosciuto aria pura
bocca aperta
come una voragine
non era così
quando l’ha baciata

serenamente
fuori da questo luogo assordante
di crani
e ossa
e terra
luogo dissepolto di domande: che senso ha morire di tutta questa morte
in un luogo in cui la tenebra suona
tutto questo silenzio
incontrare ora
i tuoi cari
attraverso tutte queste cavità
restituire a tua madre
in morte
il pugno di ossa
che ti aveva dato
in nascita
andartene
senza certificato di morte né di nascita
perché il dittatore non rilascia la fattura
quando ti prende la vita
il dittatore ha un cuore
e anche un cranio
un cranio enorme
che non somiglia a nessun altro cranio
è l’unico che riesce
a risolvere il problema
moltiplica la morte per milioni
e ottiene la patria
il dittatore
è il regista di una grande tragedia
ha anche un pubblico
un pubblico che applaude
un applauso
che scuote le ossa
nel sacco
il sacco pieno
in mano
finalmente
non come la vicina che – sfortunata –
non ha ancora trovato il suo sacco.

(Trad. di Elena Chiti)

Della stessa autrice:
La guerra lavora molto

Ad Auschwitz c’era una casa

27 gennaio: Il Giorno della Memoria

Ad Auschwitz c’era una casa
(Růžena Danielová era una gitana boema della zona di Lechovici. Come molte donne gitane, era fin da bambina esperta nell’arte del canto. Suo marito, Martin Daniel, era nato pure a Lechovici nel 1900. Nel 1943 furono entrambi arrestati e deportati a Auschwitz-Birkenau; la donna si salvò, mentre Martin Daniel vi morì il 12 settembre 1943. Compose poi e interpretò questa canzone per il marito morto.)

Ad Auschwitz c’era una casa
E c’era mio marito imprigionato
Seduto, seduto si lamentava
E a me lui pensava.

Oh tu uccello nero
Porta le mie lettere
Portale, portale a mia moglie
Perché sono imprigionato ad Auschwitz

Ad Auschwitz c’era una grande fame
E noi non avevamo nulla da mangiare
Nemmeno un pezzo di pane
E la guardia del blocco è cattiva.

Quando tornerò a casa
ammazzerò la guardia del blocco.
Quando tornerò a casa
ammazzerò la guardia del blocco.

Coperta di neve

Coperta di neve
(Katerina Anghelaki-Rooke n. a Atene, Grecia il 22/2/1939)

Io, la coperta di neve, quanti inestricabili
labirinti della mia vita ricopro!
Sgraziati rami secchi
mi spuntano nell’inverno
azioni cieche,
nubi cupe i miei desideri ardenti
si posano sulle sporche nevi.
Le notti sono senza fine
qui dove appassisco
si sentono le sirene del male
ed espelle pus denso
il mio pensiero malato.
Sì, verrai a vedermi,
all’improvviso, così
come per caso arriva la primavera
con i verdi, i cervi, le acque
e gli altrettanto allegri effimeri insetti.
Mi leggerai a voce alta
le favole degli animali
della rana, del topo
e anche della lontra,
la neve cadrà fuori densa
e dentro, il tuo narciso
pieno di profumo si mostrerà primaverile, bello.
Tra le mie cosce, nei miei ghiacci
leggermente scivolerai
e si scioglierà il gelo del tempo non appena mi toccherai.
Perché tutte le bugie
che raccolgono gli uomini
per non vedere
la morte nella natura,
le ho trovate nel tuo corpo
tu potente e scoperto
nelle mie anse ti tuffi
amante invincibile
Hermes dell’indeteriorabilità.

Osterie

Osterie
(Felice Piemontese n. a Monte Sant’Angelo, FG il 25/1/1942)

seduti nel solito bistrot di place
de la Contrescarpe, bevendo parecchi
bicchieri di brouilly, fresco come usano
in Francia, finiamo a parlare degli amici
scomparsi, proprio come fanno
i vecchi. L. aveva ancora tanti progetti,
dico, basta pensare di essere immortali,
diceva, anche se sappiamo benissimo che non è
vero (e lui lo sapeva più di tutti). Ci ricordiamo
– grazie a un altro quartino di rosso – di quando
scrivemmo, insieme, un testo intitolato “L’eternità
commestibile”, e il titolo ci piaceva moltissimo,
e lo mandammo in giro per il mondo (avevamo
amici dappertutto, ci scambiavamo versi e opinioni,
eravamo tutti convinti che fosse il momento
di cambiare la vita). Un ultimo bicchiere
di vino servirà forse a tenere lontane
le angosce di morte, ma so già che sarà lunga
la notte

Per Guido Rossa, operaio del cielo

   24/1/1979 – 24/1/2019
37° anniversario dall’omicidio di Guido Rossa

Per Guido Rossa, operaio del cielo
(Ennio Di Francesco n. a Sant’eufemia d’Aspromonte, RC il 5/5/1942)

L’infinito
attraversa l’anima ansimante
dalla parete innevata che
sfiora il cielo.
E’ nella goccia di sudore
che al bagliore dell’alto forno
solca la fronte
di Guido Rossa.
Operaio che scala le vette
verso il cielo e giù in terra
E’ lo stesso infinito
libertà, lavoro, dignità, giustizia
per tutti sempre ed ovunque
Ma sul confine eterno
dell’umanità
caino tinge di rosso d’odio
la luce perfetta
con baleno di P38 nel sangue del fratello
Guido
operaio
che in fabbrica costruiva crocefissi
di bulloni e di cielo.

Un dolce pomeriggio d’inverno

Un dolce pomeriggio d’inverno
(Carlo Betocchi Torino 23/1/1899 – Bordighera, IM 25/5/1986)

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era piú che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piú in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era piú una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

Dello stesso autore:
A quest’età
Ciò che occorre è un uomo
Fraterno tetto
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
Non ho più che lo stento di una vita
Pianto di freddo

Strofe per musica

Strofe per musica
(George Gordon Byron Londra, Regno Unito 22/1/1788 – Missolungi, Grecia 19/4/1824)

Dicono che la Speranza sia felicità,
ma il vero Amore deve amare il passato,
e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono.

E tutto ciò che il Ricordo ama di più un tempo fu Speranza solamente;
e quel che amò e perse la Speranza
oramai è circonfuso nel Ricordo.

È triste! È tutto un’illusione:
il futuro ci inganna da lontano,
non siamo più quel che ricordiamo,
né osiamo pensare a ciò che siamo.

Dello stesso autore:
Addio! Se mai un’ardente preghiera
Così non andremo più vagando
Le isole di Grecia
Ondeggia oceano
Pensieri sulla libertà
Tenebra
Ti vidi piangere